24 Ago

U scrusciu du mari

Palermo è d’oro. E’ araba. Gialla. Morbida. Eccentrica. Esagerata. E’accogliente, dal forte respiro cosmopolita. Un museo straordinario  ma con i netturbini in sciopero da anni.

Ballarò: Suq Al-Balhara (mercato degli specchi) era Il mercato dei commercianti arabi che vendevano spezie  e altri prodotti.

Non è la Sicilia, non è Palermo, non è l’Italia e non è neppure l’eco arabo che fa da cornice.

E’ un quadro, un gigantesco quadro in movimento. Se chiudi gli occhi, sono le voci a camminare per te.

Dolce frastuono accattivante.

Rapita in una dimensione che mescola e non trita, abbraccia e non spinge, sorride e non si lamenta.

Teatro. Vita. Realismo e surrealismo. Domina la tonalità -tramonto anche se il sole è appena nato e si suda, tanto, talmente tanto che credi di essere un ologramma, perché la vera te sarà sicuramente evaporata, tra i fumi e le braci ardenti.

Caleidoscopio.

Se fate parte della categoria “schizzinosi modus vivendi” statevi alle case vostre, ma se invece volete vivere l’esperienza mistica, lasciatevi trasportare dall’ “abbanniata”, la vendita dei prodotti che ciascun venditore propone come un vero e proprio show.  E’ il rosso il colore che abbraccia la mercanzia, il fuoco delle braci, il polpo seduto in attesa di essere gustato, la carne, la frutta sempre fresca, La stigghiola (interiora di vitello cotti alla brace, massaggiate a mani nude e crude dal premio Oscar per l’interpretazione pirandelliana, un puzzle a due gambe di un Mastrota degli anni 90 e Aldo Baglio), u pani ca’ meusa (pentoloni ricolmi di milza), le arancine, la rascatura (per noi salentini è un’altra cosa, ma diciamo che l’amore e la goduria ci sono lo stesso, che quando si frigge è buono tutto),lo sfincione.

Menzione d’onore summer 2021 va ad Arya, la principessa bionda senza nome che custodisce il lato oscuro della forza e lo esprime davanti ad un pentolone di milza.

Il padre ha rischiato di avere per tatuaggio i denti della selvaggia figlia in un momento di indimenticabile distrazione dal panino.

Orgoglio di papà.

Scioccata io.

La verità cruda delle cose la si annusa ad Aci Castello (Catania- Sicilia).

Senza tempo. Asprezza e durezza di un silenzio primitivo di una terra intesa come insieme di luoghi in cui ho avidamente cercato i personaggi dei miei libri preferiti, miscellanea di ricordi indelebili, grazie ai quali ho preso per mano Verga o Pirandello o Sciascia e passo dopo passo, dopo ogni granello di polvere rossa che il mio piede solleticava, ho ringraziato.

Così prendevano vita le parole in cui mi ero intrufolata da piccola, quando per molti la lettura era pesante, un macigno da sollevare prima delle interrogazioni.

Quei luoghi, quei tempi, quei proverbi, quei suoni così lontani finalmente hanno avuto una collocazione.

Ho guardato i faraglioni come avrebbe fatto Mena o la Longa, ho accolto il vento di scirocco tra i miei capelli e appollaiato lo sguardo sugli alberi di carrubo.

Il tempo è verbale e storico.

E’ “l’accorgersi che non si sta bene o che si potrebbe star meglio” come narra Giovanni Verga.

L’ho desiderata, stando lì, la macchina del tempo, quello in cui si osserva, travolti dalla fiumana e ci si interessa ai “vinti”, ai travolti, agli annegati.

E poi, al tramonto, quando il Castello Normanno esplode di bellezza, quella che salverà il mondo, riecheggiano i Malavoglia:

“il mare si udiva muggire attorno ai faraglioni che pareva ci fossero i buoi della fiera di S. Alfio e il giorno era apparso nero peggio dell’anima di Giuda”.

Ascoltatelo il mare lì sotto. E’ un brontolone che tutto sa e tutto conserva.

“il mare brontolava la solita storia lì sotto, in mezzo ai faraglioni, perché il Mare non ha paese nemmeno lui ed è di tutti quelli che lo sanno ascoltare”.

