25 Giu

“Il giorno più bello? Oggi. L’ostacolo più grande? La paura. La cosa più facile? Sbagliarsi. L’errore più grande? Rinunciare.”

“Si sa che i genitori di solito tendono ad assecondare le richieste dei propri piccoli, nei limiti del possibile, però si distinguono in 2 categorie: quelli che farebbero qualsiasi cosa purchè il figlio diventi QUALCUNO e quelli che sminuiscono le sue fantasie perchè con l’arte non si porta il pane a casa. La categoria di quelli normali, che ti accettano per quello che sei, io non l’ho ancora incontrata”.

Lo ha scritto Maria Francesca Garritano, etoile della Scala, dopo essere stata allieva dell’Accademia di danza più prestigiosa in Italia.

Quando ho scoperto di essere incinta di una mostriciattola col nastro rosa, si è spacchettato dinanzi a me un vaso di Pandora sui luoghi comuni universalmente riconosciuti validi nella nostra Italica patria.

Oltrepassata con sospiro la fase della “stregoneria alla Vanna Marchi dei poveri” sulla lunghezza e rotondità della panza, con cui si determina il sesso del nascituro, il nucleo, il quid, il nodo cruciale è diventato quello di far indossare l’abito professionale dei nostri feti sulla base di come se la godono nella PLACENTA SPA & WELLNESS.

E così, si schiera la tifoseria della squadra bianca e quella della squadra blu, ritrovandoci (nel luogo più comune e universalmente riconosciuto come tale e reale) a contrattare due opzioni:

  • Musica di Super Quark in sottofondo, grazie- Aria sulla quarta corda-

È quando testicolo e ovaio si incontrano, dopo essersi inviati note vocali della durata di anni, che lo spermatozoo più sveglio si trasforma in ciò che il pubblico votante desidera.

Se lo spermatozoo in questione raggiunge “in fallo” il gamete femminile, toccandosi là dove il sole non brilla, puntando gli occhi al cielo e mostrando il tatuaggio di Diego,

stu piccinnu, calciatore lu facimu”.

Se invece quel simpatico girino arriva alla meta con un grand jetè, inchinandosi davanti a cotanta bellezza, “quista ballerina ede”

Torniamo semiseri.

Siamo davvero arrivati a classificare, a distribuire le nostre etichette in omaggio e visioni della vita in due macromondi in cui, se nasci pisello e per puro e fortuito caso ti capita di tirare un calcio, la tua unica ragione di vita sarà quella di correre dietro ad una palla con annessa bionda da amare, mentre se nasci farfalla e muovi la testolina con la fontanella ancora aperta, azzeccando il ritmo di Alvaro Soler, potrai fare i provini per Amici duemilacredici, perché è evidente che senti il ritmo dentro e sei portata???

Da quando abbiamo annichilito, invalidato il passaporto verso mete sconosciute ai più e meno modaiole, dissolto lo sguardo verso l’arcobaleno, preferendo puntare tutto sul bianco o sul nero? È inverosimile credere nella fattibilità di crescere bimbi pisello e bimbe farfalla che godano del più ampio spettro di opportunità di emozionarsi durante la loro speciale vita e ardere di passioni che scaturiscano dall’arte e dallo sport e conoscenze incredibili che l’umana specie , coadiuvata dalla natura e da secoli di evoluzione, (fino ad ora) ci hanno lasciato in eredità?

Quale diritto abbiamo noi genitori di rasare il giardino delle sperimentazioni, proponendo strade già calpestate, inducendoli a provare emozioni falsate e falsificate da una vita già vissuta o non vissuta da mamma e papà?

Quando ho saputo che Arya sarebbe stata quella bambina tante volte sognata nelle poche ore rem tra pipì e cambi di posizione di panza, con i capelli biondi e ondulati e occhi grandi da perdere le bussole, la voce di Conte (l’allenatore) tuonava negli orecchi: è agggghhhhiacccianteeee.

