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20 Set

50 sfumature di CANCRO

Ho scritto questo post nella mia testa milioni di volte, mentre cammino, mentre dormo, mentre mi lavo, mentre la vita svolge il suo lavoro di indomabile leonessa.

Eppure c’è voluto tempo, pazienza e un filo di distacco prima che le mie mani potessero digitare sull’inchiostro virtuale.

Chiunque voglia intraprendere la lettura di quello che seguirà, sappia che proverò fortemente a lasciare all’angolo della vergogna l’amarezza, la delusione, la rabbia, provando a rispettare tutte le credenze, le fedi, i riti, e soprattutto , è bene che sappia che ciò che sarà scritto è frutto di una personale esperienza, la mia,  che non è la verità vera assolutamente e universalmente incontestabile.

Proverò a non abbandonare sul guardrail del disappunto, il briciolo di auto/ironia che è parte integrante di questo blog e non me ne vogliate se a volte questa strana maniera di scrivere vi suonerà stridente.

Da qualche giorno, la mostriciattolina di 10 mesi emette alcuni suoni che ricordano vagamente la parola papà che però assomiglia anche a pappa e così circola uno strano gioco domestico in cui proviamo, ogni giorno e per tutto il giorno, a farle pronunciare parole come termosifone, sternocleidomastoideo, massetto, stoccaggio, mammata (tutti termini che attualmente fanno parte del nostro lessico famigliare).

Non sarebbe affatto strano però, se un giorno, tra una lallazione e l’altra dicesse a chiare lettere la parola: cancro, c a n c r o, forte, scandito, a suoni aperti, senza usare metafore, sinonimi, giri di parole che non conosce.

Al bellissimo gioco del “diamo un nome alle cose” dovremmo partecipare tutti, come quando la sera prima del telegiornale ci mettiamo a braccia conserte e in pantofole davanti alla tv e le sappiamo tutte ma proprio tutte le parole della catena.

Nessuna intesa finale avrebbero i campioni in carica se per rispondere correttamente dovessero suggerire in pochissimi secondi : malattia a cui non si riesce a dare il giusto nome.

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Il male del millennio, il mostro, l’entità oscura, il buio, la bestia indomabile, l’intruso, l’estraneo, lo squalo…

Tutto pur di non scrivere, leggere o pronunciare la parola cancro.

Cancrocancrocancrocancrocancrocancro.

Paradossalmente,  “morte” ha meno sotterfugi e rotatorie quando deve apparire alla ribalta.

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Ultimamente poi, dilagano notizie, condivisioni allarmanti, giornate per la memoria di qualcosa o qualcuno   davanti alle quali mi sento impotente e rabbiosa.

Qualche giorno fa ho aperto il magico mondo di facebook e per ore mi sono scervellata sul motivo per cui moltissimi miei contatti (uso questo termine volutamente) avessero condiviso una loro foto in bianco e nero per una sfida accettata. L’idea che fosse qualche minchiata relativa alla sensibilizzazione per qualcosa mi  si era pure balenata, ma ho cercato di pensare positivo come sempre e dare una chance alla ragionevolezza e al buon senso. Ma niente. Queste ultime due cose erano al bar a prendersi gli ultimi caffè con il latte di mandorla visto che “winter is coming”.

La condivisione di una foto in bianco e nero ha senza dubbio alcuno costituito un importante passo dell’umanità verso la conoscenza, l’informazione e la sensibilizzazione su un argomento assolutamente tabù, talmente tabù che forse neppure chi si è fatto un selfie con il muso da gallina per accettare una sfida sapesse realmente il significato di quella foto postata.

Ora, riconoscendo la buona fede di molti, ipotizzando (perché a pensar male si fa peccato) l’onestà intellettuale di chi gestisce queste giornate di sensibilizzazione contro il cancro in tal maniera, sarebbe opportuno chiedersi se chi ce l’ha, il cancro, ha postato qualche sua foto o si è sentito meno solo o meno malato grazie a questo meccanismo di condivisione delle manine laboriose che tante cose sanno fare.

Ma poi? Che tipo di sfida avremmo dovuto accettare?