E poi diventa amaranto.

E quando la nostalgia del rientro ti assale, puoi sempre ricordare che

 “ così tornano il bel sole e le dolci mattine d’inverno anche per gli occhi che hanno pianto e li hanno visti del colore della pece e ogni cosa si rinnova come la “provvidenza” che era bastata un po’ di pece e di colore e quattro pezzi di legno per farla tornare nuova come prima, e che non vede più nulla sono gli occhi che non piangono più e sono chiusi dalla morte”.

E ti senti fortunata.

La Sicilia è come il suo Vulcano.

Esplosione e miscela, speziata e aranciata.

Profumi, luci, colori di sopra e di sotto e tutto intorno: lui, il mare.

Infinito sopra come i promontori e sotto la terra di fuoco che sa di terracotta.

E’ oro.

E’ rubina.

E’ l’abbraccio di almeno 3 civiltà.

Complessità e caos.

Sublime poesia.

Armonia e asprezza. Cielo e mare che si scambiano perché qui la fantasia sovrasta ogni cosa e la realtà è solo quella che immagini mentre il sole non ti abbandona mai.

E’ una cerniera di eccessi, come la riserva naturale dello Zingaro. Sopra monti e sotto mare. In mezzo ci sei tu, il tuo sudore, le tue gambe marroni di polvere e terra, gli occhi che impazziscono e come flipper puntano il bersaglio della natura che regna, regina , madre, immensa e stancante. Non esistono mete. Esiste il viaggio. Le calette di pietre, sassi colorati e acqua verde smeraldo pullulano di turisti che giocano a tetris col proprio corpo pur di trovare un sasso su cui riposare. Le cose belle si sudano, letteralmente e metaforicamente. Ne vale il viaggio. Scarpe comode ma non belle. Al vostro rientro potrete dire addio alle fedeli compagne di avventure su e giù per la riserva, a meno che non amiate il rosso pompeiano con qualche striatura nera che sa di vissuto e di bello e dannato.

A proposito di rosso, di oro e rubini, di rosa e arancione morbido, Marsala è un colore, una città pantone.

Un braciere di rame adagiato nel cielo ciliegia narcotizza centinaia di viaggiatori arrivati alle Saline di Marsala per intrappolare negli occhi quello spettacolo unico nel suo genere.

Lo “stagnone” è una tappa obbligata per gli “insta-lovers” di tutto il mondo pronti estrarre la spada dell’hashtag sunset in love.

Fatele le foto, ma immortalate quel momento nella vostra anima di persone fortunate che hanno avuto l’onore di inchinarsi davanti al re Sole che si tuffa nelle vasche in cui si coltiva il sale marino.

Ma prima di annegare nel Marsala, altre Saline valgono il viaggio. Sono quelle di Trapani- Paceco.

Una guida wwf ,che pare il padre del bimbo esploratore che sogna infinite avventure in Up della Disney Pixar, vi condurrà alla scoperta del sale, la sua coltivazione, il metodo, la storia. Un paio di ore che avrete la possibilità di trascorrere, solo previa prenotazione causa coviddi, tra le saline di Trapani e Paceco, osservando financo i mitici esemplari di fenicotteri rosa in volo.

Se i  colori sono identità, le saracinesche della Kasbah di Mazara del Vallo sono cultura immortale. Muri e graffiti, lamiere di metallo e accoglienza. Nei vicoli stretti del quartiere che si affaccia sul mare nostrum, a pausa pranzo (una pausa lunghissima che può durare anche 5 ore)i negozi chiusi regalano vernissage a gratise, dove il blu cobalto, l’indaco e il verde smeraldo esplodono con forza. E’ il NOI la parola chiave. Fratellanza. Casa. Speranza. Unione. Qui fenici, cartaginesi, romani, saraceni e normanni hanno lasciato un segno e il mare lo sa. Quando il mondo tunisino a Mazara riposa, il green pass attivo vi permetterà di godere del magnetico sguardo del Satiro Danzante, in onore del Dio pagano Dioniso.

Esiste una mezzaluna di terra selvaggia che il vento accarezza e modella.

