05 Ott

Capitolo 34. L’età ibrida.

“Nonna, io non voglio che la mia mamma sia triste”.

La più profonda, impulsiva, pura e allo stesso tempo egoistica dichiarazione d’amore che mi potessero fare a pochi passi dai 34 anni, è arrivata da mia figlia, una mattina di agosto, quando il sole giocava a deformare le ombre sull’acqua verde-cobalto-tiffany di Porto Cesareo, mentre l’estate era una vecchietta arzilla che gioca a bridge e beve Martini.

Serve una grande quantità di immaginazione per capire la realtà e Arya, la mostriciattola dai capelli miele, una mattina di agosto ha compreso bene che anche le mamme possono essere strani esseri dagli occhi che assomigliano a pozzanghere come quelle di Peppa Pig.

In questa mia età ibrida, chediciamocelatutta, i 34 sono come i 15, i 26, un po’ carne e un po’ pesce, un po’ ristorante-pizzeria dove ti trovi a mangiare senza infamia e senza lode, un po’ come quando in autunno cadono le foglie, le caldarroste ti fissano da lontano ma tu hai ancora i teli mare in borsa, in questi 34 anni credo di non aver capito una beata ceppazza di ceppa riguardo a quel vortice libidinoso che chiamiamo vita.

Ma di una cosa credo di essere certa: la tristezza è necessaria così come è imprescindibile che i nostri figli possano leggerla sul volto di noi genitori, senza vergogna e senza turbamenti.

Si possono e si devono cercare vie d’uscita al dolore e per fare questo, occorre attraversarlo, nominarlo, scrutarlo, guardarlo da vicino e da dentro, raccontarlo tutto quanto, fino all’ultima parola, fino all’ultima goccia.  I bimbi sono persone, di statura estremamente bassa, ma persone. Ti costringono a dare un nome a quello che vorresti non dire entrando nel regno proibito del tuo Io, generando quel tumulto di sentimenti che invano provi a domare. 

Per lunghi anni sono rimasta in compagnia dell’idea di ciò che poteva non esserci più e di quello che non c’è, con l’illusione che bastassero ordine e dovere e binari già segnati, tanto c’è sempre tempo per vivere di ciò che bramiamo, ostinata a cercare un senso e un tempo che odia l’improvvisazione, il tempo che è speso a tenere stretto l’alone, l’ombra, il profumo.

“Le nostre paure sono draghi a guardia dei nostri più profondi tesori”.  L’ho letto una volta nelle mie bracciate nel mare aperto degli aforismi. Così tutti noi dovremmo avere la capacità insita di trasformare in forza la nostra debolezza. Mi sento un ramo che si immaginava forte ma che ha ceduto quando meno se l’aspettava.  Ho atteso troppo ciò che non c’è e ciò che manca, dimenticandomi di provare ad essere ciò che sento nel tempo in cui vivo.  Ora.  A 34 anni è giunto il momento di capire che quando uno cade fa meno fatica se  tende una mano e afferra stretta quella salvifica. Che nessuno si salva da solo già lo sappiamo, ma scegliere da chi e da cosa e con chi farlo è un capitolo da scrivere.  A volte mi chiedo perché dovrei avere paura smisurata della morte visto che non c’è più morte dopo la morte e che non potrò mai sapere se ci sia qualcosa di più pauroso assai di questo e alla domanda rispondo che dovrei fare amicizia con questo concetto, come quando Arya scioglie le briglie della timidezza misto studio clinico della personalità altrui e prende per mano un bimbo incontrato due minuti prima, dichiarandogli amicizia eterna.  

Non voglio che la mamma sia triste. Da quando abbiamo incasellato e stereotipato la tristezza, rifiutando bruscamente persino di nominarla come fosse sinonimo di morte interiore? I bimbi non conoscono i nomi delle loro emozioni e quando sono piccoli piangono a prescindere, nel bene e nel male loro piangono. Se ci pensiamo, piangiamo da quando veniamo al mondo, la prima espressione verbale, il primo sentimento, la prima forma di liberazione e libertà è avvenuta tramite ciò che invece adesso tendiamo a celare, dissacrare, cancellare.