Il cuore si è tuffato dal più alto scoglio in una scatola di latta di sardine puzzolenti, stritolato in un abbraccio senza fiato, come quando l’onda dello ionio in giugno ti schiaffeggia la pancia e tu, dopo il breve ma intenso sussulto, puoi godere immensamente della freschezza del tuo mare.  Una femmina. Perdincibaccoseccoebrillo è una femmina.

E via il coro dell’Antoniano, il santo rosario di Papa Francesco sotto quaresima, l’Infinito di Leopardi recitato per il suo anniversario: la domanda delle domande.

Sarà una ballerina proprio come la mamma, no?

Disagio. Tanto disagio. Ho sempre detestato questa domanda e ho sempre avuto profondo imbarazzo nel fornire risposte. Fuggivo e fuggo ancora dall’idea che un essere umano possa essere la copia carbone del precedente in ordine cronologico e genealogico e non per specialità ma per identità.

Così ho iniziato a fare mia la mitica riflessione di Rita Levi:

l’uomo senza incrinature, sarebbe una mostruosità.

“vorresti saper fare una cosa, non importa quale, eccezionalmente bene…tu pensi che eccellere in qualsiasi attività, debba dare un senso di grande sicurezza e probabilmente anche una grande gioia. Io non sono d’accordo con te e ritengo che eccellere in un’attività qualunque non serva che a stimolare la vanità e a fare da paraocchi. La sicurezza che ne deriva è schermo all’intima debolezza e la polarizzazione a coltivare quella particolare attitudine è a danno e non a vantaggio della personalità. Più avanzo negli anni e più sottovaluto le qualità che portano al successo e alla supremazia. Le mie simpatie vanno a quelli dotati di una profonda e acuta sensibilità, a quelli che sanno dimenticarsi completamente nella contemplazione dell’universo e o nella dedizione degli altri e a quelli non senza incrinature ma che fanno errori e sono vulnerabili. Aperti e Recettivi. 

Soltanto gli insetti non schiudono sino a quando non sono perfetti e da quel momento non cambiano nè pelo nè una cellula. Noi vertebrati o meglio primati, meno perfetti e meno predeterminati, continuiamo a crescere, bene o male, chi più chi meno. E il processo di crescita è più interessante dello sviluppo perfetto”.

Ho sempre desiderato che mia figlia fosse aperta e recettiva, meno perfetta e meno predeterminata.

Quando me l’hanno portata per la prima volta in braccio per iniziare a darle il succo della vita, presentandoci l’una all’altra, con gli occhi giganteschi che catturavano il mondo, ha iniziato a prendere ciò che voleva con una forza e un impeto così potenti, da evidenziarmi il fatto che fosse Arya, la bimba che non ha copie e non vuole averne.  

Un pomeriggio, di quando ancora era alta meno di un comodino giapponese, di quelli di stitichezza assoluta, di quelli di brividi e sudori freddi, quando la mia mano tiene forte la sua e le ripeto che ce la può fare, lei mi ha guardata e con una fermezza da trentenne mi ha reso esplicito un suo desiderio che io ho sempre fatto finta di non sapere:

“Mamma, io voglio ballare. Voglio venire a scuola di danza e mettere le punte, ti prego.”

La danza è di tutti, ma forse non per tutti e quando affermo questo non sto facendo un ragionamento razzista o elitario.

La danza è arte e quindi come tale è universalmente riconoscibile e fruibile, come la Gioconda.

La danza è per le bimbe con le gambe con le pieghette da mordere, dal movimento molto più leggiadro di quelle a spaghetto ma privo di condimento.

La danza è per i bimbi che ancora, nel 2020, si sottomettono al volere dei luoghi comuni e dello sguardo schifato di padri che evidenziano una concezione retrograda della vita, da madri che nulla farebbero senza il consenso dei loro mariti, dalla società intera che marchia il bimbo pisello, bullizzandolo e beffeggiandolo se solo ipotizza di entrare in una sala con specchi e parquet.