E’ Macari e il suo golfo dal fascino senza fine, indiscutibile prova della potenza della natura e del lavoro indefesso del vento e della musica che coccola la vista di scogliere a strapiombo e ti viene na scossa ndo cori cu tuttu ca fora si mori, na mori stranizza d’amuri l’amuri, come canta l’eterno Battiato.

Macari è il luogo in cui è possibile trascorrere un pezzo di vita in una tela di Lojacono.

In Sicilia si possono tenere gli occhi fissi al cielo e come scrive Verga, “mi pareva che le anime nostre si parlassero attraverso l’epidermide delle nostre mani e si abbracciassero nei nostri sguardi che si incontravano nelle stelle”.

Lì è possibile ancora meravigliarsi, commuoversi, innamorarsi.

La parola felicità sembra non essere così lontana.

p.s. la felicità si avvicina sempre di più ad ogni morso di una pasta con le sarde, finocchietto selvatico e muddica; caponata, cassatedde, cazzilli, sarde a beccafico, fichi e fichi d’india, cannoli, cassata, biscotti di pasta di mandorla eccetera eccetera eccetera.

22 Feb

Al velluto illuminato dalla polvere di Apollo

Acqua salata.

Dicono che la cura per ogni cosa sia l’acqua salata: il sudore, le lacrime e il mare.

Mare.

E’ il ponte d’oro tra la mia tristezza e la mia gioia.

Per Calvino era un grande urlo azzurro.

Per me è seta fresca in primavera, il suono del verde smeraldo in estate e un fondo di caffè nelle bufere autunnali. E’ la mia biblioteca, la mia memoria, la mia grammatica, lingue straniere mai studiate.

Provocatore e Seduttore.

Oro e Argento.

Le mie ali e le mie radici.

Nostalgia.

Il naufragio dei pezzi della mia anima che le onde mi riporta indietro.

La mia rete.

Culla.

La superficie è un posto strano, affascinante e bellissimo a seconda delle ore del giorno e della notte.

E’ nella profondità che dorme la vera tempesta. Misterioso labirinto.

L’anima emana sempre un profumo particolare quando il corpo è a pezzi.

Per me il mare è la bussola. E’ una macchina del tempo che conserva lo spirito del bambino e conosce i tratti della nostra vecchiaia.

Benedizione.

E’ il diario dei segreti con la carta colorata e profumata alle rose, di giorni bruciati, inzuppati, maltrattati, vuoti come gusci.

E’ il rastrello sulla pelle.

Rifugio.

Il patio con l’albero di pesco piantato al centro del cuore.

D’estate trattengo il respiro, mi lascio irrigare e fiorisco ogni volta risalga in superficie all’ombra della boa.

Movimento. Coreografia inarrestabile.

Il mare in inverno è uno stop all’incrocio della pazienza.

E’ la fabbrica di colori, un cantiere persistente di memoria.

Le canzoni di un tempo shabby chic, quando la melodia era un abito elegante e proteggeva la tenerezza di chi, inaspettatamente,  sistemava i capelli dietro gli orecchi, al riparo dal vento.

Il valzer con giro armonico classico.

Puro jazz.

E’. verbo essere.

Tamburi.

Quando è in tempesta il maestrale gioca a fare l’arredatore d’interni degli abissi, sovvertendone la composizione e tutto si trasforma.

Mi piacciono le onde.

Arriccio le sopracciglia se le vedo d’estate.

In inverno, invece, rimandano alla foto di una comitiva che occupa il muretto del tuo quartiere, quella che ti aspetta sempre. Il tempo è scandito dalle canzoni registrate sul mangianastri, sul lato A e lato B dell’adolescenza.

Moltitudine nella solitudine che ti porti dietro come un’ombra e si siede accanto a te sugli scogli dalle mille forme e pendenze.

Onde.

Mi conquistano quelle che si nascondono, che si amano segretamente con tutta l’immensità che noi terrestri non possiamo concepire e che poi esplodono, giungono in superficie in solitaria, mai dimenticandosi  di aver formato un mondo che han chiamato Noi.