Parliamoci chiaro. A sentirsi meno soli e in pace con il cosmo, con il karma, con i sette dei, con lo spirito yoga del mercoledì sera, siamo noi, non i malati, siamo noi che scarichiamo la coscienza sperando di fare opera buona e pia, sicuramente sentita dal cuore, perché magari colui che ci guarda da lassù, l’Immenso, quando sceglierà a chi dare il dono della malattia, salterà il turno.

Siamo la società dell’onniscienza, della tuttologia, della dietrologia, della meta-scienza e meta-medicina, della meta-comunicazione; condanniamo alla gogna chi non accarezza un cane che è il migliore amico dell’uomo meglio di un umano ma non riusciamo a guardare negli occhi, dritto dritto, chi esce da una seduta di chemioterapia,  e parliamo di oscurità, perché è più semplice, è più comodo, perché al buio siamo tutti uguali e se siamo tutti uguali non ho bisogno di confrontarmi, non devo sforzarmi di comprendere la tua situazione, perché non voglio rattristarmi, è già tanto amara la vita mia, ho già tante croci io che neppure si contano più.

Così accetto una sfida, passivamente.

So che esiste questa cosa, brutta brutta, che è meglio non dire il suo nome come Voldemort, perché anche solo a pensarci, te la potresti chiamare e se un mio amico che ha preso tutti 30 agli esami all’università oppure quello che le sa davvero tutte  perché legge tanti libri, quindi è bravo, condivide la notizia sensazionale contro il capitalismo, contro l’industria farmaceutica e contro i medici che hanno preso la laurea per sport , allora vado in Sicilia e mi compro ettari di terreno di limoni e me li faccio inviare ogni giorno, all’alba, così appena sveglia “ungime tutta” di acqua tiepida e limone, e quasi quasi mi faccio pure un bel bidet, che non si sa mai, magari prevengo pure là sotto. E poi, perché dare soldi a questa società, a questo sistema sanitario che va a rotoli? Perché dovrei piegarmi ai voleri di medici che vogliono solo il mio piccolo stipendio per fare delle analisi dai termini incomprensibili,  quando si sa che la salute passa dall’animo, come dice sempre il ragazzo della mia amica che frequenta quel corso di meditazione il sabato mattina, così la sera sono in grande forma, in tutti i sensi e posso tranquillamente farmi il giro dei locali, meglio dove si fuma e si beve con poco, anzi dove me “fazzu a stozze”, perché la vita una è ed è meglio goderne appieno.

Se le giornate di sensibilizzazione contro il cancro servono a chi il cancro non ce l’ha (chi è malato è sensibile all’argomento ogni istante della propria vita e spera, a volte, di dimenticarsene durante la giornata) la vera sfida è quella di chiamare la propria ginecologa e prenotare un pap test, un’ecografia, una visita di controllo. La vera sfida è la conoscenza. L’informazione, quella scientifica, quella incomprensibile ai più , certo, ma che potrebbe essere capita se chiediamo di farcela spiegare, da coloro che hanno studiato e dedicato un’intera vita per questo. Quello che noi possiamo fare è lottare contro l’ignoranza che dilaga, contro le false fedi, contro il MedioEvo che imperversa e crea oscurantismo e contagia.

La sfida è quella di sapere che di cancro non ce n’è uno, che non sono solo le donne ad ammalarsi, che il cancro è uomo, donna, bambino, che la vita di un malato di cancro non è nera,  ma ci sono tante, molte sfumature e non sono rari gli avvistamenti di caleidoscopi.

Questa storia dell’uguaglianza ci sta letteralmente sfuggendo di mano, rivendicandola e applicandola in contesti decisamente sbagliati. La diversità, da qualunque ambito provenga è invece una ricchezza e a volte la retorica gioca a nostro favore.

La quotidianità di una famiglia in cui esistono componenti malati è evidentemente diversa da quella di una famiglia “sana” e non è detto che tra le due quella meno sorridente sia la prima.

Molti hanno timore ad “avvicinare” e avvicinarsi ad un malato di cancro perché sostengono di non avere i mezzi o di non riuscire a creare empatia con chi soffre, perché si guarda negli occhi un morto che cammina.

Sappiate che vivere con uno di loro, con questi alieni arrivati sulla terra per colorarci le nostre giornate di grigio, (tenetevi forte) è un privilegio.

Esiste una regola che da tempo mi sono data, frutto degli insegnamenti degli antichi tramandati dai nonni, al fine di galleggiare nelle acque profonde: l’erba del vicino non è sempre più verde della propria.