Lo stereotipo del ballerino gay è ancora ben incastrato nella buca di menti anche “acculturate”.

E così milioni di bimbi pisello con forti inclinazioni alla danza, senza filtri e senza sovrastrutture tipiche del mondo adulto, vengono schiacciati dalla pressa del mondo moderno, inducendoli a credere di non sentire quello che sentono e di non volere quello che vogliono: scoprire il proprio essere attraverso movimenti che naturalmente vengono creati da parti del corpo, a volte lasciandosi trasportare dalla musica, altre volte ancora dal suono che la natura ci fornisce come dono più prezioso.

La danza è per coloro che sentono la propria risata attraverso i piedi, non importa dove, è un bisogno che va placato: un camerino di Zara, mentre la mamma prova i pantaloni in saldo; il corridoio di una Chiesa mentre si celebra un matrimonio; davanti allo specchio in un grande supermercato mentre si fa la spesa settimanale; per strada, durante una passeggiata, in pizzeria, in lavanderia, ovunque resti visibile l’anima, potente e infuocata. È lì che si gode di pura estasi incontrollata e incontrollabile ed è lì che possiamo ricordare che non ci sono barriere, né filtri, né scalata sociale, né carriere, né gay, etero, bicolor, coloriunitiperbenetton, arcobaleni, nulla di tutto quello che le costruzioni mentali varie e avariate ci hanno imposto di credere, ma solo la bellezza di sentire la propria anima, mentre si denuda, per vedere l’assoluto.

La sala azzera le differenze sociali. Quando la mano si posa leggera e nello stesso istante forte, accarezzando la sbarra, fasci di luce illuminano ciò che si è in quel momento e non conta se i piedi calzano le migliori marche di scarpette da punta o se le dita escono dalla tela logora e in attesa di essere cestinate appena sarà possibile l’ennesimo acquisto. Davanti allo specchio, scrutiamo i nostri limiti, li odiamo, rabbrividiamo davanti ad una nostra imperfetta esecuzione, ma poi, una volta accettati, quei limiti li superiamo, perché nulla è impossibile.

È nella crisi, nella stanchezza più acuta, quando le braccia non reggono più il peso, le gambe tremano e tu le scuoti, le schiaffeggi sperando si riprendano, quando i piedi fanno fatica a flettere e stendere, è in questo momento che il cervello si palesa fortissimo, è lui che governa il corpo, mentre il cuore non molla mai la presa.

La danza è per chi vuole spingersi oltre.

È per chi ha il cuore in fiamme e vuole accendersi e scaldare attraverso le emozioni che vengono fuori con un movimento e non una esecuzione sterile.

Per chi crede nella magia, quella che ti raccontano quando entri in sala a 3 anni, la polvere magica sprigionata dal tulle del tutù, per chi la conserva sempre quella fanciullesca sensazione di meraviglioso stupore nel credersi magiche e speciali, senza presunzione.

Essere adulte e bambine nello stesso tempo. Riconoscere la stanchezza, la resistenza e la resilienza.

La danza è per chi accetta come valore assoluto l’educazione, profonda e limpida.

Per chi crede nel potere dell’insegnamento e del Maestro che sceglie di seguire. Per chi ha sempre presente la meta da raggiungere, che non ha mai fine poiché non esistono vittorie, nessuna coppa, alcuna medaglia d’oro, per chi vive sinceramente e affronta senza piegarsi dolori e delusioni, con dignità maggiore di chi è stato spinto da un vento favorevole e leggero.

Per chi non può permettersi questo sogno ma, con tutta la famiglia, lotta a denti stretti, testa alta, spalle dritte e scarpe consunte.

Arya voleva stare lì, voleva essere parole e poesia, sentire il vento che faceva capolino tra le posizioni di braccia e piedi, insinuandosi.

La danza è per chi non potrebbe fare altro che questo, chiamare Casa la scuola che si sceglie, famiglia tutti gli altri allievi con cui ci si scambia sudore, fatica, sorrisi e vita, vissuta per terra, sul parquet, a mezz’ aria e tra le nuvole. Terra e cielo.