La più temeraria procede in apparenza narcisa e vanesia, ma sa che sarà raggiunta in una danza ottocentesca o in un walzer disegnato da Vettriano.

A tutelare l’incanto volano i guardiani gabbiani che dominano l’altezza, come scudi tra tutto ciò che è infinito e quel mantello di velluto che pennellano quando si presentano al cospetto del reale.

Lo sento sotto la pelle, nella gola, dentro lo stomaco.

Definitivamente.

Come tutte le cose che odorano di verità.

Le riconosci dall’intensità misteriosa.

E’ al suo cospetto che ricordo che non esista un tempo rubato.

E’ lì che rincorro un tempo dilatato in luoghi clandestini, luoghi-rifugio dove l’unica regola che valga è quella di provare a vivere facendosi del bene, con tutto il bene a disposizione, fuori da ogni vetrina sociale.

Come dice Lucio Dalla: “conosco un posto nel mio cuore dove tira sempre il vento e basta sedersi e ascoltare”.

Concedere.

Concedersi un tempo antico senza che le cose si consumino. Ci consumino.

Immagini di cui mi cibo. La parola ci fa rischiare e nel momento in cui la pronunciamo, dopo averla pensata e sillabata sulle vene, ci mette a nudo, come il bisogno di un neonato. Quando sono al mare non fuggo più da ciò che mi ferisce, perché è nelle crepe delle ferite che la pelle si rigenera, bagnata dall’acqua salata.

E’ come quando danzo. Sentire di essere cuore. Dappertutto.

Ogni volta è un quadro diverso e mi ci tuffo come nei dipinti di Mary Poppins.

Da piccola ero una privilegiata. Avevo due case sullo ionio, a Porto Cesareo. Nella casa dei nonni paterni trascorrevo l’intero mese di luglio e gran parte di agosto. Un grande dondolo illuminato dalla luce del sole a est mi accoglieva ogni estate, facendosi ogni anno sempre più piccolo. Sento ancora l’odore della stoffa accecata dal Dio Apollo che combatteva contro le forze dell’umidità. Odore di salsedine al fuoco.

Negli orecchi il tempo scandito dalle cicale e dal cigolìo degli ingranaggi da oliare, cui avrebbe pensato il nonno.

Con la guancia destra scavata nel cuscino dal bottone bollente e un piede penzoloni, osservavo il mio mondo con un solo occhio, dal basso, mentre Briciola, lo yorkshire dal codino alla Roby Baggio sulla fronte, stanava i ricci di terra e le lucertole che si intrufolavano in casa. E’ lì che ho scoperto di amare le cose fragili, quelle che lo sono solo in apparenza. Come i fiori di cera che abbracciavano il muro di fronte al dondolo.

Tenerezza.

Fragilità esplosiva di pulsione di vita. La bellezza era custodita nel secchiello pieno di acqua putrida e paguri. Non hai debiti e forse neppure crediti. Ricevi tutto senza sensi di colpa. Barattavi un ultimo posto in doccia pur di trattenere sulla pelle i merletti di sale, per non lavare via i ricami della felicità.

Doccia fredda.

Bellezza.

Onomatopeico sinonimo di felicità e di mare. Lavarsi era un rito. Una pratica da compiere in squadra, con le taniche di acqua potabile lasciate al sole a riscaldarsi.

Ricordi di odore di basilico che si tuffava nella salsa quando ancora la tua bava inumidiva il cuscino del letto.

Colazioni in pigiama al sapore di merendine comprate dal bagagliaio di un furgone-  just eat ante litteram, mentre speri che il tuo costume preferito abbia avuto il tempo di asciugarsi.

Quante volte l’ho indossato ancora umido e freddo, slegato dalle mollette della rete del terrazzo ancora non assolato.

La malinconia è subdola come un taglio con la carta. Non immagineresti mai che un oggetto così puro e sottile possa tramutarsi in una lama infuocata.

E’ sangue, carne e resistenza. E’ coraggio del sentirsi. E’ coraggio della retorica.

Sugli scogli, davanti al velluto illuminato dalla polvere di Apollo, mi congedo dalla persona che ero e lo uso per ripensarmi, per osservarmi e osservare il mondo che amo follemente, nonostante tutto.