Se abbiamo mal di testa, se siamo stati licenziati, se proviamo sofferenza per qualcosa, abbiamo tutto il diritto di lamentarcene ovviamente. E’ raro e insensato distaccarci totalmente da ciò che ci accade ed è giusto sentire addosso il malessere.

Ma abbiamo anche il sacrosanto dovere di guardare da giuste prospettive, di porre dei limiti al vittimismo dell’”accade tutto a me”; abbiamo il dovere morale e sociale di fermarci, indossare gli scarponi e decidere da che parte andare. Scegliere.

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Questa è l’altra vera sfida. Dobbiamo scegliere la strada da percorrere e in questo non siamo così tanto diversi da chi si ammala.

Si può intraprendere la via del vittimismo e quella della quotidianità reale, pungente, tremenda, oscura, scevra da immobilismi dell’unico stato d’animo che ci fa sentire potenti nell’impotenza, la quotidianità che è vita. Tutti dovremmo decidere da che parte stare.

Sani e malati. Vedo in giro molti più morti sani che camminano che malati morti che corrono.

C’è una frase che mi fa molto ridere: vivi ogni giorno da leone, come se fosse l’ultimo.

I malati lo sanno bene che potrebbe essere il loro ultimo giorno, ma la cosa sensazionale  è che, a dispetto di chi malato non è, lasciano la filosofia, la retorica, il perbenismo fuori dai loro pensieri. Nel marasma della quotidianità, non c’è proprio tempo e modo di filosofeggiare e così vivono, vivono sul serio. E’ questa la più grande sfida: scegliere se vivere davvero o vivere la vita di altri pensando costantemente alla sottrazione, alla negazione, alla marea di cose che NON vanno. Per vivere davvero ci vuole coraggio, forse.

Provate a restare con gli occhi chiusi e per ore in una stanza buia.

Una volta fuori saremo accecati letteralmente e i nostri occhi faranno fatica ad aprirsi e a mettere a fuoco.

 

Se invece restassimo ancora dentro la stanza oscura e provassimo ad aprire gli occhi, riusciremmo ad abituarci all’oscurità , in grado di percepire quello che ci circonda, vivendo nella copia carbone, nella menzogna della vita che fuori scorre, nel bene e nel male.

Come possiamo fermarci a guardare il panorama, quando la scalata è faticosa, quando i muscoli cedono, quando la rabbia, il dolore, la sofferenza, il disappunto legano mani e piedi e non si riesce a salire in cima?

La vera battaglia non è tra vivere e morire. La vera battaglia è lottare con i mille volti di noi stessi, con gli spiriti malefici del corpo arrugginito che ostacolano la corsa; la vera battaglia è quella di non compromettere l’animo quando tutto è buio. In questo siamo tutti uguali. Malati e sani. Possiamo scegliere di mollare e possiamo scegliere di tenere tutto.

Come scrive Marco Venturino, Direttore della Divisione di Anestesia e Rianimazione dell’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano, “La malattia che entra nella giovinezza è come un camion che viene lanciato a tutta velocità in una cristalleria. Spacca tutto, infrange la danza di quei delicatissimi cristalli che ornano l’adolescenza: bellezza, fragilità, aspettativa, desiderio, sogno, ambizione, attesa, fiducia”.

Io quella cristalleria spaccata la conosco bene. Se tua madre si ammala quando tu sei solo una ragazzina egocentrica, borghese di città appena arrivata nel liceo figo, i delicati cristalli saltano e fai fatica a non pensare che potresti essere tu la causa del male oscuro.

Così arriva sparato un altro camion, forse ancora più subdolo, perché più pesante e veloce. Arrivano i sensi di colpa, giungono a spada tratta i cavalieri della rabbia, dell’odio.

Perché a me? Cosa abbiamo fatto per meritarci anche questo? Forse non siamo stati abbastanza bravi, meritevoli di altro che non sia probabilità, percentuali di morte.

Ognuno sceglie il proprio mantello dell’invisibilità oppure l’arma con cui proteggersi da questo nuovo esercito invasore. Io ho scelto entrambe.

