24 Ago

U scrusciu du mari

Palermo è d’oro. E’ araba. Gialla. Morbida. Eccentrica. Esagerata. E’accogliente, dal forte respiro cosmopolita. Un museo straordinario  ma con i netturbini in sciopero da anni.

Ballarò: Suq Al-Balhara (mercato degli specchi) era Il mercato dei commercianti arabi che vendevano spezie  e altri prodotti.

Non è la Sicilia, non è Palermo, non è l’Italia e non è neppure l’eco arabo che fa da cornice.

E’ un quadro, un gigantesco quadro in movimento. Se chiudi gli occhi, sono le voci a camminare per te.

Dolce frastuono accattivante.

Rapita in una dimensione che mescola e non trita, abbraccia e non spinge, sorride e non si lamenta.

Teatro. Vita. Realismo e surrealismo. Domina la tonalità -tramonto anche se il sole è appena nato e si suda, tanto, talmente tanto che credi di essere un ologramma, perché la vera te sarà sicuramente evaporata, tra i fumi e le braci ardenti.

Caleidoscopio.

Se fate parte della categoria “schizzinosi modus vivendi” statevi alle case vostre, ma se invece volete vivere l’esperienza mistica, lasciatevi trasportare dall’ “abbanniata”, la vendita dei prodotti che ciascun venditore propone come un vero e proprio show.  E’ il rosso il colore che abbraccia la mercanzia, il fuoco delle braci, il polpo seduto in attesa di essere gustato, la carne, la frutta sempre fresca, La stigghiola (interiora di vitello cotti alla brace, massaggiate a mani nude e crude dal premio Oscar per l’interpretazione pirandelliana, un puzzle a due gambe di un Mastrota degli anni 90 e Aldo Baglio), u pani ca’ meusa (pentoloni ricolmi di milza), le arancine, la rascatura (per noi salentini è un’altra cosa, ma diciamo che l’amore e la goduria ci sono lo stesso, che quando si frigge è buono tutto),lo sfincione.

Menzione d’onore summer 2021 va ad Arya, la principessa bionda senza nome che custodisce il lato oscuro della forza e lo esprime davanti ad un pentolone di milza.

Il padre ha rischiato di avere per tatuaggio i denti della selvaggia figlia in un momento di indimenticabile distrazione dal panino.

Orgoglio di papà.

Scioccata io.

La verità cruda delle cose la si annusa ad Aci Castello (Catania- Sicilia).

Senza tempo. Asprezza e durezza di un silenzio primitivo di una terra intesa come insieme di luoghi in cui ho avidamente cercato i personaggi dei miei libri preferiti, miscellanea di ricordi indelebili, grazie ai quali ho preso per mano Verga o Pirandello o Sciascia e passo dopo passo, dopo ogni granello di polvere rossa che il mio piede solleticava, ho ringraziato.

Così prendevano vita le parole in cui mi ero intrufolata da piccola, quando per molti la lettura era pesante, un macigno da sollevare prima delle interrogazioni.

Quei luoghi, quei tempi, quei proverbi, quei suoni così lontani finalmente hanno avuto una collocazione.

Ho guardato i faraglioni come avrebbe fatto Mena o la Longa, ho accolto il vento di scirocco tra i miei capelli e appollaiato lo sguardo sugli alberi di carrubo.

Il tempo è verbale e storico.

E’ “l’accorgersi che non si sta bene o che si potrebbe star meglio” come narra Giovanni Verga.

L’ho desiderata, stando lì, la macchina del tempo, quello in cui si osserva, travolti dalla fiumana e ci si interessa ai “vinti”, ai travolti, agli annegati.

E poi, al tramonto, quando il Castello Normanno esplode di bellezza, quella che salverà il mondo, riecheggiano i Malavoglia:

“il mare si udiva muggire attorno ai faraglioni che pareva ci fossero i buoi della fiera di S. Alfio e il giorno era apparso nero peggio dell’anima di Giuda”.

Ascoltatelo il mare lì sotto. E’ un brontolone che tutto sa e tutto conserva.

“il mare brontolava la solita storia lì sotto, in mezzo ai faraglioni, perché il Mare non ha paese nemmeno lui ed è di tutti quelli che lo sanno ascoltare”.

E poi diventa amaranto.

E quando la nostalgia del rientro ti assale, puoi sempre ricordare che

 “ così tornano il bel sole e le dolci mattine d’inverno anche per gli occhi che hanno pianto e li hanno visti del colore della pece e ogni cosa si rinnova come la “provvidenza” che era bastata un po’ di pece e di colore e quattro pezzi di legno per farla tornare nuova come prima, e che non vede più nulla sono gli occhi che non piangono più e sono chiusi dalla morte”.

