20 Set

50 sfumature di CANCRO

Ho scritto questo post nella mia testa milioni di volte, mentre cammino, mentre dormo, mentre mi lavo, mentre la vita svolge il suo lavoro di indomabile leonessa.

Eppure c’è voluto tempo, pazienza e un filo di distacco prima che le mie mani potessero digitare sull’inchiostro virtuale.

Chiunque voglia intraprendere la lettura di quello che seguirà, sappia che proverò fortemente a lasciare all’angolo della vergogna l’amarezza, la delusione, la rabbia, provando a rispettare tutte le credenze, le fedi, i riti, e soprattutto , è bene che sappia che ciò che sarà scritto è frutto di una personale esperienza, la mia,  che non è la verità vera assolutamente e universalmente incontestabile.

Proverò a non abbandonare sul guardrail del disappunto, il briciolo di auto/ironia che è parte integrante di questo blog e non me ne vogliate se a volte questa strana maniera di scrivere vi suonerà stridente.

Da qualche giorno, la mostriciattolina di 10 mesi emette alcuni suoni che ricordano vagamente la parola papà che però assomiglia anche a pappa e così circola uno strano gioco domestico in cui proviamo, ogni giorno e per tutto il giorno, a farle pronunciare parole come termosifone, sternocleidomastoideo, massetto, stoccaggio, mammata (tutti termini che attualmente fanno parte del nostro lessico famigliare).

Non sarebbe affatto strano però, se un giorno, tra una lallazione e l’altra dicesse a chiare lettere la parola: cancro, c a n c r o, forte, scandito, a suoni aperti, senza usare metafore, sinonimi, giri di parole che non conosce.

Al bellissimo gioco del “diamo un nome alle cose” dovremmo partecipare tutti, come quando la sera prima del telegiornale ci mettiamo a braccia conserte e in pantofole davanti alla tv e le sappiamo tutte ma proprio tutte le parole della catena.

Nessuna intesa finale avrebbero i campioni in carica se per rispondere correttamente dovessero suggerire in pochissimi secondi : malattia a cui non si riesce a dare il giusto nome.

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Il male del millennio, il mostro, l’entità oscura, il buio, la bestia indomabile, l’intruso, l’estraneo, lo squalo…

Tutto pur di non scrivere, leggere o pronunciare la parola cancro.

Cancrocancrocancrocancrocancrocancro.

Paradossalmente,  “morte” ha meno sotterfugi e rotatorie quando deve apparire alla ribalta.

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Ultimamente poi, dilagano notizie, condivisioni allarmanti, giornate per la memoria di qualcosa o qualcuno   davanti alle quali mi sento impotente e rabbiosa.

Qualche giorno fa ho aperto il magico mondo di facebook e per ore mi sono scervellata sul motivo per cui moltissimi miei contatti (uso questo termine volutamente) avessero condiviso una loro foto in bianco e nero per una sfida accettata. L’idea che fosse qualche minchiata relativa alla sensibilizzazione per qualcosa mi  si era pure balenata, ma ho cercato di pensare positivo come sempre e dare una chance alla ragionevolezza e al buon senso. Ma niente. Queste ultime due cose erano al bar a prendersi gli ultimi caffè con il latte di mandorla visto che “winter is coming”.

La condivisione di una foto in bianco e nero ha senza dubbio alcuno costituito un importante passo dell’umanità verso la conoscenza, l’informazione e la sensibilizzazione su un argomento assolutamente tabù, talmente tabù che forse neppure chi si è fatto un selfie con il muso da gallina per accettare una sfida sapesse realmente il significato di quella foto postata.

Ora, riconoscendo la buona fede di molti, ipotizzando (perché a pensar male si fa peccato) l’onestà intellettuale di chi gestisce queste giornate di sensibilizzazione contro il cancro in tal maniera, sarebbe opportuno chiedersi se chi ce l’ha, il cancro, ha postato qualche sua foto o si è sentito meno solo o meno malato grazie a questo meccanismo di condivisione delle manine laboriose che tante cose sanno fare.

Ma poi? Che tipo di sfida avremmo dovuto accettare?

Parliamoci chiaro. A sentirsi meno soli e in pace con il cosmo, con il karma, con i sette dei, con lo spirito yoga del mercoledì sera, siamo noi, non i malati, siamo noi che scarichiamo la coscienza sperando di fare opera buona e pia, sicuramente sentita dal cuore, perché magari colui che ci guarda da lassù, l’Immenso, quando sceglierà a chi dare il dono della malattia, salterà il turno.