Tanto invisibile e tanto perfetta da poter contrastare i sensi di colpa, tanto invisibile da voler appiattire anima e corpo pesando quel giusto per poter volare e posarmi sul fiore della bellezza eterea, da cui poter osservare la vita degli altri, tanto perfetta da voler proteggere i miei cari con l’unica forma che conoscessi: lo studio matto e disperatissimo.

La passione per la danza, l’amore incondizionato , il tempo e gli strumenti giusti di comprensione mi hanno abbracciata, mi hanno raccolta da terra e messa in piedi.

Così a mia figlia, un giorno, racconterò di quando la mamma ha sbagliato, ha commesso tanti errori, perché era arrabbiata.

Arya un giorno conoscerà e parlerà di cancro e non sarà macabro, affatto.

Arya vive e vivrà in un ambiente in cui si scherza sulla probabilità di morte della sua nonna, su quanti anni le restano da vivere, su quante sedute di radio o di chemio dovrà fare.

Arya riderà dei capelli della nonna che assomigliano a quelli di x-man, al termine della radioterapia e le dirà che è brutta e gialla. La prenderà in giro sulle caldane a Natale e sul freddo gelido che sente a ferragosto. Saprà rispettare i giorni neri come la pece, quando la voglia di mollare è pressante, quando la sofferenza tira la corda, quando la stanchezza la fa da padrone e chiedi se ne vale la pena. Saprà abbracciarla in silenzio. Saprà mangiarla di baci quando lo stomaco è chiuso. Arya sarà una privilegiata come la sua mamma.

Avrà i mezzi necessari per capire che non è colpa di nessuno se una persona si ammala. Capita.

A mia figlia racconterò del nonno che il cancro se l’è portato via, ma non è stata colpa di nessuno.

Lui avrebbe decisamente scelto la strada della scienza e dei sorrisi, dell’amore immenso che tutto crea.

E non è stato colpa di nessuno se in 20 giorni la malattia è stata più forte.

Mia figlia è una privilegiata. Conosce l’amore folle, immenso e immortale di chi, più di altri, sa sulla propria pelle che la vita è così, imprevedibile e nulla cambierebbe se passassimo l’intera esistenza accigliati.

La mia mostriciattola non si accontenterà mai delle briciole. Vivrà di esempi. La nonna le promette viaggi in posti meravigliosi, traguardi da raggiungere, mete da toccare. La nonna non è una bugiarda. Occorre pensare in grande con la consapevolezza che un giorno non è uguale all’altro. Ogni giorno ci rende diversi e non è detto che sia un male. Il malato e chi gli sta accanto devono imparare a conoscere la persona che dimora in loro, quella che è, per essere la versione migliore nel futuro.

Non c’è nulla di macabro o di oscuro in tutto questo. A casa mia si ride a crepapelle, ci si fa la pipì addosso per le risate. A casa mia si piange tanto, ci si odia e ci si disprezza a giorni alterni. A casa mia si dice MAIPEJABBU e DIONON PEGGIO.  A casa mia convivono la fragilità e l’onnipotenza dell’ammalato, la testardaggine e l’ingenuità, lo spirito da crocerossina e l’indifferenza tagliente a volte necessaria.

Casa mia è come tutte le case del mondo. E forse no.

È piena di colori e di sfumature. A casa mia c’è l’amore che ogni giorno ci salva e la consapevolezza dei limiti.  A casa mia, sino ad ora, ogni sofferenza è stata trasformata in opportunità, anche solo di conoscenza.

Insomma, se proprio vogliamo condividere una foto, che sia a colori, intensi, accecanti, di quelli che ti ricordano che, in fondo, ci sei e ci sarai per sempre.

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20 Mag

Tu CHIAMALO, se vuoi, FETO di emozioni!

Quando ero piccola, le domeniche mattina mio nonno suonava al citofono, glorioso e fiero dei suoi doni, portava a figli e nipoti i frutti della sua terra e porgeva, come il miglior tesoro mai trovato, le uova appena “sfornate”, freschissime perché calde, ordinando di berle subito. E lo faceva con quelle mani ustionate dalla passione per quella terra rossa, sporche di amore viscerale per la sua campagna, tracciate dai segni di ore trascorse a raccogliere il frutto o la verdura migliore. E certo non gli chiedevo se avesse lavato quelle mani prima di donarmi la sua gioia o se avesse con sé l’amuchina per lavare i gelsi dal colore intenso o le prugne dalle forme variegate e strane. Era troppo divertente scoprire l’animaletto che si era appiccicato sopra, la lumachina che aveva trovato riparo o forse semplicemente sbagliato strada, catapultata in una casa di città e destinataria dello stupore di noi piccole. “quista è tutta robba noscia, tutta frisca e bbbona”.