Tutto.

Szymborska scriveva che tutto è una parola sfrontata e gonfia di boria. Andrebbe scritta tra virgolette. Finge di non tralasciare nulla, di concentrare, includere, contenere e avere. E invece è soltanto un brandello di bufera.

Il mondo che io amo è fatto da cose che sono talmente evidenti che mai nessuno prova a considerare.

E’ fatto da molteplici orologi che segnano tempi differenti con lancette a 3 dimensioni. Se saremo in grado di osservarle, allora potremo vivere non solo il tempo in cui viviamo, ma anche quello dei pensieri di persone vissute prima di noi, che hanno salvaguardato la bellezza, lasciandoci un mosaico immortale.

L’acqua ha memoria. Questo l’ho imparato una sera grazie al saggio Olaf e alla regina Elsa e Anna di Frozen.

L’acqua è quel vhs che vorresti non si logorasse mai. Come se i coriandoli della tua memoria fossero lì in quel nastro.  Casa.

Quando torni sulla terraferma, alla civiltà della città, trasportando granelli di sabbia tra le dita dei piedi e ti capita di passare la lingua sulla bocca, ti accorgi che al mare non vai solo per cercare qualcuno o qualcosa ma per imparare a conoscere una persona importante e quella sei tu.  E’ tutto rimescolato e riordinato. Ordine e caos. Armonia.

Non è mai troppo tardi per riempire le tasche di conchiglie e, nonostante il loro peso, concedersi di danzare sulle onde e sentirsi tempesta nella profondità.

Passioni.

Se ne abbiamo più di una allora siamo invincibili; è  la nostra più potente armatura nel momento in cui un virus deciderà di sovvertire l’ordine mondiale delle cose.

Le passioni sono  i tatuaggi sullo strato invisibile dell’epidermide, la mano delicata che scava  contro le macerie dei terremoti interiori, la guancia calda che coccola la tua nelle giornate gelide.

Nell’anima nessuno comanda. Lei resta dove si incanta. Pessoa aveva ragione.

E allora sono qui, sullo scoglio che ha segnato la mia pelle e chiudo gli occhi.

Sono viva.

24 Dic

Adda’ passà a nuttata!

Sono le 15.20 del 24 dicembre del duemilaventi. Sono davanti al pc e scrivo.

Fine.

Basterebbe questa frase per comprendere la portata rivoluzionaria di questo Natale in un mondo pandemico.

A quest’ora, in un anno qualunque, da quando ho memoria e contezza della realtà delle cose che accadono intorno a me, al di fuori dell’ immaginaria storia che scrivo nella mia testolina in modo parallelo a quella che vivo, a quest’ora dicevamo,  la regina Madre avrebbe già dato di matto.

La follia si evince da evidenti tratti distintivi: tono di voce superiore di  3 ottave, patologica ossessione che il cibo non possa bastare mai, così forte da obbligare una persona a turno a indossare un cappotto per essere pronta a entrare in un supermercato e salvare il cenone dalla triste e misera inedia; si sceglie accuratamente la tovaglia, che poi è sempre la stessa da saecula saeculorum e quando lo si fa notare, gli occhi della Regina Madre da verdi si trasformano in rosso focara di Sant’Antonio con tanto di strozzato pianto interiore e lapalissiana tendenza a farti ricordare che il tavolo di casa non è “normale” (che manco un pezzo di legno lungo sul quale mangiamo poteva esserlo a casa nostra) e trovare pezzi di stoffa che possano coprirlo non è semplice. Mutismo. Selettivo.

Vai avanti e procedi nel tuo compito assegnato.

Sì, perché il Natale a casa mia è rigorosa e meticolosa osservanza di riti apotropaici, la cui preparazione viene decisa durante l’ultimo boccone dell’ultimo piatto mangiato durante la festa di Sant’Oronzo il 26 agosto. La festa dell’Immacolata è un test. Un rodaggio di resistenza e resilienza, un esame a cui non puoi e non devi essere bocciato.