Impossibile non essere, impossibile non farlo. Essere ogni movimento, sempre diverso, verso e rima.

Chi vuole danzare, a 3 anni come a 30, non lo fa per le audizioni o per lo spettacolo di fine anno. Non lo fa per il successo o la gloria o peggio ancora perché la cugina, l’amica del cuore, la zia, la nonna, la migliore amica si è iscritta a danza.

Chi sente il vulcano dentro lo fa senza limiti, privo di condizionamenti,

dipingendo nell’aria, disegnando il proprio credo, mentre la musica sospira e ammira la poesia.

Gli occhi di un ballerino mentre danza, parlano più dei suoi piedi che tecnicamente eseguono un passo.

La ricchezza di chi entra in sala e poi  in teatro è la libertà di volare oltre ogni cosa. Al di là delle apparenze, oltre l’obiettivo e gli stimoli terreni, la danza è per chi offre al mondo e a se stesso la possibilità di vivere, toccando la profondità delle cose.

La danza insegna a non abbandonare, a non mollare, a non avere bisogno di pressanti, superficiali, innumerevoli stimoli per sorridere alla vita e per amarsi. Arriverà la vocina che dice di mollare, il demone che abbatte e batte, se ne varrà ancora la pena o se è il caso di lasciare stare.

Ma se non ci sarà altro posto che sentirai tuo come il corpo che vibra come corde di violino, se crederai di avere dentro la luce d’oro dell’alba e rossa del tramonto, se ti immaginerai finestra che accoglie i raggi del sole con il mare all’orizzonte, se vedrai il mondo in un granello di sabbia e l’infinito racchiuso in quello che interpreti, allora non ci saranno luoghi comuni e universalmente riconosciuti come tali e reali nell’Italica patria.

Saremo coloro che accetteranno una figlia per quello che è, hic et nunc, ora e per sempre, nell’evoluzione e rivoluzione degli anni che avremo da gustare, liberi da sovrastrutture, sporchi di pece per non scivolare e se inciamperai, se scivolerai anche con la pece, dentro e fuori la sala, avrai la giusta leva che ti permetterà di alzarti, pulirti, sporcarti ancora e ricominciare, da dove hai lasciato o da zero.

È vero. L’aspettativa più nobile e importante che un genitore dovrebbe porsi per i propri figli è quella che diventino qualcuno: ovvero quello che sono nella profondità del loro carattere e delle loro inclinazioni, monitorando sorrisi e suoni generati dalla loro felicità senza limiti.

12 Set

STAND BY ME…

Durante la visita dell’ottavo mese  ho scoperto che, oltre a non essere immune alla toxoplasmosi, non lo sono neppure dagli errori, giganteschi sbagli che un genitore commette e che ricadono sui figli e così tu hai deciso di posizionarti troppo vicino al traguardo, nonostante manchino 56 giorni alla fine della gara.

Scusa,

perché ho commesso uno dei più grandi errori da quando ci sei e ancora non sei venuta al mondo.

Ho creduto che, per il solo fatto che mi abitassi fossi me o per lo meno, come me.

Scusa,

perché nell’ultimo mese sono stata scioccamente egoista; ho premuto l’interruttore del controllo, quello che avevo spento, dimenticato o forse oserei dire nascosto al tuo arrivo.

Il controllo ha prevalso; ho permesso che vincesse  la nostra piccola battaglia, anzi, la mia, perché tu non l’hai mai voluta.

Scusa,

perché tu non mi appartieni.

In questo delicato mese, avrei dovuto considerarti come il libro più antico che sia stato mai trovato, nel luogo più sacro che potesse ospitarlo, letto in religioso silenzio e trattato come chi sa che oggetti di tale portata sono un’eterna rarità.

Sei solo in prestito, pronta per appartenere alla bellezza, all’ingenuità, alla purezza, alla forza disumana che  un neonato possiede.