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In campagna, dal nonno, andavo spesso. Cani, gatti, galline, un tempo anche cavalli. Alberi enormi su cui ho sempre fantasticato per avere la casa di Dodò dell’albero azzurro e mi sporcavo, giocavo a bocce con lui, anche se ora lo so che mi faceva tirare solo il boccino e segnare i punti, ma io ero felice lo stesso.

Scappavo dalle api, dagli insetti che flirtavano con la frutta marcia caduta per terra, raccoglievo le prime fragole, minuscole ma succose e le mangiavo dalla piantina come fossero pacchi di zigulì.

Mi incollavo con la resina,  mangiavo la resina, piangevo per la resina che rovinava quel vestito tanto grazioso.

A quell’età non ero ancora cosciente del fatto che, passati un po’ di anni, sarei diventata allergica a questo e a quell’altro. Se spuntava un gatto, lo accarezzavo, lo prendevo per la coda, gli parlavo ipotizzando di essere la bella e bionda  Sailor Moon  con la gatta Luna.

Rinunciando amaramente alla piega bucolica che sta prendendo questo post, trascorsi circa una ventina di anni, se guardo una gatta penso solo ad una cosa e questa è: TOXOPLASMOSI.

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La toxoplasmosi è una malattia infettiva, causata dal protozoo Toxoplasma gondiiparassita intracellulare obbligato diffuso tra imammiferi e gli uccelli. (Dio abbia in gloria wikipedia!)

Contrarla in gravidanza, è molto, molto, molto pericoloso.

Dovrai studiare attentamente, imparare a menadito, scolpire nel tuo cervello come le tavole di Abramo tutto ciò che ogni giorno della tua vita e di coloro i quali disgraziatamente ne fanno parte,  dovrai compiere, almeno fino al parto, giorno della liberazione di tutti gli esseri umani a me vicini, il 25 aprile delle loro esistenze.

Scadere e cadere nella trappola della psicosi, alternata a fissazione e instabilità mentale è semplicissimo.

Il dio google in questo non aiuta, anzi, affonda la nave della ragionevolezza e a restare, l’amico Schettino dell’ignoranza che si impossessa di te e non ne potrai più a fare a meno.

Chilate e litrate di amuchina saranno in cima alla lista della spesa. Se sei invitato per pranzare o cenare con qualche tuo vicino parente o amico caro, con fare circospetto ispezioni la cucina, porti con te il responsabile del reparto investigazioni scientifiche per esaminare tutto ciò che passerà dalla  bocca per arrivare nella pancia, se si tratta di cibi crudi.

Con estrema dolcezza fasulla e con occhi da invasata, chiederai gentilmente se la carne è stata ben cotta, se i formaggi sono pastorizzati e se gli insaccati possono sparire dalla tavola, come anche quel dolce che allieterà i loro palati dopo il gustoso pasto, ma non il mio, perché è un tiramisù con uova crude.

E viaaaaa con le liste di cibi codice rosso, out of order, bollino hot.

E tutto questo per quella mezza banana che ha occupato il mio utero che cresce a dismisura, per quell’alieno che non sento e non vedo ma esiste e mi fa fare cose per le quali, in condizioni “normali” mi vergognerei come Antonio Razzi se avesse dignità.

Mi sono letteralmente trasformata in una camionista vestita da piccola lady.

Non passa giorno in cui, la mia attività principale, non sia emettere sonanti ruttini conseguenti all’immissione di cibo nel mio corpo. Non passa giorno in cui, seduta sul divano accanto alla persona che hai sposato e che conosci da 8 anni, il suo amorevole sguardo non sia contraccambiato da un suono degno dei migliori camionisti del Texas, mentre le più accese conversazioni tra te e lui riguardano quanta aria nella pancia hai avuto durante l’arco della giornata o se sei stata in grado di dare la svolta  del momento, la buona riuscita dell’emissione dell’immissione, il dare e avere per eccellenza.