Prima dell’era “gruppi di whatsapp”, la regina Madre coadiuvata dalla Regina Madre Superiore, inizia il tour telefonico, tipo chiamata alle armi insomma, in cui si apre la prima fase:

Fase1: riunione telefonica per decidere la riunione per decidere il chi, il come e il quanto, perché per fortuna il quando, ce l’ha già imposto gesù bambino. Parola chiave: decisione!

Fase2: riunione “In presenza”. E’ la fase più divertente ma anche patologica che possa esistere. Il consiglio dei Ministri, per stilare i vari Dpcm di questo meraviglioso anno, ha chiesto l’aiuto da casa componendo il prefisso 0832, con tanto di chiacchierate in dialetto con la promessa di un pacco da giù. Muniti di quaderni, penne ed evidenziatori, le “femmine” delle varie casate danno vita a dolci melodie pennute, mentre i “maschi” si accasciano sui divani intimando di svegliarli appena tutto sarà finito e per tutto si intende il rientro dalla Befana. Si vola alto. Altissimo. Che il Natale non è mica una domenica bestiale qualunque. Ormai siamo abituati a mangiar da Cracco grazie a MasterChef e fare dolci che Igino levati proprio. Ed ecco che entra in gioco la politica. Il partito della tradizione vs il partito dell’innovazione. Il primo, capitanato dalla Regina Madre Superiore, è teatro puro. Commedia dell’arte. Napoli ricorda ancora la sua performance migliore. Il plot? Si punta alla compassione e ai sensi di colpa sui più giovani, iniettando in vena il farmaco della memoria. E’ di fondamentale importanza scrivere ed evidenziare sul quaderno che si potranno pure creare piatti gourmet, ma bisogna passare sul cadavere della Regina Madre Superiore se non le si lascia l’onore e l’onere di pensare ai soli 300 piatti della tradizione culinaria leccese dei giorni in rosso natalizio. Il partito dell’innovazione ci prova. Le nobil-donne delle casate non si arrendono, attingendo a tutte le fonti di creatività. Si guardano negli occhi, scrutano il nemico, in un misto di paura, mistero e ammirazione. Annotano le idee.

Fase 3: divisione dei compiti, moltiplicati per i giorni di festa. La dimora della Regina Madre è una costante che non può e non deve diventare variabile, pena una pandemia devastante. Ah, questa è un’altra storia.

Spoiler- sui 300 piatti della tradizione, la Regina Madre Superiore con l’aiuto del Padre di colui che si festeggia nella mangiatoia, attua la moltiplicazione dei pani e dei pesci e non si sa mai bene come, il bagagliaio sforna teglie che Mary Poppins è entrata in analisi dopo aver osservato la maestria della suddetta.

Il Natale a casa mia è sempre stata una tragicommedia. Abbondanza. Rumore. Discussioni lunghe 3 giorni, messe in pausa e poi riaperte per altri 3 giorni. Quantità.  Abitudini. Le cose che restano sempre intatte. Parole che sai già quando saranno pronunciate. Risate fragorose che fanno male le costole. Come quella volta che si decide di prendere un vestito di Babbo Natale in prestito da un amico salumiere. Era come indossare caciocavallo e salame ungherese. Risate che restano immortali.

E poi ci sono gli odori. Io le ho testate le fragranze delle nuove candele limited edition Natale 2020 o le creme corpo create dagli elfi. Ma mai nessuno riuscirà a imbottigliare quella magia olfattiva che ti pizzica e stuzzica mentre studi, china sui libri, incosciente e pronta a illuderti di cambiare il mondo. Mentre niente e nessuno può distrarti dalla secchionitudine, una squadra di donne in cucina scrive la storia dell’eterno. Buccia di mandarino e olio bollente e nota alcolica che abbraccia un tenero pan di spagna. Mandorle che diventano pasta e si trasformano in pesce dall’occhio di cioccolata e colorati zuccherini che nessuno mai mangerà, adagiati sul piatto di portata, rigorosamente scansati e per sempre incollati dal miele del pucceddruzzo.

Darei indietro tutti i miei esami universitari pur di sentire ancora quell’odore che invadeva casa per giorni, intrappolato in ogni fessura e sugli abiti del giorno prima. E tu sei felice, nel frattempo. Come dice il buon Tabucchi, le persone possono essere felici nei loro frattempi.