La mamma, cara Cosetta, mostriciattola dai capelli miele, vorrebbe tanto lottare contro i kakamora dell’anima sua, i piccoli pirati guerrieri di noci di cocco, dalle facce spaventosamente buffe. Muti, comunicano battendosi il petto a ritmo. Tutte le volte che vediamo Oceania/Moana, tutte le trilionesime di volte, resto ammaliata dal coraggio puro e autentico di Vaiana, dalla prontezza che ha avuto nel partire in compagnia di un pollo per affrontare l’Oceano e trovare Maui, il semidio.

 Ci vuole coraggio ad avere coraggio. Ci vuole coraggio a guardare in faccia i kakamora dell’anima mia per accorgersi che il vero vulcano esploso sia io.  Una bomba di lava. Magma. Colate dagli effetti devastanti.  Esplosiva ed effusiva insieme.

L’età ibrida si porta dietro la consapevolezza che la felicità sia estremamente sopravvalutata, assolutizzata, estremizzata, santificata a tal punto che è quasi sempre impossibile stringerla forte.

Falsifichiamo la realtà modellandola come la plastilina, copiando la forma di disegni già abbozzati da altri.

La felicità. Se non la provi, se non la ricerchi, se non la trovi, non ha senso vivere. È questo ciò che ci insegnano, ci propinano, ci costringono a sospettare.

A 34 anni voglio sottovalutare quella parola accentata. Voglio valutare altri tipi di sentimenti , ponderarli, invitarli a cena e chiacchierare con loro.

A 34 anni voglio inventare il sentimento della LUMINOSITA’. Tutti dovremmo essere pervasi dal fascio di luce luminoso in un momento della quotidianità e sentirci immensamente luminosi.

Mi illumino di immenso. Sublime forma di amore che ci è stata donata, se solo riuscissimo a catturare, ricevere, diffondere e utilizzare la luce delle cose animate e inanimate.

Una torcia fiammeggiante nel cammino oscuro dell’anima. L’età ibrida mi ha donato la capacità di imbarazzarmi davanti alla mia stessa cattiveria, di vergognarmi con estremo pudore del mio egoismo, di riflettermi allo specchio deformante della bruttezza dell’anima mia, con gli occhi neri di rabbia e silenzi assordanti che immobilizzano.

Questa età né carne né pesce mi ha regalato la consapevolezza che dove c’è luce c’è indissolubilmente anche ombra. A 34 anni sogno di sentirmi un libro di Arya dell’età della lallazione. Pochissime parole ma piena di colori. Non ho ancora capito come usare tutte le tonalità. Da tempo ho acquistato l’astuccio triplo maxi in offerta, quello più assortito, eppure la maggior parte dei colori sono rimasti intrappolati nell’elastico.

Tutto è filato più o meno dritto, fino a quando ho desiderato di non essere più una farfalla travestita da baco ma un baco vero. Da qualche parte, nel mio corpo covavo quel tipo di stati d’animo che ti consumano piano piano, internamente, come un morbo di cui non puoi informare nessuno perché altrimenti crolla tutto ma quell’abbozzo di mostro è sottopelle, come il “demo gorgone” di Stranger things, perché sì, di cose strane si tratta. La normalità non mi piace. La stranezza è il mio humus famigliare, mentre riconquistiamo il terreno che ci è stato espropriato, con ardente necessità di sopravvivenza, resistenza e la voglia matta di rimanere umani in situazioni difficili, persino quando il cuore diventava stagno, quando la solitudine causata dall’oscurità delle cose perdute, delle cose ricevute e di quelle abbandonate ti fanno precipitare nel tunnel dell’idiozia. Quella stranezza mi ha salvata, ha messo il corsivo sulla vita che è più forte di tutto. Sempre. Nella nostra carne abbiamo un sacrosanto compito: vivere.

Mi è stato insegnato che la purezza è negli occhi di chi guarda, come la stranezza a dirla tutta.