Siamo la società dell’onniscienza, della tuttologia, della dietrologia, della meta-scienza e meta-medicina, della meta-comunicazione; condanniamo alla gogna chi non accarezza un cane che è il migliore amico dell’uomo meglio di un umano ma non riusciamo a guardare negli occhi, dritto dritto, chi esce da una seduta di chemioterapia,  e parliamo di oscurità, perché è più semplice, è più comodo, perché al buio siamo tutti uguali e se siamo tutti uguali non ho bisogno di confrontarmi, non devo sforzarmi di comprendere la tua situazione, perché non voglio rattristarmi, è già tanto amara la vita mia, ho già tante croci io che neppure si contano più.

Così accetto una sfida, passivamente.

So che esiste questa cosa, brutta brutta, che è meglio non dire il suo nome come Voldemort, perché anche solo a pensarci, te la potresti chiamare e se un mio amico che ha preso tutti 30 agli esami all’università oppure quello che le sa davvero tutte  perché legge tanti libri, quindi è bravo, condivide la notizia sensazionale contro il capitalismo, contro l’industria farmaceutica e contro i medici che hanno preso la laurea per sport , allora vado in Sicilia e mi compro ettari di terreno di limoni e me li faccio inviare ogni giorno, all’alba, così appena sveglia “ungime tutta” di acqua tiepida e limone, e quasi quasi mi faccio pure un bel bidet, che non si sa mai, magari prevengo pure là sotto. E poi, perché dare soldi a questa società, a questo sistema sanitario che va a rotoli? Perché dovrei piegarmi ai voleri di medici che vogliono solo il mio piccolo stipendio per fare delle analisi dai termini incomprensibili,  quando si sa che la salute passa dall’animo, come dice sempre il ragazzo della mia amica che frequenta quel corso di meditazione il sabato mattina, così la sera sono in grande forma, in tutti i sensi e posso tranquillamente farmi il giro dei locali, meglio dove si fuma e si beve con poco, anzi dove me “fazzu a stozze”, perché la vita una è ed è meglio goderne appieno.

Se le giornate di sensibilizzazione contro il cancro servono a chi il cancro non ce l’ha (chi è malato è sensibile all’argomento ogni istante della propria vita e spera, a volte, di dimenticarsene durante la giornata) la vera sfida è quella di chiamare la propria ginecologa e prenotare un pap test, un’ecografia, una visita di controllo. La vera sfida è la conoscenza. L’informazione, quella scientifica, quella incomprensibile ai più , certo, ma che potrebbe essere capita se chiediamo di farcela spiegare, da coloro che hanno studiato e dedicato un’intera vita per questo. Quello che noi possiamo fare è lottare contro l’ignoranza che dilaga, contro le false fedi, contro il MedioEvo che imperversa e crea oscurantismo e contagia.

La sfida è quella di sapere che di cancro non ce n’è uno, che non sono solo le donne ad ammalarsi, che il cancro è uomo, donna, bambino, che la vita di un malato di cancro non è nera,  ma ci sono tante, molte sfumature e non sono rari gli avvistamenti di caleidoscopi.

Questa storia dell’uguaglianza ci sta letteralmente sfuggendo di mano, rivendicandola e applicandola in contesti decisamente sbagliati. La diversità, da qualunque ambito provenga è invece una ricchezza e a volte la retorica gioca a nostro favore.

La quotidianità di una famiglia in cui esistono componenti malati è evidentemente diversa da quella di una famiglia “sana” e non è detto che tra le due quella meno sorridente sia la prima.

Molti hanno timore ad “avvicinare” e avvicinarsi ad un malato di cancro perché sostengono di non avere i mezzi o di non riuscire a creare empatia con chi soffre, perché si guarda negli occhi un morto che cammina.

Sappiate che vivere con uno di loro, con questi alieni arrivati sulla terra per colorarci le nostre giornate di grigio, (tenetevi forte) è un privilegio.

Esiste una regola che da tempo mi sono data, frutto degli insegnamenti degli antichi tramandati dai nonni, al fine di galleggiare nelle acque profonde: l’erba del vicino non è sempre più verde della propria.

Se abbiamo mal di testa, se siamo stati licenziati, se proviamo sofferenza per qualcosa, abbiamo tutto il diritto di lamentarcene ovviamente. E’ raro e insensato distaccarci totalmente da ciò che ci accade ed è giusto sentire addosso il malessere.