Scusa,

perché ho lasciato che il serpente della perfezione mi mordesse un’altra volta ma, ora, ci sei tu e non dovevo permetterglielo mentre mi abiti, al culmine della tua fragilità, quando vorresti solo protezione.

Scusa,

perché mi ero abituata a te, tu che scalci in continuazione, che fai le capriole e ti muovi a ritmo del jazz.

Ho ricercato fuori l’eccellenza, quando invece, ho tutto dentro.

Sei tu la mia forma suprema di perfezione. Ma, il piacere di fare tutto il possibile per gli altri, la ritualizzazione delle abitudini del quotidiano in un’iperattivismo che resiste e impedisce ogni forma di riposo si scontrano, evidentemente, con la mia condizione, che non prevede più la visione ideale,militarizzata e rigida dell’IO.

Mi ha fatto visita quel demone che non accetta la fallibilità e la fragilità ma ammira e premia il controllo infallibile e l’approvazione universale, presentando al mondo esterno, ma soprattutto all’Io, un’immagine luminosa e argentea, al sicuro dalla realtà buia e dall’angoscia dell’abbandono. Quel demone ha sempre odiato le pause, i rallentamenti, gli stop, nella corsa sfrenata della vita.

Eppure, ancora una volta, tu mi hai salvata. Sei riuscita a ricordarmi che si può mettere fine ad una guerra interiore che non porta da nessuna parte.

Mi hai ricordato che quella forza di volontà di cui sono stata capace in passato per distruggere, per cadere e per risalire dopo aver toccato il fondo, la posso incanalare per qualcosa a mio/nostro vantaggio e non ho bisogno di inventarmi una ragione per migliorarmi, perché quella mi abita dentro, ogni singolo istante, da 8 mesi.

Ancora una volta sei tu ad insegnarmi che non è sempre tutto o niente. Che non si può esercitare su se stessi un controllo totale o esserne del tutto privi. Rinunciare al controllo è incredibilmente spaventoso, ma la motivazione è indubbiamente più grande della paura. Sarei ipocrita e commetterei un altro incredibile errore se dicessi di non averne. Paura di essere abbandonata, paura di non essere alla tua altezza, di non essere la madre che avresti un giorno voluto, paura di ciò che penserai di me quando il mondo ti apparterrà.

Quel demone mi ha resa vulnerabile ma al tempo stesso capace di reagire prontamente a ogni singola avversità. Il famoso lato oscuro mi ha dato la possibilità di osservare il mondo con altri occhi, con quel meraviglioso stupore che spero avrai ogni  giorno.

Ancora una volta sei tu a farmi un regalo. Mi hai donato pazienza. Nella vita nulla è sprecato, neppure quel tempo trascorso a sentire il battito del cuore, in silenzio, mentre fuori tutto si muove freneticamente; neppure quel tempo trascorso a toccare una pancia che cresce e deve crescere, perché ancora troppo fragile è quell’essere che vi dimora, troppo etereo per essere risucchiato dal vortice della bellezza e dell’inferno che chiamiamo vita.  Amarti è estremamente facile. Nell’ultimo mese la cosa più difficile è stata permettere a me stessa di lasciare che tu mi amassi, intrappolata come ero nel gelido ideale imposto.

E allora, se puoi, perdonami e fallo regalandomi debolezza, fragilità, sottovalutando le qualità che portano al successo e alla supremazia. Non essere mai Me, non essere mai come me, sii Arya, la versione migliore di te stessa giorno dopo giorno e mai la fasulla proiezione di chi ti vorrebbe in un modo o nell’altro.

Dotati di una profonda e acuta sensibilità, prenditi del tempo per dimenticartene, perditi nella contemplazione della bellezza, lasciati tentare dalla vulnerabilità e dalla curiosità di scoprire che esistono mille modi per essere eccezionalmente imperfetti.

Non negarti mai bisogni e desideri e non nutrire la tua autostima attraverso valori che non ti appartengono.