Mi è stato insegnato a non scusarmi sempre, ma a provare a dire grazie e sentirmi meno in colpa se ricevo molto più di quello che dono. Non voglio più accontentarmi di essere una pianta grassa, di crescere senza dare disturbo a coloro che amo, con un goccio d’acqua al ricordo e la luce naturale.

Diceva un foglio bianco come la neve: ‘Sono stato creato puro, e voglio rimanere così per sempre. Preferirei essere bruciato e finire in cenere che essere preda delle tenebre e venir toccato da ciò che è impuro.’ Una boccetta di inchiostro sentì ciò che il foglio diceva, e rise nel suo cuore scuro, ma non osò mai avvicinarsi. Sentirono le matite multicolori, ma anch’esse non gli si accostarono mai. E il foglio bianco come la neve rimase puro e casto per sempre – puro e casto – ma vuoto.

(Khalil Gibran) 

A 34 anni dico no al colesterolo, agli acidi ialuronici e alla trappola della purezza.

Voglio strappare quel foglio bianco come la neve rimasto puro per sempre e soprattutto vuoto.

Voglio essere fotografia a colori. Tutti i colori che esistono nel triplo maxi astuccio assortito. Tutti quanti. E’ in questa vita che siamo umani. E’ in questa vita che ho bisogno di sentire, urlare, restare in silenzio, piangere, ridere, dare, ricevere troppo senza imbarazzanti paturnie psicosomatiche, perdermi, trovarmi, essere trovata, essere ritrovata, cercata, voluta, desiderata e desiderare, amare, fare l’amore fino a quando le lancette diventano liquide, il tempo si scioglie, il mondo fuori non esiste, le stagioni si alternano e io leggera, stretta e protetta in un abbraccio che sa di infinito, nella più carnale essenza dell’essere umano, appunto.

Luminosità. Ad Arya farò inserire il grassetto a questo concetto. A sorprendersi per uno spicchio di luna dipinta dalla realtà nel cielo nero della notte; a commuoversi di fronte ad una palla infuocata che lentamente si immerge nel blu di acque cristalline; di nutrirsi di sorrisi condivisi, quelli che disegnano rughe sul volto, serrano gli occhi perché la luce che vi dimora quando si ride col cuore è troppo pura per il mondo esterno e va tutelata con l’anima e il battito del cuore. Gli occhi nascondono tutto e proteggono ogni cosa. Si illuminano quando si accorgono di essere testimoni della perfezione che la natura ha creato per noi, in una giornata di sole inaspettato, quando il silenzio è solo per orecchi pigri, ma tutto intorno è vivo e finalmente lo sei anche tu, vivo come lo scoglio che si asciuga a metà, il turista che si sorprende della rara bellezza che gli si apre dinanzi, come un sipario sul palcoscenico della più geniale opera d’autore, mentre il mare si conferma il tuo migliore amico e ti porge un saluto, chiamandoti a sé, anche se l’acqua è fredda e ci sei solo tu a nuotare, protagonista della storia più bizzarra che potessi scrivere. Luminoso è il tempo in cui ti imbatti in un paguro dalla casa maestosa e ti immagini tu stessa paguro.

Breve pausa – momento Alberto Angela-

Lo sapete che questi crostacei vivono portandosi dietro la propria conchiglia e quando crescono o incontrano nel proprio cammino una casa piùmiglioreassai, abbandonano la vecchia e si rifugiano in quella nuova, soprattutto nel momento di maggior pericolo? Io l’ho scoperto un giorno in cui ho abbandonato le mie armature e ho riso e pianto nello stesso istante, un giorno in cui sono stata musica, canzoni, testi, parole, cappello, cielo, azzurro, verde, blu, rosso sangue, un giorno in cui ho cercato di comprendere che i nostri figli non ci appartengono e la loro vita va attraversata come una strada con due marciapiedi vicini vicini ma con una spessa fessura.

A 34 anni continuo a pensare che Arya sia il libro più antico che potessi mai trovare, nel luogo più sacro e di estrema rarità. Intanto io sono labirinto, intricato ma colmo di peonie e tulipani, quando credi di essere alla fine ti ritrovi all’inizio della ricerca, con lo stesso bisogno platonico, con le vecchie e le nuove fragilità ma tanta musica e luce, famelica voglia di accartocciare gli occhi e trasformare la bocca in uno spicchio di limone.

