12 Set

STAND BY ME…

Durante la visita dell’ottavo mese  ho scoperto che, oltre a non essere immune alla toxoplasmosi, non lo sono neppure dagli errori, giganteschi sbagli che un genitore commette e che ricadono sui figli e così tu hai deciso di posizionarti troppo vicino al traguardo, nonostante manchino 56 giorni alla fine della gara.

Scusa,

perché ho commesso uno dei più grandi errori da quando ci sei e ancora non sei venuta al mondo.

Ho creduto che, per il solo fatto che mi abitassi fossi me o per lo meno, come me.

Scusa,

perché nell’ultimo mese sono stata scioccamente egoista; ho premuto l’interruttore del controllo, quello che avevo spento, dimenticato o forse oserei dire nascosto al tuo arrivo.

Il controllo ha prevalso; ho permesso che vincesse  la nostra piccola battaglia, anzi, la mia, perché tu non l’hai mai voluta.

Scusa,

perché tu non mi appartieni.

In questo delicato mese, avrei dovuto considerarti come il libro più antico che sia stato mai trovato, nel luogo più sacro che potesse ospitarlo, letto in religioso silenzio e trattato come chi sa che oggetti di tale portata sono un’eterna rarità.

Sei solo in prestito, pronta per appartenere alla bellezza, all’ingenuità, alla purezza, alla forza disumana che  un neonato possiede.

Scusa,

perché ho lasciato che il serpente della perfezione mi mordesse un’altra volta ma, ora, ci sei tu e non dovevo permetterglielo mentre mi abiti, al culmine della tua fragilità, quando vorresti solo protezione.

Scusa,

perché mi ero abituata a te, tu che scalci in continuazione, che fai le capriole e ti muovi a ritmo del jazz.

Ho ricercato fuori l’eccellenza, quando invece, ho tutto dentro.

Sei tu la mia forma suprema di perfezione. Ma, il piacere di fare tutto il possibile per gli altri, la ritualizzazione delle abitudini del quotidiano in un’iperattivismo che resiste e impedisce ogni forma di riposo si scontrano, evidentemente, con la mia condizione, che non prevede più la visione ideale,militarizzata e rigida dell’IO.

Mi ha fatto visita quel demone che non accetta la fallibilità e la fragilità ma ammira e premia il controllo infallibile e l’approvazione universale, presentando al mondo esterno, ma soprattutto all’Io, un’immagine luminosa e argentea, al sicuro dalla realtà buia e dall’angoscia dell’abbandono. Quel demone ha sempre odiato le pause, i rallentamenti, gli stop, nella corsa sfrenata della vita.

Eppure, ancora una volta, tu mi hai salvata. Sei riuscita a ricordarmi che si può mettere fine ad una guerra interiore che non porta da nessuna parte.

Mi hai ricordato che quella forza di volontà di cui sono stata capace in passato per distruggere, per cadere e per risalire dopo aver toccato il fondo, la posso incanalare per qualcosa a mio/nostro vantaggio e non ho bisogno di inventarmi una ragione per migliorarmi, perché quella mi abita dentro, ogni singolo istante, da 8 mesi.

Ancora una volta sei tu ad insegnarmi che non è sempre tutto o niente. Che non si può esercitare su se stessi un controllo totale o esserne del tutto privi. Rinunciare al controllo è incredibilmente spaventoso, ma la motivazione è indubbiamente più grande della paura. Sarei ipocrita e commetterei un altro incredibile errore se dicessi di non averne. Paura di essere abbandonata, paura di non essere alla tua altezza, di non essere la madre che avresti un giorno voluto, paura di ciò che penserai di me quando il mondo ti apparterrà.

Quel demone mi ha resa vulnerabile ma al tempo stesso capace di reagire prontamente a ogni singola avversità. Il famoso lato oscuro mi ha dato la possibilità di osservare il mondo con altri occhi, con quel meraviglioso stupore che spero avrai ogni  giorno.

Ancora una volta sei tu a farmi un regalo. Mi hai donato pazienza. Nella vita nulla è sprecato, neppure quel tempo trascorso a sentire il battito del cuore, in silenzio, mentre fuori tutto si muove freneticamente; neppure quel tempo trascorso a toccare una pancia che cresce e deve crescere, perché ancora troppo fragile è quell’essere che vi dimora, troppo etereo per essere risucchiato dal vortice della bellezza e dell’inferno che chiamiamo vita.  Amarti è estremamente facile. Nell’ultimo mese la cosa più difficile è stata permettere a me stessa di lasciare che tu mi amassi, intrappolata come ero nel gelido ideale imposto.