E ti senti fortunata.

La Sicilia è come il suo Vulcano.

Esplosione e miscela, speziata e aranciata.

Profumi, luci, colori di sopra e di sotto e tutto intorno: lui, il mare.

Infinito sopra come i promontori e sotto la terra di fuoco che sa di terracotta.

E’ oro.

E’ rubina.

E’ l’abbraccio di almeno 3 civiltà.

Complessità e caos.

Sublime poesia.

Armonia e asprezza. Cielo e mare che si scambiano perché qui la fantasia sovrasta ogni cosa e la realtà è solo quella che immagini mentre il sole non ti abbandona mai.

E’ una cerniera di eccessi, come la riserva naturale dello Zingaro. Sopra monti e sotto mare. In mezzo ci sei tu, il tuo sudore, le tue gambe marroni di polvere e terra, gli occhi che impazziscono e come flipper puntano il bersaglio della natura che regna, regina , madre, immensa e stancante. Non esistono mete. Esiste il viaggio. Le calette di pietre, sassi colorati e acqua verde smeraldo pullulano di turisti che giocano a tetris col proprio corpo pur di trovare un sasso su cui riposare. Le cose belle si sudano, letteralmente e metaforicamente. Ne vale il viaggio. Scarpe comode ma non belle. Al vostro rientro potrete dire addio alle fedeli compagne di avventure su e giù per la riserva, a meno che non amiate il rosso pompeiano con qualche striatura nera che sa di vissuto e di bello e dannato.

A proposito di rosso, di oro e rubini, di rosa e arancione morbido, Marsala è un colore, una città pantone.

Un braciere di rame adagiato nel cielo ciliegia narcotizza centinaia di viaggiatori arrivati alle Saline di Marsala per intrappolare negli occhi quello spettacolo unico nel suo genere.

Lo “stagnone” è una tappa obbligata per gli “insta-lovers” di tutto il mondo pronti estrarre la spada dell’hashtag sunset in love.

Fatele le foto, ma immortalate quel momento nella vostra anima di persone fortunate che hanno avuto l’onore di inchinarsi davanti al re Sole che si tuffa nelle vasche in cui si coltiva il sale marino.

Ma prima di annegare nel Marsala, altre Saline valgono il viaggio. Sono quelle di Trapani- Paceco.

Una guida wwf ,che pare il padre del bimbo esploratore che sogna infinite avventure in Up della Disney Pixar, vi condurrà alla scoperta del sale, la sua coltivazione, il metodo, la storia. Un paio di ore che avrete la possibilità di trascorrere, solo previa prenotazione causa coviddi, tra le saline di Trapani e Paceco, osservando financo i mitici esemplari di fenicotteri rosa in volo.

Se i  colori sono identità, le saracinesche della Kasbah di Mazara del Vallo sono cultura immortale. Muri e graffiti, lamiere di metallo e accoglienza. Nei vicoli stretti del quartiere che si affaccia sul mare nostrum, a pausa pranzo (una pausa lunghissima che può durare anche 5 ore)i negozi chiusi regalano vernissage a gratise, dove il blu cobalto, l’indaco e il verde smeraldo esplodono con forza. E’ il NOI la parola chiave. Fratellanza. Casa. Speranza. Unione. Qui fenici, cartaginesi, romani, saraceni e normanni hanno lasciato un segno e il mare lo sa. Quando il mondo tunisino a Mazara riposa, il green pass attivo vi permetterà di godere del magnetico sguardo del Satiro Danzante, in onore del Dio pagano Dioniso.

Esiste una mezzaluna di terra selvaggia che il vento accarezza e modella.

E’ Macari e il suo golfo dal fascino senza fine, indiscutibile prova della potenza della natura e del lavoro indefesso del vento e della musica che coccola la vista di scogliere a strapiombo e ti viene na scossa ndo cori cu tuttu ca fora si mori, na mori stranizza d’amuri l’amuri, come canta l’eterno Battiato.

Macari è il luogo in cui è possibile trascorrere un pezzo di vita in una tela di Lojacono.

In Sicilia si possono tenere gli occhi fissi al cielo e come scrive Verga, “mi pareva che le anime nostre si parlassero attraverso l’epidermide delle nostre mani e si abbracciassero nei nostri sguardi che si incontravano nelle stelle”.

Lì è possibile ancora meravigliarsi, commuoversi, innamorarsi.

La parola felicità sembra non essere così lontana.

p.s. la felicità si avvicina sempre di più ad ogni morso di una pasta con le sarde, finocchietto selvatico e muddica; caponata, cassatedde, cazzilli, sarde a beccafico, fichi e fichi d’india, cannoli, cassata, biscotti di pasta di mandorla eccetera eccetera eccetera.