Spesso l’uscita, la mia uscita è l’entrata in una sala di danza, il mio mondo perfetto, dove posso cadere, fallire, provare e riprovare e ancora fallire, esagerare, drammatizzare e sdrammatizzare, portare agli estremi corpo e anima mia, sentire la terra, bruciare e volare insieme, improvvisare e attenersi alla lettera agli esercizi.  Quando danzo non sono più una macchina, nessuna maschera, nessun senso di colpa, nessun desiderio di protezione, nessuna felicità falsata dalla felicità altrui, dimentico il mio nome e mi illumino senza che questo implichi sofferenza per nessuno, ma luce solo per me. Quando danzo il labirinto diventa un giardino segreto in cui dimorano le specie più delicate e originali. Si possono scombinare i piani, mettere accenti, farsi male, tatuarsi le note sui piedi e renderle animate con la magia di un passo, uguale per tutti, ma straordinariamente diverso per lo stile e l’intensità. Speciale.

Mamma, vorrei che tu facessi la festa dei gonfiabili per il tuo compleanno.

Arya ma la mamma è grande per questo tipo di feste, lo sai?

No, non lo sei, perché tutti possono divertirsi e salire sui gonfiabili, grandi e piccoli e io voglio che la tua festa sia bella perché tu sei bellissima.

Hai ragione, sai? Come sempre.

Voglio salire sul gonfiabile più alto e colorato che ci sia, chiudere gli occhi, salvare un pezzo di cuore, allontanare le paure e cadere giù, senza fretta, sentirmi viva ad ogni pezzo di pelle che scivola e odora di luce.

16 Lug

“SII REALISTA! CHIEDI L’IMPOSSIBILE”

Qualche giorno fa mi capitò di leggere una frase:

“Si vive con la speranza di arrivare ad essere un ricordo” e subito dopo l’occhio abbracciò un altro aforisma, di uno che insomma, di aforismi se ne intende: “Vivere è la cosa più rara del mondo. La maggior parte della gente esiste, e questo è tutto” – O. Wilde.

E mi sei venuto in mente tu.

Per 4 volte lo scirocco, umido, pesante, sfiancante ha portato con sé il 16 luglio.

Abbiamo smesso di cercare il senso. Da quando è scoppiata la morte, ho acceso una gigantesca miccia di voglia di vita. Io ti vedo. Sei lì, a sorseggiare il tuo ghiacciato mojito ne La Bodeguita, a la Habana Vieja.

Indossi i tuoi rayban , la barbetta incolta, la fede al dito, un signor sigaro in bocca e le mani sul tavolino riproducono i suoni della musica cubana che il bar propone.

Sei invisibile. Ma non assente. Sei vento.

Sei la luce tra le nuvole dopo la pioggia estiva.

Sei il signor silenzio.

Sei il mare a cui ho rivolto il mio sguardo nei giorni della tua malattia. All’alba. Arya cresceva nella mia pancia, come cresceva un dolore che ho accarezzato, come se non fosse mio nemico. Quell’ acqua mi cullava, come ho imparato a fare con mia figlia e come ha fatto la mamma con te, prima che la morte ti rapisse e ti portasse in quel posto di luce, colori, suoni e bellezza, da cui ci osservi e ci proteggi.

Aveva ragione Platone, sai? Siamo tutti Immortali nella misura in cui i ricordi infuocano l’animo di chi resta.

Così sei immortale, poiché conosco l’amore puro e incondizionato di un padre a cui poco importava se quella fosse la figlia nata grazie al suo pisellino.

Mi hai amata, senza se e senza ma. Senza preoccuparti che il mio cognome fosse diverso dal tuo.

Mi hai insegnato a cercarmi tra le righe di un libro ma al contempo, mi hai spinto a scrivere il romanzo della mia vita, offrendomi costantemente gli strumenti per mettere tutto nero su bianco, a mio modo.