E ti ascolta. Ti compatisce. Ride di te e con te.

E’ questa la chiave di volta, l’emblema della condivisione, il punto di incontro, il reale prendersi per mano e camminare insieme.

Ridere. Dare uno schiaffo alla vergogna, ai sintomi, alla psicosi, alla toxoplasmosi, al terrore, alla solitudine.

Ridere insieme, ridere di me, della mia pancia da alcolista anonima o da “t’ha futtuta le purpette della nonna ahhhh”, del mio desiderio di parmigiano, delle pubblicità per i prodotti contro le smagliature che tutteoradovevanotrasmetterle, della cellulite che ho e che avrò ancora di più, del seno che prude, della cacca che sembra di vetro per quanto fa male.

Ridere di chi ti guarda e ti chiede con aria pastorale e parrocchiale se sento il miracolo dentro di me e tu, con aria da Gene Simmons dei Kiss e Marilyn Manson, vorresti dire la verità, cruda come le verdure che devi lavare accuratamente centomila volte per evitare la toxoplasmosi. La verità è che il miracolo ancora non lo sento, perché sono più attenta a stare bene, sono più terrorizzata dal fatto che quel coso di nome feto cresca e diventi un bambino a tutti gli effetti, così che mamma e papà possano chiamarlo per nome, possano sentirlo, possano dare concretezza al tutto. La verità è che il miracolo come lo chiamano loro, lo vedo solo quella volta in cui attendo seduta tra le altri gestanti, nello studio della ginecologa. Quella volta in cui quella cosa di nome feto, minuscola, impercettibile, pulsa e senti il battito del suo cuore. Quella volta in cui conosci l’istinto omicida, come una leonessa che protegge il cucciolo, quando, durante la translucenza, il medico tira “botte” con l’ecografo sulla tua pancia, cercando di far mettere in posizione quella cosa di nome feto, per misurare il liquido presente nella regione della nuca e stimare eventuali malformazioni.

La verità è che il miracolo quella cosa di nome feto l’ha già compiuto. Mi ha salvata.

….continua….

05 Mag

DONNA: partorirai con dolore…

Fino a 14 settimane fa, per la precisione fino a 13 settimane e tre giorni fa, non avevo minimamente idea  sul fatto che i mesi si potessero contare in settimane, partendo dallo zero e aggiungendo un numero sino a sei. Fino a 14 settimane fa, per ricordare che un mese era di 30 o 31 usavo la fantasiosa e miracolosa filastrocca trenta giorni a novembre con aprile giugno e settembre, di ventotto ce n’è uno, tutti gli altri fan 31.

Fino a 13 settimane +3 giorni fa mi alzavo dal letto come se avessi dormito sui materassi gonfiabili rimbalzanti per bambini. Con una mano preparavo il mio cappuccino casalingo, inzuppando il biscottone del momento e con l’altra il pranzo per il maritino, con un piede lavavo i piatti della sera prima e con l’altro osservavo superficialmente le mail a cui avrei dovuto rispondere. E poi lavatrice, arrotolamento panni puliti ma da stirare e stipamento nel magico foppapedrettiland, il luogo dove riposano beatamente tutte quelle “robbbbe” che un giorno saranno amorevolmente adottate dalla fatina stirella. Una mattinata persa, direte voi. E invece tutto questo avveniva, fino a tre settimane + 3giorni fa, tra le 8:15 e le 9:00.

E poi c’era la scrittura, il lavoro non retribuito quindi il lavoro, spostarsi dal punto A al punto Z di Lecce, rigorosamente a piedi in tempi che Bolt se li sogna, la zumba casalinga, la danza mon amour, il cibo spazzatura, la digestione, le mestruazioni.

Ecco. Da questo momento in poi, i deboli di cuore o gli schifiltosi, possono continuare a cliccare qualche video di Youporn o a selezionare profili poco probabili su FB, perché si parlerà di ciclo, di ormoni, di rivoluzione e di tanto ammmore.

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Un’ora dopo il fatidico sì, tutti mi avevo dato per gravida.

Come se fosse surreale, imbarazzante, improbabile quanto la recitazione di Tea Falco, ai limiti del paranormale, suggellare un amore di 7 anni firmando una carta e biascicando promesse, tra pianti inconsolabili e nasi umidi, senza aver fatto “il danno”.