Aristotele ha detto che le persone perfette non combattono, non mentono, non commettono errori e non esistono.

Così posso dire di essere la persona imperfetta più felice che esista, perché voglio combattere per te, mentire per te per proteggerti, commettere gli errori che ci fanno esistere, amando prima me stessa.

Imparando a perdere tempo, imparo a guadagnarlo, concentrandomi su di noi, per vivere pienamente il presente, al di là del tempo senza tempo in cui ho vissuto per anni.

In questo mese e mezzo che spero ci separi dal conoscere il tuo visino, i tuoi piedini da Gollum e il tuo enorme cuore, avrai modo di perdonarmi, potrai scavare la pietra, scardinarmi, insegnarmi a sentirmi viva come è l’anima più intima di fronte a se stessa. Così ti chiedo, per favore, resta, resta con me!

https://www.youtube.com/watch?v=Ky0x3_0li2I

 

20 Mag

Tu CHIAMALO, se vuoi, FETO di emozioni!

Quando ero piccola, le domeniche mattina mio nonno suonava al citofono, glorioso e fiero dei suoi doni, portava a figli e nipoti i frutti della sua terra e porgeva, come il miglior tesoro mai trovato, le uova appena “sfornate”, freschissime perché calde, ordinando di berle subito. E lo faceva con quelle mani ustionate dalla passione per quella terra rossa, sporche di amore viscerale per la sua campagna, tracciate dai segni di ore trascorse a raccogliere il frutto o la verdura migliore. E certo non gli chiedevo se avesse lavato quelle mani prima di donarmi la sua gioia o se avesse con sé l’amuchina per lavare i gelsi dal colore intenso o le prugne dalle forme variegate e strane. Era troppo divertente scoprire l’animaletto che si era appiccicato sopra, la lumachina che aveva trovato riparo o forse semplicemente sbagliato strada, catapultata in una casa di città e destinataria dello stupore di noi piccole. “quista è tutta robba noscia, tutta frisca e bbbona”.

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In campagna, dal nonno, andavo spesso. Cani, gatti, galline, un tempo anche cavalli. Alberi enormi su cui ho sempre fantasticato per avere la casa di Dodò dell’albero azzurro e mi sporcavo, giocavo a bocce con lui, anche se ora lo so che mi faceva tirare solo il boccino e segnare i punti, ma io ero felice lo stesso.

Scappavo dalle api, dagli insetti che flirtavano con la frutta marcia caduta per terra, raccoglievo le prime fragole, minuscole ma succose e le mangiavo dalla piantina come fossero pacchi di zigulì.

Mi incollavo con la resina,  mangiavo la resina, piangevo per la resina che rovinava quel vestito tanto grazioso.

A quell’età non ero ancora cosciente del fatto che, passati un po’ di anni, sarei diventata allergica a questo e a quell’altro. Se spuntava un gatto, lo accarezzavo, lo prendevo per la coda, gli parlavo ipotizzando di essere la bella e bionda  Sailor Moon  con la gatta Luna.

Rinunciando amaramente alla piega bucolica che sta prendendo questo post, trascorsi circa una ventina di anni, se guardo una gatta penso solo ad una cosa e questa è: TOXOPLASMOSI.

sebastian

La toxoplasmosi è una malattia infettiva, causata dal protozoo Toxoplasma gondiiparassita intracellulare obbligato diffuso tra imammiferi e gli uccelli. (Dio abbia in gloria wikipedia!)

Contrarla in gravidanza, è molto, molto, molto pericoloso.

Dovrai studiare attentamente, imparare a menadito, scolpire nel tuo cervello come le tavole di Abramo tutto ciò che ogni giorno della tua vita e di coloro i quali disgraziatamente ne fanno parte,  dovrai compiere, almeno fino al parto, giorno della liberazione di tutti gli esseri umani a me vicini, il 25 aprile delle loro esistenze.

Scadere e cadere nella trappola della psicosi, alternata a fissazione e instabilità mentale è semplicissimo.