Quella squadra di donne capitanata dalla Regina Madre Superiore è la condivisione ante-facebook. La storia di instagram prima che fosse creato. Testimonianza. Mani che toccano e bocche che parlano per raccontare, perché sia fatta la storia, La storia, dei ricordi vissuti occhi dentro occhi. L’assaggio è obbligatorio, pena la morte, quasi. E si canta. Anche quando le ferite sono ancora sanguinanti, anche quando la morte ha spalancato tutte le porte facendo volare pezzi di noi, anche quando le rughe diventano sempre più belle e le cartilagini più deboli, si canta per esorcizzare la paura, per ribadire che siamo vivi per i vivi e per chi quel vento se l’è portato via.

La regina Madre Superiore canta di continuo. Ininterrottamente. O parla o canta e a volte riesce a farlo anche in simultanea. La tv è accesa h24. Ha bisogno di non sentirsi sola. Mai.

 Da Nilla Pizzi a Renato Zero, da Paolo Conte a Iva Zanicchi nella versione pre centoooo centoooo centooo. Mi stringeva il mignolino nella sua 126 bianca in cui entravamo in 6 e mentre cambiava la marcia della macchina, cambiava anche canzone. Sicurezza. Erano momenti di vita quotidiana, sempre gli stessi, momenti che ti facevano sentire parte di un cosmo che ti voleva, che ti stringeva il mignolino con le sue certezze, perché ci sarà sempre qualcuno che se ti ama ti chiede se hai mangiato e ti canta una canzone al telefono e io quei momenti li ho vissuti sul serio, non erano un sogno, li ho fatti miei, sono miei e la vita è meravigliosa, malinconica e allegra al tempo di un cambio di una marcia di auto.

A casa mia, Natale significa-(va) spettacolo. Un anno ci ho persino comprato la colazione con il cachet diviso con i debuttanti della cuginanza srl. Che a noi ci piace ridere assaje. Prendendoci in giro. Ironia.  Bellezza.

Sono certa che questa parola così pregnante e importante per me provenga da quei giorni che profumano di mandarino e cannella. L’ho respirata, sfiorata, fuori tempo e senza tempo.

Attese lunghe una cotta di frittura. Cura.

In questo tempo sospeso e che mai avremo indietro, penso ad Arya.

Vorrei donarle pezzi di storia che ho avuto la fortuna di scrivere e vivere. Vorrei consegnarle in dono la spensieratezza, la presunzione, la “moltezza” dei giorni dei Natali passati, di quando i pensieri sono sempre stati pesanti ma la leggerezza calviniana era più coraggiosa. I nostri figli sono fortunati. Questo è da scrivere a caratteri cubitali. Nonostante tutto. Crediamo siano così immensamente fragili che proviamo a disegnare per loro un mondo un cui non esista il “nemico”, in qualsiasi forma e sembianza possa svelarsi.

Io ci provo, sul serio. A parlarle di un mondo di persone che possano fidarsi vicendevolmente, in cui gli errori sono ammessi e il perdono è il più audace tra i doni. Ci proviamo a mostrarle la strada della paura. Che si può percorrere, tutta quanta. Che la perfezione è da scarabocchiare e che si deve cadere per sentirsi parte di un tutto che è colorato. In un attimo di lucidità, realizzo che io sia stata una piccola coccinella che ha permesso di trasportarla da noi e che non mi appartiene. Vorrei insegnarle il potere della risata. Farle sentire il suo fragore ed educarla a riconoscerlo. La risata che rende magico un momento. Quella che viene dalle vene. Ma anche la bellezza nascosta dietro una lacrima scaturita da un’emozione.

Natale, per esempio, è il periodo dell’anno in cui piango di più. Lacrime in cui dimora una gigantesca forza che mi spinge a sentirmi viva. Caos emotivo. Confusione. Presenza. Assenza.

E’ nella perdita che si trovano cose inaspettate. E’ nella confusione che si varcano i confini di spazi impolverati e dimenticati.

A Natale mi metto sempre un po’ in discussione. Molto spesso resto delusa ma non importa. Significa che ho vissuto sul serio. Pianificare fa rima con odiare, se stessi e la possibilità della scoperta di nuovi orizzonti. Andare in frantumi.