Ma abbiamo anche il sacrosanto dovere di guardare da giuste prospettive, di porre dei limiti al vittimismo dell’”accade tutto a me”; abbiamo il dovere morale e sociale di fermarci, indossare gli scarponi e decidere da che parte andare. Scegliere.

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Questa è l’altra vera sfida. Dobbiamo scegliere la strada da percorrere e in questo non siamo così tanto diversi da chi si ammala.

Si può intraprendere la via del vittimismo e quella della quotidianità reale, pungente, tremenda, oscura, scevra da immobilismi dell’unico stato d’animo che ci fa sentire potenti nell’impotenza, la quotidianità che è vita. Tutti dovremmo decidere da che parte stare.

Sani e malati. Vedo in giro molti più morti sani che camminano che malati morti che corrono.

C’è una frase che mi fa molto ridere: vivi ogni giorno da leone, come se fosse l’ultimo.

I malati lo sanno bene che potrebbe essere il loro ultimo giorno, ma la cosa sensazionale  è che, a dispetto di chi malato non è, lasciano la filosofia, la retorica, il perbenismo fuori dai loro pensieri. Nel marasma della quotidianità, non c’è proprio tempo e modo di filosofeggiare e così vivono, vivono sul serio. E’ questa la più grande sfida: scegliere se vivere davvero o vivere la vita di altri pensando costantemente alla sottrazione, alla negazione, alla marea di cose che NON vanno. Per vivere davvero ci vuole coraggio, forse.

Provate a restare con gli occhi chiusi e per ore in una stanza buia.

Una volta fuori saremo accecati letteralmente e i nostri occhi faranno fatica ad aprirsi e a mettere a fuoco.

 

Se invece restassimo ancora dentro la stanza oscura e provassimo ad aprire gli occhi, riusciremmo ad abituarci all’oscurità , in grado di percepire quello che ci circonda, vivendo nella copia carbone, nella menzogna della vita che fuori scorre, nel bene e nel male.

Come possiamo fermarci a guardare il panorama, quando la scalata è faticosa, quando i muscoli cedono, quando la rabbia, il dolore, la sofferenza, il disappunto legano mani e piedi e non si riesce a salire in cima?

La vera battaglia non è tra vivere e morire. La vera battaglia è lottare con i mille volti di noi stessi, con gli spiriti malefici del corpo arrugginito che ostacolano la corsa; la vera battaglia è quella di non compromettere l’animo quando tutto è buio. In questo siamo tutti uguali. Malati e sani. Possiamo scegliere di mollare e possiamo scegliere di tenere tutto.

Come scrive Marco Venturino, Direttore della Divisione di Anestesia e Rianimazione dell’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano, “La malattia che entra nella giovinezza è come un camion che viene lanciato a tutta velocità in una cristalleria. Spacca tutto, infrange la danza di quei delicatissimi cristalli che ornano l’adolescenza: bellezza, fragilità, aspettativa, desiderio, sogno, ambizione, attesa, fiducia”.

Io quella cristalleria spaccata la conosco bene. Se tua madre si ammala quando tu sei solo una ragazzina egocentrica, borghese di città appena arrivata nel liceo figo, i delicati cristalli saltano e fai fatica a non pensare che potresti essere tu la causa del male oscuro.

Così arriva sparato un altro camion, forse ancora più subdolo, perché più pesante e veloce. Arrivano i sensi di colpa, giungono a spada tratta i cavalieri della rabbia, dell’odio.

Perché a me? Cosa abbiamo fatto per meritarci anche questo? Forse non siamo stati abbastanza bravi, meritevoli di altro che non sia probabilità, percentuali di morte.

Ognuno sceglie il proprio mantello dell’invisibilità oppure l’arma con cui proteggersi da questo nuovo esercito invasore. Io ho scelto entrambe.

Tanto invisibile e tanto perfetta da poter contrastare i sensi di colpa, tanto invisibile da voler appiattire anima e corpo pesando quel giusto per poter volare e posarmi sul fiore della bellezza eterea, da cui poter osservare la vita degli altri, tanto perfetta da voler proteggere i miei cari con l’unica forma che conoscessi: lo studio matto e disperatissimo.

La passione per la danza, l’amore incondizionato , il tempo e gli strumenti giusti di comprensione mi hanno abbracciata, mi hanno raccolta da terra e messa in piedi.

Così a mia figlia, un giorno, racconterò di quando la mamma ha sbagliato, ha commesso tanti errori, perché era arrabbiata.