Il dio google in questo non aiuta, anzi, affonda la nave della ragionevolezza e a restare, l’amico Schettino dell’ignoranza che si impossessa di te e non ne potrai più a fare a meno.

Chilate e litrate di amuchina saranno in cima alla lista della spesa. Se sei invitato per pranzare o cenare con qualche tuo vicino parente o amico caro, con fare circospetto ispezioni la cucina, porti con te il responsabile del reparto investigazioni scientifiche per esaminare tutto ciò che passerà dalla  bocca per arrivare nella pancia, se si tratta di cibi crudi.

Con estrema dolcezza fasulla e con occhi da invasata, chiederai gentilmente se la carne è stata ben cotta, se i formaggi sono pastorizzati e se gli insaccati possono sparire dalla tavola, come anche quel dolce che allieterà i loro palati dopo il gustoso pasto, ma non il mio, perché è un tiramisù con uova crude.

E viaaaaa con le liste di cibi codice rosso, out of order, bollino hot.

E tutto questo per quella mezza banana che ha occupato il mio utero che cresce a dismisura, per quell’alieno che non sento e non vedo ma esiste e mi fa fare cose per le quali, in condizioni “normali” mi vergognerei come Antonio Razzi se avesse dignità.

Mi sono letteralmente trasformata in una camionista vestita da piccola lady.

Non passa giorno in cui, la mia attività principale, non sia emettere sonanti ruttini conseguenti all’immissione di cibo nel mio corpo. Non passa giorno in cui, seduta sul divano accanto alla persona che hai sposato e che conosci da 8 anni, il suo amorevole sguardo non sia contraccambiato da un suono degno dei migliori camionisti del Texas, mentre le più accese conversazioni tra te e lui riguardano quanta aria nella pancia hai avuto durante l’arco della giornata o se sei stata in grado di dare la svolta  del momento, la buona riuscita dell’emissione dell’immissione, il dare e avere per eccellenza.

E ti ascolta. Ti compatisce. Ride di te e con te.

E’ questa la chiave di volta, l’emblema della condivisione, il punto di incontro, il reale prendersi per mano e camminare insieme.

Ridere. Dare uno schiaffo alla vergogna, ai sintomi, alla psicosi, alla toxoplasmosi, al terrore, alla solitudine.

Ridere insieme, ridere di me, della mia pancia da alcolista anonima o da “t’ha futtuta le purpette della nonna ahhhh”, del mio desiderio di parmigiano, delle pubblicità per i prodotti contro le smagliature che tutteoradovevanotrasmetterle, della cellulite che ho e che avrò ancora di più, del seno che prude, della cacca che sembra di vetro per quanto fa male.

Ridere di chi ti guarda e ti chiede con aria pastorale e parrocchiale se sento il miracolo dentro di me e tu, con aria da Gene Simmons dei Kiss e Marilyn Manson, vorresti dire la verità, cruda come le verdure che devi lavare accuratamente centomila volte per evitare la toxoplasmosi. La verità è che il miracolo ancora non lo sento, perché sono più attenta a stare bene, sono più terrorizzata dal fatto che quel coso di nome feto cresca e diventi un bambino a tutti gli effetti, così che mamma e papà possano chiamarlo per nome, possano sentirlo, possano dare concretezza al tutto. La verità è che il miracolo come lo chiamano loro, lo vedo solo quella volta in cui attendo seduta tra le altri gestanti, nello studio della ginecologa. Quella volta in cui quella cosa di nome feto, minuscola, impercettibile, pulsa e senti il battito del suo cuore. Quella volta in cui conosci l’istinto omicida, come una leonessa che protegge il cucciolo, quando, durante la translucenza, il medico tira “botte” con l’ecografo sulla tua pancia, cercando di far mettere in posizione quella cosa di nome feto, per misurare il liquido presente nella regione della nuca e stimare eventuali malformazioni.

La verità è che il miracolo quella cosa di nome feto l’ha già compiuto. Mi ha salvata.

….continua….