Poiché il più grande segno che profuma di egoismo da parte dei genitori è la loro imposizione sui figli, a vivere come i primi desiderano vivere.

Invece tu vento, hai reso carne il verbo tentare, seguito da fallire. Non importava per te.

Si poteva fallire, anche meglio, sempre di più. L’importante  era rischiare, lavorare duramente, tenacemente, sino a notte fonda, sino a quando gli occhi chiudevano le serrature della concentrazione e i polsi impietriti dall’uso del mouse sventolavano bandiera bianca e poi, abbracciare il meritato riposo svegliandoci all’alba, pronti per un’avventura,  on the road.

4 estati fa abbiamo capito che la cosa più terribile che potesse capitarci fosse quella di voltare le spalle alla paura, stringendo gli occhi sino a farci male, pur di non vederla.

Non abbiamo permesso alla morte di consegnare la cosa più preziosa che abbiamo ad alcuno.

Persino quando non eri tu la persona a cui era collegato il concetto di lasciarci per sempre fisicamente.

Non c’è idea cui non si finisce per fare abitudine. Così ci siamo sporcati, noi 5 superstiti e abbiamo corso.

Poi fermati, insanguinati, abbiamo masticato il miele e la cera, abbiamo sputato rabbia, ingoiato false promesse, aiuti decantati e mai giunti, incomprensioni. Siamo ripartiti, contro il tempo e per il tempo.

Ci hai insegnato, a tutte noi, le donne della tua vita, che le parole sono importanti a tal punto che ad ogni parola corrisponde un’azione e reazione. Se dico che non so fare qualcosa, mi assale il tuo ricordo che si fa presenza nell’azione che andrò a compiere, annullando la pigrizia e rispondendo alla silenziosa domanda che mi avresti posto: sei sicura di non saperlo fare, se non ti sei mai avvicinata al problema per risolverlo? Ci hai mai provato prima di pronunciarti al negativo?

La nostra vita ha reso possibile credere a qualsiasi cosa, soprattutto a quelle incredibili.

Siamo pozzi riempiti pregni di acqua del tuo amore e sapere.

Il laboratorio della nostra memoria è sempre a lavoro. Il dolore non è più necessario. Abbiamo smesso di accusare il destino che ha giocato una brutta partita con noi. Ci stiamo incontrando nel ricordo, come quando nella sala studio mi venivi a bussare, chiedendomi per favore di smetterla di svegliarmi così presto per studiare, che avrei potuto prendermi una pausa, che non era sano ciò che facevo, che mi avrebbe spento piano piano, che un 9 al compito di storia o un 30 all’ esame di diritto erano importanti certo, ti inorgoglivano, ma lo era di più l’attitudine al rischio, a pretendere ciò che meritavo, a far sentire la mia voce.  Ci hai insegnato a difendere la nostra spontaneità e nello stesso tempo a non farla schiacciare da nessuno. Ci hai dimostrato che occorre perdersi per trovare percorsi migliori, come quando litigavi spesso con la mamma sul percorso stradale o raccontavi la storia di Gesù per arrivare ai tempi moderni.

Senza accorgercene, senza premeditazione, ognuno di noi ha preso il tuo posto, in alcune delle cose che eri solito fare per noi.

Sei nel caffè. Lo bevo senza zucchero per assaporarne l’aroma, come facevi tu.

Tua figlia la menzana e tuo genero l’ingegnere,  lo preparano nelle occasioni di riunioni famigliari o agli ospiti di casa.

Sei nelle favole che raccontiamo ad Arya, accompagnandola nel mondo della fantasia e delle emozioni, donandole quel tempo prezioso che tu hai fortemente voluto ritagliarti per noi.

Sei nella Toyota Rav, nel suono del suo clacson, nella cintura che allacciavi con una mano già al volante, mentre eri in moto e che mi dava un fastidio esagerato.

Sei nella fermezza della piccola Chiara.

Nel suo amore per la scienza, per la logica, per la risoluzione del problema a tutti i costi.