Arya un giorno conoscerà e parlerà di cancro e non sarà macabro, affatto.

Arya vive e vivrà in un ambiente in cui si scherza sulla probabilità di morte della sua nonna, su quanti anni le restano da vivere, su quante sedute di radio o di chemio dovrà fare.

Arya riderà dei capelli della nonna che assomigliano a quelli di x-man, al termine della radioterapia e le dirà che è brutta e gialla. La prenderà in giro sulle caldane a Natale e sul freddo gelido che sente a ferragosto. Saprà rispettare i giorni neri come la pece, quando la voglia di mollare è pressante, quando la sofferenza tira la corda, quando la stanchezza la fa da padrone e chiedi se ne vale la pena. Saprà abbracciarla in silenzio. Saprà mangiarla di baci quando lo stomaco è chiuso. Arya sarà una privilegiata come la sua mamma.

Avrà i mezzi necessari per capire che non è colpa di nessuno se una persona si ammala. Capita.

A mia figlia racconterò del nonno che il cancro se l’è portato via, ma non è stata colpa di nessuno.

Lui avrebbe decisamente scelto la strada della scienza e dei sorrisi, dell’amore immenso che tutto crea.

E non è stato colpa di nessuno se in 20 giorni la malattia è stata più forte.

Mia figlia è una privilegiata. Conosce l’amore folle, immenso e immortale di chi, più di altri, sa sulla propria pelle che la vita è così, imprevedibile e nulla cambierebbe se passassimo l’intera esistenza accigliati.

La mia mostriciattola non si accontenterà mai delle briciole. Vivrà di esempi. La nonna le promette viaggi in posti meravigliosi, traguardi da raggiungere, mete da toccare. La nonna non è una bugiarda. Occorre pensare in grande con la consapevolezza che un giorno non è uguale all’altro. Ogni giorno ci rende diversi e non è detto che sia un male. Il malato e chi gli sta accanto devono imparare a conoscere la persona che dimora in loro, quella che è, per essere la versione migliore nel futuro.

Non c’è nulla di macabro o di oscuro in tutto questo. A casa mia si ride a crepapelle, ci si fa la pipì addosso per le risate. A casa mia si piange tanto, ci si odia e ci si disprezza a giorni alterni. A casa mia si dice MAIPEJABBU e DIONON PEGGIO.  A casa mia convivono la fragilità e l’onnipotenza dell’ammalato, la testardaggine e l’ingenuità, lo spirito da crocerossina e l’indifferenza tagliente a volte necessaria.

Casa mia è come tutte le case del mondo. E forse no.

È piena di colori e di sfumature. A casa mia c’è l’amore che ogni giorno ci salva e la consapevolezza dei limiti.  A casa mia, sino ad ora, ogni sofferenza è stata trasformata in opportunità, anche solo di conoscenza.

Insomma, se proprio vogliamo condividere una foto, che sia a colori, intensi, accecanti, di quelli che ti ricordano che, in fondo, ci sei e ci sarai per sempre.

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10 Feb

Storie di una comunità viaggiante, che “difende i sogni realizzandoli”

“Ogni tempo ha il suo fascismo: se ne notano i segni premonitori dovunque la concentrazione di potere nega al cittadino la possibilità e la capacità di esprimere ed attuare la sua volontà. A questo si arriva in molti modi, non necessariamente col terrore dell’intimidazione poliziesca, ma anche negando o distorcendo l’informazione, inquinando la giustizia, paralizzando la scuola, diffondendo in molti modi sottili la nostalgia per un mondo in cui regnava sovrano l’ordine, ed in cui la sicurezza dei pochi privilegiati riposava sul lavoro forzato e sul silenzio forzato dei molti”. (da Un passato che credevamo non dovesse tornare piùCorriere della sera, 8 maggio 1974; ora in L’asimmetria e la vita, Primo Levi).

Forse ancora non abbiamo capito, forse non avremo mai delle risposte, ma abbiamo il diritto e il dovere di continuare a porci delle domande.

C’è chi non aspetta il 27 gennaio per salire sul carro e sventolare la bandiera dei ricordi, ingiallita e pregna di polvere. C’è chi quella bandiera la lucida ogni giorno, con olio di gomito, sudore, allegria e con tanta voglia di capire il passato, perché è da esso che si parla al presente e si guarda al futuro, in un continuo dialogo, non solo con se stessi.

C’è chi la diversità la considera una risorsa, un incredibile strumento di confronto per migliorarsi e modificarsi nel senso più sano del termine, in quanto la conoscenza e l’informazione non hanno connotazioni geografiche.

