21 Gen

L’angolo della Benetton

L’angolo della Benetton

Per chi non fosse di Lecce,( ma Lecce Lecce? Sì di Lecce) l’angolo della Benetton è un luogo fisico e metafisico posto nel centro della città, il posto più noto ai piskelli che prima ancora di truccare il loro motorino, prima ancora di radere i propri capelli con a-variati-disegni nella speranza che qualcuno riesca ad interpretare la loro opera d’arte, àncoravano letteralmente le proprie membra in quell’angolo,nell’attesa di navigare per mari e oceani.

Circa un anno fa è calato il sipario su un pezzo di vita di ciascun leccese, si è oscurato il canale che trasmetteva programmi di amicizia e incontri, la luce ha lasciato il posto al buio delle vetrine vuote, la stazione radio M2o ha smesso di trapanare il cervello e solo il silenzio si ode mentre si giunge il quel luogo-non luogo. Per capire l’importanza del suddetto, provate a immaginare Luciano Onder senza i suoi scoop salutistici sulle emorroidi, Linus senza la sua coperta, cercate di appropriarvi della visione di un Fedez senza i tatuaggi del collo o un Carlo Conti senza la possibilità di ricevere i suoi raggi ultravioletti quotidiani. La chiusura del negozio ha totalmente sconvolto le nostra vite, rovesciato i parametri, trivellato i punti di riferimento di numerose generazioni. Dicono che siano molti i padri e le madri che continuano a fare la posta, dandosi il cambio al volante per sgranchirsi le gambe e ascoltare la voce della minzione, in cerca del loro amato figlio, il quale aveva espressamente riferito loro di poterlo prelevare come un pacco celere al solito posto, alla Benetton.

Quell’angolo è la scatola in soffitta piena di polvere che cerchi nei momenti in cui affondi il cucchiaio nella nutella o nel gelato da 1kg, è il risveglio dopo una notte brava, nel posto giusto con la persona giusta, è il simbolo della mia pubertà/adolescenza, è la storia di milioni di storie che mi riguardano e che appartengono alla mia generazione e non solo. L’angolo della Benetton è lo spartiacque, tra una vasca e l’altra, tra piazza Mazzini e piazza sant’Oronzo, è il camerino in cui ti prepari per la sfilata del sabato sera. E’ il limbo, come lo era quell’arco di tempo generazionale legato alle scuole medie, tra gli 11 e i 13 anni, in cui ci si sente grandi a convenienza, in cui i maschietti hanno iniziato a pensare con una mano, quasi sempre la stessa e le femminucce a percepire il potere del corpo.

3 anni di pura libidine inconsapevole, in cui la bruttezza si impossessa di ciascuno di noi, ci circuisce, ci rapisce e non vuole neppure il riscatto. Perché sì, tra gli 11 e i 13 anni si è brutti, ma brutti brutti brutti, oRendi direbbero a La Sapienza. Verdastri baffi verdi su gambe, minuscole protuberanze in fiore,un discutibile senso dell’estetica e peli, peli come se non ci fosse un domani. L’abuso(in gran segreto) di creme depilatorie compare come la più grande fortuna dei centri estetici attuali. L’essere teenager nella seconda metà degli anni ’90, diciamocelo, è stata una grande figata. Era sempre l’ora di educazione fisica. Un guardaroba pieno zeppo di tute acetate rigorosamente Adidas o ADADES per i meno abbienti che si rifornivano dalle bancarelle della chiazza il lunedì o venerdì mattina, e se non ne avevi neppure una, beh, eri proprio out e a nulla sarebbe servito  incontrare Enzo Miccio sulla via della perdizione. Qualche anno dopo il nuovo millennio, si seppe in giro che fosse stata messa una taglia su tutti i parrucchieri che tra il ‘95 e il ‘99 applicarono il taglio “fungo” ai capelli di tutte quelle farfalline e pisellini volanti. Nella seconda metà degli anni Novanta, si contano casi di funghite cronica in ogni famiglia. Almeno un componente su 4, godeva di quella particolare acconciatura. Ma a noi sembrava la cosa più fashion che potessimo sperimentare, insieme allo zainetto della Mandarina Duck che anche “spellato”,come le foderine giallognole dei libri che a fine estate ti costringevano a mettere sul sussidiario per proteggerlo dalle paure e dalle ipocondrie, era straordinariamente cool. Cccè te prego.

Tra gli 11 e i 13 anni, in quel purgatorio tra l’inferno della maturità che tu vuoi, fortissimamente vuoi e il paradiso dell’essere nella fase pre-adolescenziale cui è concesso praticamente tutto perché sòregazzini,hai in mano il potere, possiedi il tesssssoro,l’archengemma dei nani, l’ illusoria libertà di uscire il sabato sera o di andare a pranzo, rigorosamente a turno, a gruppi di 4 per entrare tutti nella stessa auto, in casa delle amichette per la pelle, del cuore, del sangue condiviso da una puntura di spillo e il per sempre è per sempre e non ci sarà mai fine al nostro amore di amiche che si amano di bene, tvukdbkkkkkdb.

Così, dalle 13.30 di ogni sabato, una mamma su 4 godeva dello stesso sguardo della Carfagna nel peggiore dei suoi periodi, ospitando gruppi di farfalline maleodoranti e affamate e pronte a sopperire  al loro obbligatorio silenzio in classe, in quei minuti che rendono aggregante un pranzo di famiglia. Era tipico che dopo un pranzo fuori, tornando a casa, scaricassi tutta la mia rabbia contro una madre che non usasse preparare i sofficini findus. Che poi sto sorriso era fasullo. Tutte le altre mamme sono brave, comprano la coca cola, la fanta e i sofficini. E allora perché non chiedi alle altre mamme di adottarti?

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Avrei rischiato la chiusura in un collegio non ben identificato ma sempre sfoderato come il peggiore dei mali che potesse capitarmi, se solo fossi stata una cattiva bambina.

Ma poi con chi tornate? E dove vi dobbiamo lasciare? E cosa mangiate? Il papà di Pinca ha detto che può portare a casa anche Pallina, tanto è di strada. Ci troviamo all’angolo della Benetton.

Prima di uscire non ci si preparava, ci si allestiva. Nel gruppo, ero sicuramente una tra le meno accessoriate di elementi superficiali a metà tra il collo e l’addome. All’epoca ci tenevo a mettere in mostra una mercanzia inesistente. Così, spalleggiata dalle mie amikexsempreforeverandever, si dava inizio all’allestimento. Chilogrammi di cotone come neve in Russia, come milioni di batuffoli strappati all’alcool denaturato e al deretano di qualche anziano signore, dimoravano senza un regolare contratto in un top cotonella color beigiolino, per non dire proprio cacchina di piccione, accuratamente posizionati sui minicapezzoli, la cui fisiologica e naturale crescita era paragonata ad un’ampia varietà di frutta secca, dalle noccioline alle noci. La make up artist di turno, quando non poteva usufruire in gran segreto dei trucchi della madre o delle sorelle maggiori, sfoderava l’ultimo gadget del Cioè, la Bibbia delle teenager degli anni 90. Dubbi? Perplessità? Timori? C’era Santo Cioè a cui rivolgersi. Stamattina, mentre inciampavo sulle scale, Rocco mi ha guardata. Capisci? Mi ha guardata. Ora che si fa? Avrei potuto partorire 9 mesi dopo per uno sguardo di tale entità? Rispondeva Cioè.

Cara Samantha…

cioè

…To be continued…