Sei in Andrea, nelle sue espressioni facciali, nel suo modo di affrontare la solitudine, nella sua bravura ad orientarsi nei percorsi che la vita ha delineato per lei o che ha disegnato sulla sua mappa.

Stanno crescendo divinamente. Le cicatrici le hanno rese decisamente più donne e nello stesso più bimbe e sono certa che sia merito anche tuo, della persona che sei stata, non solo come padre ma come uomo e dello stile di vita dignitoso che ci hai donato.

Sei nelle mie passioni che odorano di ossessione, tutte.  Sei nella danza, tu primo tra tutti a credere più di me stessa che fosse arrivato il momento di chiamare per nome questa passione, di darle forma,   di non arrendermi di fronte ad un rimorso dell’incompiuto, come una melodia lasciata a metà, un pianoforte senza diesis.

Sei nella reflex, nella voglia di offrirmi l’arte a portata di mano, per sfruttare le mie capacità. Per guardare il mondo con i miei occhi e renderlo immortale a mio modo, con uno scatto senza tempo e spazio.

Sei nei biglietti di viaggio, nella scoperta di nuove culture, nel confronto, nella voglia di sentirsi sempre viaggiatore e mai turista.

Sei nelle espressioni verbali che qualche volta proferisce “marito”.

Poi c’è la mamma.

Ci siamo illusi e arrogati il diritto di non essere al suo fianco, ma di essere il suo fianco, di essere le  parti mancanti del suo corpo, di essere la sua medicina e di contarle le pillole.

Il tempo ha strappato i falsi super poteri e ha reso visibile la realtà che chiede l’impossibile e noi ce la mettiamo tutta.

E’ lei l’ “impossibile” su due gambette che cammina goffamente ma a schiena drittissima e testa ancora più su.

Ci sono quei periodi dell’anno in cui mi assale l’insensata voglia di abbattimento della struttura emotiva che mi pervade per mesi,  e mi lascio dondolare, seduta sull’altalena dei ricordi.

Così realizzo quanto sia facile e apparentemente figo sentirsi come una matita dalla punta sempre temperata in un barattolo di matite senza punta.

Ma con uno sguardo più attento e profondo ci accorgeremo che quest’ultime hanno scritto, disegnato, riscritto, miscela di grafite e argilla, grezze, spesse, che diventano di nuovo vergini, pronte a lasciare un nuovo segno, a sporcare le mani di nero, pregne di carbone.

Forse lei, la tua lei, non è mai stata la matita dalla punta sempre perfetta, e sinceramente, esclamerei, “che culo!”

A tua nipote ripeto come un mantra:

Fa che la tua vita non sia un’edizione economica. Rendila un capolavoro, un’edizione limitata, una carta pregiata su cui disegnare opere d’arte, perché ogni mattina al suono della sveglia, imporrai a te stesso di fare qualcosa che ti spaventa, scoprendo l’infinito e l’infinitamente piccolo che risiede in noi, decidendo cosa fare col tempo che ci viene donato.

Come diceva il maestro con cui ho iniziato a scriverti, il “tipo degli aforismi”:

“Giocare con il fuoco ha il vantaggio di non farci scottare mai. Si scottano solo coloro che con il fuoco non sanno giocare”.

Ora ti lascio gustare il tuo mojito. Saziarti di tramonti. Cibarti di musica. Vestirti delle nostre anime che si spogliano davanti ai ricordi indissolubili e ti rendono mito.

 

 

 

 

06 Ott

32. UN NUMERO FIGO!

Mi attira la rotondità del numero. Che poi io e la rotondità siamo sempre in conflitto, odio e amore indissolubile, ma resta il fatto che, oh, sto 32 inizia a piacermi.

I 30 sono arrivati così, senza avere né arte né parte, quasi sapessero che in quel momento e Da quel momento, non sarei più stata SOLO io, la protagonista indiscussa della mia vita, ma avrei abbracciato la mia anima sentendo il battito del suo cuoricino, avrei ascoltato il suono del silenzio perdendomi nei suoi occhi, il perfetto mix tra i miei e quelli del padre.