E no, il “danno” non l’avevamo mica fatto. Anzi! E giù con le mitiche frasi ad effetto.

Stanotte ci date dentro…

Fra 9 mesi sfornate un bel nipotino (che già solo a sentire il verbo, mi si gela il sangue)…

Hai un virus intestinale? Non sarai mica incinta?

Soffri di gastrite cronica? Forse è l’embrione …

Fai un’assenza a  danza? Ci siamo…

Ecco, per circa un anno e poco più, i nostri orecchi hanno soavemente udito queste parole.

Come se fosse automatico, logico, statisticamente ufficiale che l’avvenuto matrimonio implicasse uno sperma party tutti i giorni, fino alla riuscita dell’evento.

Per un’anoressica, non avere il ciclo è una vittoria, il mezzo più eclatante per evidenziare la guerra ancora in atto, mese dopo mese. Quando ogni combattente è stremato, quando anche il generale inverno ha deposto le armi, non si fa neppure più caso. E’ naturale e scontato che non si debbano acquistare i lines.

Quando torni al supermercato davanti a quella fila di pannolini con le ali, ti sembra  di volare sul serio.

Così, annotare la data, sentire i primi sintomi, andare di matto per gli ormoni che ballano il tuca tuca, ingurgitare aulin come se non ci fosse un domani, diventa un pezzo di vita di cui ti riappropri, la vita di una donna che è già donna ma che abbraccia un’adolescenza perduta.

Io e mio marito, diciamocelo, ci eravamo dati già per sconfitti. Avevamo sentito tante di quelle storie sul concepimento, che vincere alla lotteria sembrava più semplice. Quando si tratta di rivoluzioni da compiere, pensiamo sempre alle opzioni, alle strade impervie, a quelle non asfaltate, ai possibili casi peggiori. Non è un “mettere le mani avanti per non cadere indietro”. E’ semplicemente sviscerare ogni cosa, osservare la realtà, capire che ci sono situazioni che possono capitare, evitando di oscurare la vista solo perché potrebbe essere fastidiosa la troppa luce. Così ci abbiamo provato, senza pensare alla meta, senza l’ossessione che intrappola l’amore e inibisce i sensi.

Restando in tale mood, qualche giorno prima del naturale sfaldamento che si verifica di norma ogni 28 giorni, di quella che è tecnicamente considerata l’eliminazione dello strato superficiale della mucosa dell’utero, ho iniziato a comportarmi come tutte quelle donne cui lanciavo occhiate di amarezza e misericordia, confidando nel mio buon senso, sfregando la lampada dell’astuzia e della ragionevolezza.

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Diciamocelo. Ogni donna reputa se stessa un invidiabile mix di specialità ed eccezionalità. Ciò che fanno “le altre” non mi tange, pensa con sguardo da assassina e risata da strega di Biancaneve. E invece?

Invece ad ogni visita all’ameno luogo dotato di ceramiche luccicanti e fantomatici mosaici, aguzzavo la vista e mi trasformavo in Abby Sciuto di “Ncis unità anticrimine”. La carta igienica veniva scrupolosamente accerchiata, passata a setaccio, portata nel laboratorio della mia mente, approvando e confermando il fatto che non ci fossero tracce ematiche. Ammettendo una frequenza massima di circa una decina di volte, più della metà del tempo di una persona mentalmente stabile, era trascorso a veder mutande e carta igienica.

Ma cercando di mantenere i piedi per terra e attribuendo IL RITARDO a fissazioni, manie, a sogni che si impossessano del tuo corpo e circuiscono la mente, secondo il principio per cui se non sai cosa hai, stai somatizzando qualcosa che hai dentro, ho oltrepassato il limite chiedendo aiuto al padrino di tutti i padrini: l’oracolo Google.

Lo sto facendo…lo sto facendo…l’ho fatto. Al dio Google ho chiesto: sintomi gravidanza.