C’è una comunità viaggiante che considero patrimonio dell’Italia intera,  una realtà nazionale. Il primo treno della memoria è partito nel gennaio del 2005, con a bordo circa 700 ragazzi leccesi e piemontesi, grazie all’ Associazione Terra del Fuoco, organizzazione non governativa italiana, nata a Torino nel 2001 ma con sedi decentrate sull’intero territorio nazionale. Così come in un vero e proprio viaggio si percorrono strade, si cambiano direzioni, si prendono decisioni e si fanno scelte più o meno importanti, ogni tappa ha un senso, in un percorso educativo rivolto agli studenti delle scuole secondarie superiori e dell’università, che culmina a Cracovia per visitare gli ex campi di sterminio di Auschwitz e Birkenau. Quello polacco è unico nella storia per l’uso che il nazismo ne ha fatto, divenendo lo strumento principe di eliminazione razionale e sistematica dei deportati, nella micidiale demolizione dell’uomo contro l’uomo. In un preciso momento storico in cui i giovani vengono appellati in vari modi, a torto o a ragione, in cui la precarietà e il senso di insicurezza corrodono e avvelenano i pensieri, in cui il giudizio e l’indifferenza la fanno da padroni, c’è chi ha bisogno di spogliare la propria anima e rivestirla con mille indumenti provenienti da culture ed esperienze diverse, per sentirsi meno soli nella lotta delle idee,perché “quando si sogna da soli è solo un sogno. Ma quando si sogna insieme è già l’inizio della realtà” (Tdf). Anche se non lavoriamo nel fango, se non moriamo per un sì o per un no, se non patiamo la pochezza del cibo, non possiamo permetterci di avere vuoti gli occhi. Questi ragazzi hanno provato a riempirli i propri occhi, affidandosi non solo ai ricordi, alle esperienze e alla competenza di chi li ha “educati” ad essere a loro volta portavoci del progetto, ma anche a vivere uno spazio di condivisione, troppo spesso assente laddove prevalgano individualismi ed egocentrismi del nuovo Millennio.

I bambini piangono spesso.
E’ facile ricordare il loro pianto. Ma gli adulti no. Sono lacrime silenziose, che squarciano il volto già tagliato dal freddo pungente. Ci sono occhi che non osserveranno più il mondo. Pianti che non si udiranno. Dachau, Mauthausen Auschwitz, Chelmno, Ravensbruck, Fossoli. Sotto lo stesso cielo, alzo lo sguardo e ricordo. Scarpette, minuscole scarpe di chi non correrà, non intraprenderà la strana strada della vita. Capelli, ciocche che non saranno mai più scompigliate dal vento, che non conosceranno vanità, la grande bellezza, assaporando la propria immagine riflessa allo specchio.

Le stelle non si possono rubare, dimorano sopra di noi, custodi dei nostri sogni.

Eppure le hanno strappate dal cielo e obbligato a cucirle sulla stoffa.

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Betulle.
Al di là del filo spinato. Non sento alcun odore. Tutto è maledettamente coperto dalla neve così tanto candida da far paura. Ordine caotico. Silenzio assordante. Solitudine nella moltitudine. Assenza che deve farsi presenza, affinchè i “vuoti occhi” possano colmarsi di una storia che è LA storia, per non sentirsi più estranei nella terra natia né ospiti in quella in cui si sceglie di metter radici. Ricordo. La sensazione di perdere se stessi, il coraggio per preservare la propria anima, sporca, che si vergogna e si cela di fronte a tutta questa nuda verità di morte, ma financo di vita. Più una cosa è grande e meno si riesce a vederla. Ma non lì. L’oscurità pervade e non puoi girare la testa per far finta che non ci sia. Tutto passa, persino dopo le tempeste più devastanti torna la quiete. Dentro, piccoli cambiamenti che tormentano, domande che generano rabbia, solida, concreta, come tale deve essere il ricordo, scolpito nel cuore. Esso è eterno, oltre i numeri tatuati. Nomi. Nomi di chi non ha più una casa, gli abiti, le persone amate. Di coloro cui è stata lacerata la dignità, avendo perso tutto, giacendo sul fondo. E allora, quanti ancora, oggi, devono partire verso il niente; quanti ancora, oggi, vengono fatti schiavi e marciano “scalzi” su strade di discriminazione e terrore. Quanti ancora,oggi, sono obbligati alla fatica muta, alla gioia sommessa, al dolore che toglie il fiato e a una morte anonima?
Attuare il ricordo, affinchè le cose possano andare al giusto posto.
Perché, in fondo, la storia siamo noi e come canta Francesco De Gregori:

“la storia non ha nascondigli, la storia non passa la mano, la storia siamo noi, siamo noi questo piatto di grano”.