E allora, se puoi, perdonami e fallo regalandomi debolezza, fragilità, sottovalutando le qualità che portano al successo e alla supremazia. Non essere mai Me, non essere mai come me, sii Arya, la versione migliore di te stessa giorno dopo giorno e mai la fasulla proiezione di chi ti vorrebbe in un modo o nell’altro.

Dotati di una profonda e acuta sensibilità, prenditi del tempo per dimenticartene, perditi nella contemplazione della bellezza, lasciati tentare dalla vulnerabilità e dalla curiosità di scoprire che esistono mille modi per essere eccezionalmente imperfetti.

Non negarti mai bisogni e desideri e non nutrire la tua autostima attraverso valori che non ti appartengono.

Aristotele ha detto che le persone perfette non combattono, non mentono, non commettono errori e non esistono.

Così posso dire di essere la persona imperfetta più felice che esista, perché voglio combattere per te, mentire per te per proteggerti, commettere gli errori che ci fanno esistere, amando prima me stessa.

Imparando a perdere tempo, imparo a guadagnarlo, concentrandomi su di noi, per vivere pienamente il presente, al di là del tempo senza tempo in cui ho vissuto per anni.

In questo mese e mezzo che spero ci separi dal conoscere il tuo visino, i tuoi piedini da Gollum e il tuo enorme cuore, avrai modo di perdonarmi, potrai scavare la pietra, scardinarmi, insegnarmi a sentirmi viva come è l’anima più intima di fronte a se stessa. Così ti chiedo, per favore, resta, resta con me!

https://www.youtube.com/watch?v=Ky0x3_0li2I

 

20 Mag

Tu CHIAMALO, se vuoi, FETO di emozioni!

Quando ero piccola, le domeniche mattina mio nonno suonava al citofono, glorioso e fiero dei suoi doni, portava a figli e nipoti i frutti della sua terra e porgeva, come il miglior tesoro mai trovato, le uova appena “sfornate”, freschissime perché calde, ordinando di berle subito. E lo faceva con quelle mani ustionate dalla passione per quella terra rossa, sporche di amore viscerale per la sua campagna, tracciate dai segni di ore trascorse a raccogliere il frutto o la verdura migliore. E certo non gli chiedevo se avesse lavato quelle mani prima di donarmi la sua gioia o se avesse con sé l’amuchina per lavare i gelsi dal colore intenso o le prugne dalle forme variegate e strane. Era troppo divertente scoprire l’animaletto che si era appiccicato sopra, la lumachina che aveva trovato riparo o forse semplicemente sbagliato strada, catapultata in una casa di città e destinataria dello stupore di noi piccole. “quista è tutta robba noscia, tutta frisca e bbbona”.

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In campagna, dal nonno, andavo spesso. Cani, gatti, galline, un tempo anche cavalli. Alberi enormi su cui ho sempre fantasticato per avere la casa di Dodò dell’albero azzurro e mi sporcavo, giocavo a bocce con lui, anche se ora lo so che mi faceva tirare solo il boccino e segnare i punti, ma io ero felice lo stesso.

Scappavo dalle api, dagli insetti che flirtavano con la frutta marcia caduta per terra, raccoglievo le prime fragole, minuscole ma succose e le mangiavo dalla piantina come fossero pacchi di zigulì.

Mi incollavo con la resina,  mangiavo la resina, piangevo per la resina che rovinava quel vestito tanto grazioso.

A quell’età non ero ancora cosciente del fatto che, passati un po’ di anni, sarei diventata allergica a questo e a quell’altro. Se spuntava un gatto, lo accarezzavo, lo prendevo per la coda, gli parlavo ipotizzando di essere la bella e bionda  Sailor Moon  con la gatta Luna.

Rinunciando amaramente alla piega bucolica che sta prendendo questo post, trascorsi circa una ventina di anni, se guardo una gatta penso solo ad una cosa e questa è: TOXOPLASMOSI.

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La toxoplasmosi è una malattia infettiva, causata dal protozoo Toxoplasma gondiiparassita intracellulare obbligato diffuso tra imammiferi e gli uccelli. (Dio abbia in gloria wikipedia!)

Contrarla in gravidanza, è molto, molto, molto pericoloso.