Il venti –venti ha accelerato questa operazione-rivoluzione interiore.

Ho lentamente imparato a evitare di riflettere la mia immagine nello stagno con l’acqua gettata dalle etichette degli altri. Eccesso.

Ci hanno insegnato che la fragilità è una colpa,

invece spesso le cose più belle dell’esistenza

sono fragili, vanno protette

e allora anche al perdere

diamogli un’accezione bella.

Come perdere i pregiudizi.

Oppure quando capita di perdersi

in una città nuova

e per conoscerla ci affidiamo a uno sconosciuto.

Perdere, perdersi, per comprendere meglio.”

(Ezio Bosso)

Il mio desiderio, in questo atipico e fuori-luogo periodo natalizio, è quello di educare mia figlia alla consapevolezza. Quella che ti fa agire senza dover piacere a tutti ma con l’innata sensibilità di provare empatia per la felicità o il dolore altrui e poter fare qualcosa, se necessario. Riconoscere la strada interrotta dalla sofferenza e averne cura e rispetto, per sé e per gli altri. Quel rispetto che ho visto massacrato da ogni forma di sgradevole e illusoria onnipotenza umana, di chi pensa di sfidare la sorte, di chi “meglio vivo e vissuto oggi che morto chissà quando” fanculo il covid faccio quello che voglio”.

E’ che facciamo più caso alla pioggia che ci bagna, ci sporca e ci rende tristi, restando intrappolati, con la testa bassa, infastiditi dalla pozzanghera, ma il colore del cielo quando piove, lo conosciamo sul serio?

Dovremmo trattare le parole piene di odio come i cuochi usano le spezie e quelle piene di amore sincero come lo sguardo degli astronauti in orbita.

Ri-conoscere. Conoscere nuovamente l’importanza dell’assenza che si fa presenza. La mancanza. Persino di tutto quel sub-strato natalizio che ci infastidiva, procurandoci un’orticaria che durava il tempo di una vacanza. La mancanza. Di rituali, intrecci e incastri di incontri e scontri. Di quando “si scendeva” dal norde e la prima domanda, appena sbarcati sulla luna salento era: emmmoh quando ve ne andate?

Amicizia. Di quando, se volevi trovare un amico “emigrato”, sapevi che c’era un luogo, certo e comprovato da anni di statistiche accurate: il caffè letterario( si chiama caffè letterario ma io, in anni e anni di onorata carriera,in qualità di  amica di persone che lo hanno frequentato, non ho mai visto nessuno bere quella bevanda in tazzina).

La mancanza. Degli auguri porta-a-porta che Vespa levati proprio, città-periferia-paese. Che ti ci devi sedere per forza a tavola, dopo aver mangiato l’equivalente in lunghezza dei lavori per la Salerno- Reggio Calabria e non puoi rifiutare, mai dire di No ad una mamma-zia-nonna dei tuoi amici, con l’imbarazzante momento sguardo-pietà che si scioglie solo dopo i primi sorsi dell’ennesimo caffè della giornata e il piatto di dolce fatto in casa aperto proprio per l’occasione. In pochi secondi ti chiedi il motivo che ti ha portato a non chiedere al tuo amico di incontrarti sulla tangenziale, ma poi, osservi la rughetta che l’anno prima non solcava il viso della mamma, ascolti i racconti della lontananza o gli emblematici eventi che hanno scandito il tempo passato.

Ed è in quel momento, tra presepi e alberi di natale scintillanti e a volte imbarazzanti, che sospiri e ti immergi nell’aria che sa di certezze.

Le piccole cose. I cerotti sulle ferite della propria solitudine, gli evidenziatori, i fari sulle persone che restano. Sono proprio loro i luoghi dove fermare la nostra frenesia e incontrare la nostra anima.

Quelle persone che odorano di Natale, tutto l’anno.

E allora va bene così. Non ci sarà nulla di quel magnifico caos nel quale sguazzavo ogni Natale. Ma ci siamo. Siamo qui. Tutti o quasi tutti.

Vivi, nonostante tutto!

Buon Natale. Addà passà a nuttata.