E viaaaaaa. Si era spalancata la porta del paradiso e dell’inferno, la divina commedia delle informazioni, la biblioteca universale dedicata alle mamme o presunte tali, alle bimbeminkia che aprono forum chiedendo all’esperta di turno i 101 modi per non restare incinta dopo un bacio con lingua e via dicendo. Da quel momento, la mia anima è stata venduta ai vari siti che terminano o iniziano il proprio nome con mamma, mummy, dolce attesa. Milioni di beote come me che dialogano con un portatile e rispondono alle seguenti domande:

provi stanchezza? E tu sei lì a scuotere il capo in su e in giù, con la mano da italiana, a voler sottolineare un “te lo avevo detto”. Bah, vediamo…mumble mumble. Ultimamente sbadiglio in maniera estremamente eccessiva, cadendo nelle braccia di Morfeo come mai nella mia vita, accorgendomi del tutto solo dopo aver sentito il cuscino del divano su cui mi ero accasciata, umido di bava. Un’immagine raccapricciante.

Sei maggiormente irritabile??? Hai dei crampetti addominali o fastidi che ricordano quelli del ciclo mestruale. Siiiiiiiiiiiiiiiiiii, di grazia, altrimenti non sarei seduta qui, davanti a te, coso, in preda al panico misto beatitudine, per sapere se c’è un puntino che gironzola dentro il mio utero.

Irritabile dicevi? No.

E ancora giù con la lista delle cose che potrebbero succedere a una presunta gravida nel corso dei giorni. Ve la risparmio, ma ciò che non vi nego è la patologica costanza con cui questi siti venivano spulciati e l’immedesimazione era fulminea. Ma ancora un briciolo di ragionevolezza mi era rimasto. Così ho atteso che passassero un po’ di giorni dall’autentico e accertato ritardo, ho chiamato il coraggio al mio capezzale, ho messo da parte il mio lato da pulcino spaventato e ingenuo e mi sono recata in farmacia a comprare il test.

16 euro di test, ‘tacci loru. Già dal primo banale acquisto, ti accorgi che di lì a sempre, il sintomo più grande, assoluto e permanente sarà il mal di soldi, quelli che se ne vanno per “sfornare” un mini minion di te.

Fino a 14 settimane fa, avere delle tette era un dato di fatto cui arrendermi. Due cose che giacciono appena sotto il collo, destinatarie di bestemmie quando danzi e ti fanno male, limitatrici di movimenti particolari e dolenti durante quel famoso periodo.

Ora, appena sveglia, le prime due cose che scendono dal letto sono la tetta destra e poi quella sinistra, successivamente il piede destro e sinistro. Le sento. Vive. Anche troppo. Sono loro a compiere i primi passi verso la cucina, dure come il marmo di carrara ma allo stesso tempo sensibili come Garrison di Amici. E ti ammaliano, ti cercano, desiderano le tue mani per grattarti come dopo una puntura di mille zanzare killer. Ma sono i capezzoli i veri padroni della scena, dalle mutevoli sembianze, dalle cangianti striature, grandi come manopole delle radio d’epoca, puntano e ricevono tutti i segnali.

Per circa 13 settimane, la mia vitalità è stata pari a quella di un bradipo dopo una sbornia a 30 anni.

Di certo non la potevo mica dare vinta a tutti quei sintomi che si stavano impadronendo di me.

Così ho provato a ipotizzare una vita normale, in cui il “lavoro”, il volontariato, l’associazionismo, la scrittura, l’essere moglie, figlia, nipote, amica, sorella, donna, potessero continuare a esistere nella stessa persona, nonostante tutto.

Nonostante il fatto che il 90 per cento delle persone a me vicine e conoscenti, nulla sapessero riguardo al puntino che dimorava nel mio utero. Tante sono le ragioni di una coppia che decide di comune accordo di non comunicare subito “la dolce attesa”, tutte più o meno giuste, se di giustizia si può parlare quando si ha a che fare con la vita delle persone, con le scelte personali e con la libertà di espressione. Tante le motivazioni oggettive trite e ritrite in ogni sito che metta a disposizione la rete e l’esperienza.

L’illusione di essere uguale a quella che eri 14 settimane addietro è una brutta bestia.

La realtà ti viene a cercare, bussa alla tua porta e non se ne va. E’ l’ospite inatteso.

A ricordarti del fatto che, in fondo, molto in fondo, non sei quella di prima, è una piccola e semplice azione che il tuo organismo generalmente compie in maniera così naturale che neppure ci fai caso: LA DIGESTIONE.

Fine primo episodio.

…………………alla prossima puntata……………………