Sono passati 2 anni da quei 30 assurdi e meravigliosi al tempo stesso.

Cosa sono riuscita a compiere?

C’è una certezza incredibile e gigantesca che aleggia sulla mia vita da quando, nei magnifici 30, ho dato alla luce mia figlia: il grappolino di emorroidi è lì, sempre fresco e pronto come le insalatissime RioMare;

Mi ricorda che a spingere so’ bravi tutti, ma vuoi mettere un ricordo indelebile ogniqualvolta il bisogno chiami?

L’altra faccia della medaglia di bronzo è che, a detta del mio stupendo marito, quella cosa lì, il tubero da cui è spuntata la sua ragione di vita, tagliato e cucito come un pesce fuor d’acqua, grazie alle mani laboriose di ostetrica e ginecologa, pare sia tornato alle origini. Applausi scroscianti!

E poi, poi c’è quella pazzerella di mia madre che tenta di morire in tutti i modi possibili, reali e irreali.

La vecchina vestita di nero, col naso brufoloso e gli occhi all’infuori, porge senza sosta il frutto rotondo dal rosso color, che poi non ha ancora compreso che mi madre, la Biancaneve del Salento, è una che “tiene i picci” con la frutta. La mela, per lei, deve fare “tra tra”, succosa ma acerba allo stesso tempo, meglio se della famiglia Melinda, e non tutte sono uguali, invero. Quindi, Grimilde cara, strega del mio cuor, è proprio difficile che colei a cui porgi il bellissimo frutto, possa cadere nel sonno profondo. Tra l’altro, non ha più neppure le fattezze di Biancaneve, che ce la siamo trovata dall’oggi al domani, al rientro dalla terapia al “norde”, come un riccio brizzolato, come la spugna

che si usa per sgrassare l’olio dalle pentole dopo che cucina la nonna, che poi è pure utile questa tosatura, metti che hai bisogno di grattarti per un attacco improvviso di allergia, usi la capoccia della mamma per godere. E diciamolo pure ad alta voce, il cancro bacia i belli.

Uno brutto brutto, ma proprio brutto “mancu li cani”, non potrebbe permettersi un look total nude alla capoccia. Il cancro fa risaltare gli occhi, verdi, cangianti.

Che pure mia figlia, non ancora duenne, l’ha capita, ha approvato questo make up da artista.

Arya fa l’assistente mentre curiamo le ferite, conosce perfettamente dove si trovi la bua della nonna e la ragione per cui per 2 mesi non l’abbia potuta prendere in braccio. A lei non importa se la nonna ha 2 seni grandi come meloni retati o 2 cicatrici enormi e sanguinanti, al limite del vomitevole se si hanno stomaci delicati, se ha i capelli color fata turchina o se sfoggia turbanti come fosse la regina del Sahara. A lei, importa che ci sia.

In questi 2 anni, ma a dirla tutta, da molto e molto tempo addietro, mi si chiede come mai io abbia sempre il sorriso sulla bocca e soprattutto negli occhi.

Me lo chiedono in tanti. E rispondo:

Io non so fare che questo. Sorrido perché non saprei fare altrimenti.

Perché credo che la piuma batta un masso, perché la pesantezza si contrasta con la leggerezza, perché sono terrorizzata dalla morte.

Avete presente quando bevete qualcosa di molto freddo e vi si ghiaccia letteralmente il cervello?

Questa è la sensazione che provo io almeno una volta al giorno, quando penso alla morte. Cado in trappola, immobile, il respiro diventa affannoso e gli occhi si purificano.

E piango.

Eh no, non sono affatto infelice.

Come diceva Seneca, “un uomo è infelice quando convince se stesso di esserlo”.

Ogni vita che vivo da quando il sole sorge, lotta con il terrore che qualcuno che amo possa non esserci più. Potrei restarmene lì, seduta, terrorizzata, lì dove sono quando ci penso, potrei essere pietra, tavolo, pianta, dentifricio. Per abitudine. Ma non sarei più quella che sono.