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Raccontare del male, spingersi oltre la naturale autoconvinzione che tutto vada bene, è un atto coraggioso e crudele. Denuda l’uomo, lavando l’ipocrisia e l’egoistico senso di beatitudine nel guardare il più bel quadro della vita, poichè troppe sono le sofferenze quotidiane.
Un impetuoso senso di vergogna e turbamento mi accarezzano la mano, da quando ho sceso le scale del pullman, dando lo sguardo alla “banalità del male”, da quando la nostra anima e i nostri corpi infreddoliti sono stati avvolti e travolti dal cielo color fumo di Auschwitz e Birkenau.
Poi, arrivano i sensi di colpa, forse stupidi, forse legittimi. Morsi di pudore lasciano i segni violacei sulla pelle. Non c’è pace, per nessuno. Né per i morti, né per coloro che camminano sulle loro ceneri, perché ingiusta la fortuna, il caso, la sorte di essere nati in un luogo o in un altro, in epoche lontane o vicine, eredi di religioni o miti differenti. Silenzio. C’è il frastuono delle domande interiori che generano terrore e rabbia. Nuda la verità davanti a noi. La storia si è fatta verbo e carne e non c’è modo di schivarla, è uno schiaffo in pieno viso, un calcio potente che ti spinge più in là, per osservarla più da vicino. Silenzio, ancora il tumulto del silenzio. Blocco dopo blocco, latrina dopo latrina, le lacrime si cristallizzano sul viso gelido. Sguardi attenti e inconsolabili si incrociano. Sono gli occhi la nostra bocca, la loro luce il mezzo più idoneo a formulare parole di commemorazione. Non esistono più gerarchie, ruoli, età, distinzione di sesso. Tutti lì, in quell’immenso luogo di memoria, devastazione e morte, siamo uguali, nella più bella forma di eguaglianza che esista al mondo. Perché se qualcuno avrà dato il nome a quella parola, eguaglianza, avrà pensato sicuramente a questo. Tutti sostanzialmente uguali nel provare delle emozioni, visibili e tangibili, tutti estremamente uguali nel vivere un’esperienza, di quelle che ti squarciano. Il nostro viaggio non è stato verso il nulla, perché lì abbiamo trovato il tutto, tutto il male del mondo, un viaggio verso il fondo.

Tutti scoprono, più o meno nella loro vita, che la felicità perfetta non è realizzabile, ma pochi si soffermano invece sulla considerazione opposta:che tale è anche una felicità perfetta. Sono stati proprio i disagi, le percosse, il freddo, la sete, che ci hanno tenuti a galla sul vuoto di una disperazione senza fondo, durante il viaggio e dopo. Non già la volontà di vivere, né una cosciente rassegnazione: chè pochi sono gli uomini capaci di questo, e noi non eravamo che un comune campione di umanità.(Primo Levi)
Ogni suono che sia umano è spento. Troppo “umano” sarebbe stato viaggiare in primavera o in estate. Basta poco per sentirsi infreddoliti nel corpo e nell’animo. E’ il freddo il primo dei problemi. Quel freddo che taglia, ti soffoca, cancella ogni forma di pensiero. Eppure si aveva addosso l’intero negozio sportivo più cool del momento.