Dovrai studiare attentamente, imparare a menadito, scolpire nel tuo cervello come le tavole di Abramo tutto ciò che ogni giorno della tua vita e di coloro i quali disgraziatamente ne fanno parte,  dovrai compiere, almeno fino al parto, giorno della liberazione di tutti gli esseri umani a me vicini, il 25 aprile delle loro esistenze.

Scadere e cadere nella trappola della psicosi, alternata a fissazione e instabilità mentale è semplicissimo.

Il dio google in questo non aiuta, anzi, affonda la nave della ragionevolezza e a restare, l’amico Schettino dell’ignoranza che si impossessa di te e non ne potrai più a fare a meno.

Chilate e litrate di amuchina saranno in cima alla lista della spesa. Se sei invitato per pranzare o cenare con qualche tuo vicino parente o amico caro, con fare circospetto ispezioni la cucina, porti con te il responsabile del reparto investigazioni scientifiche per esaminare tutto ciò che passerà dalla  bocca per arrivare nella pancia, se si tratta di cibi crudi.

Con estrema dolcezza fasulla e con occhi da invasata, chiederai gentilmente se la carne è stata ben cotta, se i formaggi sono pastorizzati e se gli insaccati possono sparire dalla tavola, come anche quel dolce che allieterà i loro palati dopo il gustoso pasto, ma non il mio, perché è un tiramisù con uova crude.

E viaaaaa con le liste di cibi codice rosso, out of order, bollino hot.

E tutto questo per quella mezza banana che ha occupato il mio utero che cresce a dismisura, per quell’alieno che non sento e non vedo ma esiste e mi fa fare cose per le quali, in condizioni “normali” mi vergognerei come Antonio Razzi se avesse dignità.

Mi sono letteralmente trasformata in una camionista vestita da piccola lady.

Non passa giorno in cui, la mia attività principale, non sia emettere sonanti ruttini conseguenti all’immissione di cibo nel mio corpo. Non passa giorno in cui, seduta sul divano accanto alla persona che hai sposato e che conosci da 8 anni, il suo amorevole sguardo non sia contraccambiato da un suono degno dei migliori camionisti del Texas, mentre le più accese conversazioni tra te e lui riguardano quanta aria nella pancia hai avuto durante l’arco della giornata o se sei stata in grado di dare la svolta  del momento, la buona riuscita dell’emissione dell’immissione, il dare e avere per eccellenza.

E ti ascolta. Ti compatisce. Ride di te e con te.

E’ questa la chiave di volta, l’emblema della condivisione, il punto di incontro, il reale prendersi per mano e camminare insieme.

Ridere. Dare uno schiaffo alla vergogna, ai sintomi, alla psicosi, alla toxoplasmosi, al terrore, alla solitudine.

Ridere insieme, ridere di me, della mia pancia da alcolista anonima o da “t’ha futtuta le purpette della nonna ahhhh”, del mio desiderio di parmigiano, delle pubblicità per i prodotti contro le smagliature che tutteoradovevanotrasmetterle, della cellulite che ho e che avrò ancora di più, del seno che prude, della cacca che sembra di vetro per quanto fa male.

Ridere di chi ti guarda e ti chiede con aria pastorale e parrocchiale se sento il miracolo dentro di me e tu, con aria da Gene Simmons dei Kiss e Marilyn Manson, vorresti dire la verità, cruda come le verdure che devi lavare accuratamente centomila volte per evitare la toxoplasmosi. La verità è che il miracolo ancora non lo sento, perché sono più attenta a stare bene, sono più terrorizzata dal fatto che quel coso di nome feto cresca e diventi un bambino a tutti gli effetti, così che mamma e papà possano chiamarlo per nome, possano sentirlo, possano dare concretezza al tutto. La verità è che il miracolo come lo chiamano loro, lo vedo solo quella volta in cui attendo seduta tra le altri gestanti, nello studio della ginecologa. Quella volta in cui quella cosa di nome feto, minuscola, impercettibile, pulsa e senti il battito del suo cuore. Quella volta in cui conosci l’istinto omicida, come una leonessa che protegge il cucciolo, quando, durante la translucenza, il medico tira “botte” con l’ecografo sulla tua pancia, cercando di far mettere in posizione quella cosa di nome feto, per misurare il liquido presente nella regione della nuca e stimare eventuali malformazioni.

La verità è che il miracolo quella cosa di nome feto l’ha già compiuto. Mi ha salvata.

….continua….