Non ci sono solo lapidi. Non c’è solo paura. Ci sono quei noiosi gesti tangibili che ci ricordano di quanto sia salvifico provare emozioni, essere sangue e carne che scorre, nonostante tutto. E io sono questa moltitudine di emozioni. Rido di gusto. Con gli occhi.

Rido con i piedi quando danzo.  Resta visibile la mia anima, potente, infuocata, che si dimena e taglia le braccia, le mani, le scapole. E’ questo il momento di pura estasi che ognuno, a modo suo, dovrebbe vivere. Non tanto per dimenticare ma per ricordare che c’è, esiste, come essere pensante, come essere che dimora in questo mondo e non in altre dimensioni a cui anelare. Sentirsi. Nel bene e nel male.

 

A sentire e ad accettare lo schiaffo dietro al collo quando meno te l’aspetti. Chi l’ha detto che la normalità non sia ridere delle proprie stranezze, dei disagi che la vita offre costantemente. Chi l’ha detto che ci sia l’obbligo di trovare quiete al disordine totalizzante che si immagazzina?

Ci assomigliamo tutti quando siamo felici.

Quando uno è infelice lo è a modo suo, mi pare di aver letto una volta.

Così ecco alcune cose che mi auguro per questi miei 32 anni:

Mi auguro di avere ricordi di giorni diversi, di notti strane con mio marito e mia figlia, di piedi in faccia e capocciate al buio, mai uguali, senza l’affanno di cercare la specialità in tutto questo, ma l’unicità.

Mi auguro di restare, di saper dimenticare senza cattiveria, di avere pazienza quando sento esclamare la frase più bella dell’universo: “ti capisco, immagino” ma non immaginano proprio un bel niente, ma è giusto che sia così, perché ciascuno vive a modo suo le sue felicità e i suoi dolori, quando un raffreddore è la morte nera che incombe, quando la fidanzata ci ha lasciati, quando l’abito dei sogni era in saldo ma l’ultimo pezzo, perché è la vita di tutti e di nessuno e non si può pretendere che l’unicità sia massificante e che la massa sia sinonimo di bruttezza. Chi è religioso dice che ognuno ha le proprie croci.

 

 

poiché mi reputo estremamente fortunata, nata in una famiglia tutto sommato benestante, da una donna che ci ha insegnato il profondo valore del denaro.

In fondo, le cose stanno esattamente così.

L’avversità è l’opportunità della virtù!

Ma al tempo stesso mi auguro di non vivere i miei giorni come se fossero sempre gli ultimi, con l’insostenibile ansia da prestazione di una vita perfetta ma mai vissuta.

Mi auguro di provare meno rabbia ma di far sentire la mia voce nelle ingiustizie.

Mi auguro di essere più tollerante ma di non tollerare la maleducazione.

Mi auguro di meritarmi le amicizie che ho e quelle che ancora non ho ma che spero albergheranno nel mio cuore e nei miei sguardi e voglio  meritarle sempre, costantemente, senza il rischio di perderle ogni giorno se contraddette.

Mi auguro di essere l’amica che c’è quando è opportuno esserci; restare invisibile quando il nero abbaglia; di donare tempo prezioso che bacia la qualità; di restare in silenzio facendo la migliore chiacchierata con gli occhi checonosci e ami, conservando intatta in me la convinzione che sacra è l’amicizia quanto l’amore che, come dico sempre, tutto muove.

Mi auguro di essere anche io l’amica a cui si dona amore, nella similitudine e nella diversità più profonda delle vite che scegliamo di vivere.

Mi auguro di guardare i documentari sull’anoressia ed esclamare ironicamente: “ormai sono troppo vecchia per queste cose”: osservo i protagonisti come spettatrice speciale, mi pongo incredibilmente e straordinariamente a debita distanza da quel tunnel maledetto di morte e assurdità che non voglio più percorrere, anche se a fatica e senza ipocrisie.

Mi auguro di essere più coraggiosa nelle scelte e rivoluzionaria con me stessa, accettandomi per la persona che sono.

Mi auguro di passare da quella che “sono” a quello che “faccio” quando le 2 cose combaciano, perché il tempo dei rimpianti è sepolto.