Il tempo passa goccia a goccia.
Le parole sono state inventate da noi uomini e in quanto frutto dell’umana mente godono degli stessi nostri limiti. Come potremmo, senza sfiorare l’eterna retorica, riuscire mai a esprimere con dignità l’esemplare devastazione dell’uomo?
Si immagini ora un uomo a cui, insieme con le persone amate, vengano tolti la sua casa, le sue abitudini, i suoi abiti,tutto infine, letteralmente tutto quanto possiede: sarà un uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno, dimentico di dignità e discernimento, poiché accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso; tale quindi, che si potrà a cuor leggero decidere della sua vita o morte al di fuori di ogni senso di affinità umana; nel caso più fortunato, in base ad un puro giudizio di utilità. Si comprenderà allora il duplice significato del termine Campo di annientamento e sarà chiaro cosa intendiamo esprimere con questa frase: giacere sul fondo. (Primo Levi)
E ritorna il senso di colpa, per quella fame cronica mai conosciuta, per quelle piaghe mai avute, per quel ventre gonfio e il viso tumido mai visto. E anche i più impavidi, persino coloro che avevano già immaginato come potesse essere lì, anche quelli che “mai piangere, è cosa da donnine”, con estrema compostezza e con profondo rispetto hanno accarezzato la mano di chi, soltanto una sessantina di anni fa popolava l’inferno.
Se dall’interno dei Lager un messaggio avesse potuto trapelare agli uomini liberi, sarebbe stato questo: fate di non subire nelle vostre case ciò che a noi viene inflitto qui…Noi abbiamo viaggiato fin nei vagoni piombati; noi abbiamo visto partire verso il niente le nostre donne e i nostri bambini; noi fatti schiavi abbiamo marciato cento volte avanti e indietro alla fatica muta, spenti nell’anima prima che dalla morta anonima. Noi non torneremo. Nessuno deve uscire di qui, che potrebbe portare al mondo, insieme col segno impresso nella carne, la mala novella di quanto, ad Auschwitz, è bastato all’uomo di fare all’uomo.
Eppure in quasi 800 siamo arrivati. Solo quest’anno. In quasi 800 siamo tornati e ritorneremo. Perché quel messaggio mai trapelato realmente è messo in opera, ogni anno.
Per non diventare bestie. Per vivere e non sopravvivere. Per raccontare. Per testimoniare. Perché non ci siano più schiavi, perché vengano attuati i diritti che si chiamano umani.

…consigli per gli acquisti intelligenti:

Molto spesso si legge di film colossal ispirati completamente o in parte a libri divenuti Best Seller o inizialmente poco conosciuti, che raggiungono la vetta del successo in seguito all’uscita del film.
C’è chi, a Hollywood ci ha visto lungo. Qualcuno di nome Brad e di cognome Pitt ha pensato bene di acquistare i diritti di un libro, scritto da Edwin Black, dal titolo IBM e l’Olocausto: I rapporti fra il Terzo Reich e una grande azienda americana
L’attore ha espresso il forte desiderio di produrre, con la sua Plan B, il film della storia drammatica, un intreccio tra tecnologia e nazismo, statistica e ideologia. Scartata l’ipotesi di farne una serie televisiva, Pitt è deciso a portare la storia sul grande schermo, cercando qualcuno disposto a distribuirlo. Invece di parafrasare quanto scritto dall’autore, sembra più opportuno riportare alcune parti dell’introduzione, per riuscire a capire, riflettere, criticare o semplicemente venire a conoscenza della millesima sfaccettatura del periodo più buio e oscuro della nostra Storia.
Leggere questo libro sarà molto inquietante. E’ stato molto inquietante anche scriverlo. Il volume infatti spiega come, in modo diretto o attraverso le sue filiali, l’IBM abbia partecipato consapevolmente all’Olocausto e abbia consentito il funzionamento della macchina bellica nazista che uccise milioni di persone in tutta l’Europa. L’Umanità non si accorse nemmeno della silenziosa comparsa del concetto di informazioni altamente organizzate, concetto che poi sarebbe diventato un mezzo di controllo sociale, un’arma da guerra e uno strumento per la distruzione etnica. L’avvenimento che diede il via all’intero processo si verificò nel giorno più funesto del secolo scorso, il 30 gennaio 1933, quando Adolf Hitler salì al potere. […]
Gli scienziati e gli ingegneri svilivano la loro nobile vocazione per progettare gli strumenti e trovare le giustificazioni della distruzione. Gli esperti di statistica utilizzavano infine la loro disciplina, poco conosciuta ma potente, per identificare le vittime, calcolare e razionalizzare i vantaggi dello sterminio, organizzare le persecuzioni e persino valutare l’efficienza del genocidio. E’ a questo punto che entrano in scena l’IBM e le sue filiali estere. Egocentrica e abbagliata dal suo stesso vortice di possibilità tecniche, l’IBM agiva obbedendo a un’immorale filosofia aziendale: se possiamo farlo, dobbiamo farlo. […] Quando Hitler salì al potere, i nazisti si prefissero l’obiettivo di identificare e distruggere i seicentomila membri della comunità ebraica tedesca…solo dopo essere stati identificati, gli ebrei avrebbero potuto diventare il bersaglio della confisca dei beni, della ghettizzazione, della deportazione e infine dello sterminio. Ma nel 1933 i computer non esistevano ancora. Tuttavia, esisteva un’altra invenzione: la scheda perforata dell’IBM e il sistema per la selezione delle schede, una sorta di precursore del computer. La filiale tedesca dell’IBM, progettò, creò e fornì, grazie al proprio personale e alle proprie apparecchiature, l’assistenza tecnologica di cui il Terzo Reich di Hitler aveva bisogno per raggiungere un obiettivo mai realizzato in precedenza: l’automazione della distruzione di massa. Oltre duemila apparecchi multifunzionali vennero distribuiti in Germania, e altre migliaia raggiunsero i Paesi europei sotto il dominio tedesco. In ognuno dei principali campi di concentramento esisteva un centro per la selezione delle schede. Le persone venivano trasferite da un posto all’altro e costretto a lavorare fino allo sfinimento, e i loro resti venivano catalogati mediante fredde operazioni meccaniche. […]
Le schede perforate potevano essere progettate, stampate e vendute da un’unica azienda: l’IBM.
Le macchine non venivano vendute, bensì noleggiate e venivano regolarmente sottoposte a migliorie e interventi di manutenzione da parte di un’unica azienda: l’IBM. Le filiali addestravano gli ufficiali nazisti e i loro rappresentanti in tutta Europa, creavano succursali e stringevano accordi commerciali in tutti i paesi occupati sfruttando l’inesauribile schiera di dipendenti dell’IBM e gestendo gli stabilimenti in modo che producessero ben un miliardo e ben cinquecento milioni di schede perforate l’anno nella sola Germania.
Come riuscirono i nazisti a procurarsi le liste degli ebrei?
I censimenti e altre sofisticate tecnologie di conteggio e registrazione ideate dall’IBM in Germania hanno permesso ciò. L’IBM era stata fondata nel 1896 da Herman Hollerith, un inventore tedesco che aveva voluto creare una società tabulazioni per censimenti. Quando la filiale tedesca strinse l’alleanza ideologica e tecnologica con la Germania nazista, ai censimenti e alle registrazioni fu però affidata una nuova missione. L’IBM Germania inventò il censimento razziale, che rilevava anche la discendenza. Era questo il sogno dei nazisti: non solo contare gli ebrei ma anche identificarli.
Tuttavia, se pensiamo che senza l’IBM , sostiene l’autore, l’Olocausto non avrebbe avuto luogo, ci sbagliamo. L’Olocausto sarebbe andato avanti grazie ai proiettili, alle marce della morte, ai massacri condotti con carta e penna.
Grazie a questa lettura potremo analizzare gli straordinari risultati che Hitler ottenne quando decise di sterminare milioni di persone in breve tempo, comprendendo altresì il ruolo cruciale dell’automazione e della tecnologia. Edwin Black ha raccolto oltre 20mila pagine di documentazione provenienti da cinquanta archivi, collezioni bibliotecarie di manoscritti , registri di musei e altre fonti. Ha avuto accesso a migliaia di documenti segreti del dipartimento di Stato, dell’Ufficio dei servizi strategici e altri documenti governativi un tempo riservati. E’stato creato un raccoglitore per ciascun mese dagli anni 1933 al 1950. Nessuno di questi ventimila documenti ha fornito informazioni univoche. Nessuno di essi era in grado di rivelare la vera storia. Anzi, molti erano fuorvianti se utilizzati come testimonianze autonome. Acquistavano significato solo se accostati ad altri documenti, spesso provenienti da altre fonti. “Solo riportando alla luce ed esaminando i fatti realmente accaduti, il mondo della tecnologia potrà finalmente adottare il motto che ormai abbiamo sentito pronunciare tante volte: Mai più”.
Successivamente all’uscita del libro di Black, una organizzazione del popolo rom ha denunciato l’IBM per aver venduto macchine punzonatrici e altre strumentazioni utili, facilitando le stesse operazioni naziste di distruzione. Una Corte d’appello di Ginevra ha stabilito che l’azienda è processabile in Svizzera perché nel 1936 aprì una filiale, dichiarando inoltre che non possa essere del tutto esclusa la sua complicità attraverso assistenza materiale o intellettuale agli atti criminali dei nazisti. L’IBM ha richiesto un intervento della Corte Suprema Svizzera.
Il ricordo è un macigno, gelido vento che taglia il viso. La strada della conoscenza conduce al ricordo. Sapere, questo il verbo più invocato dai superstiti della brutalità umana. Anche nei sentieri più contorti e mai percorsi.
Buona lettura!