26 Mar

Pioverà luce!

Marzo 2020.

L’ultima volta che sono rimasta bloccata in un tempo “sospeso” in casa è stato quando eri nella mia pancia e mancavano 2 mesi al fischio finale, quando avrei dovuto considerarti come il libro più antico che sia stato mai trovato, nel luogo più sacro che potesse ospitarlo, letto in religioso silenzio e trattato come chi sa che oggetti di tale portata sono un’eterna rarità.

Ora tu hai 4 anni, la stessa età che avevo io quando il 9 novembre del 1989, mentre si pranzava tutti insieme a casa della nonna Italia, il telegiornale mandò in onda le immagini di un fiume di folla in festa, perché in una notte, la storia cambiò per il mondo intero, dissero.

C’era un piccone contro la cortina di ferro e un muro, a Berlino, che si stava sbriciolando.

Avevo 4 anni, la tua stessa età, eppure ricordo benissimo quei ragazzi che applaudivano, che si abbracciavano in lacrime e la gioia che invadeva quello schermo. Ed è viva dentro me la riflessione che fece nonna ad alta voce: “ha cangiatu lu munnu”.

 E il mondo era cambiato davvero. Erano arrivati gli anni 90, i pomeriggi dopo la scuola rinchiusi in cameretta, a salutare i germogli di lenticchia che fioriva,  interrata in batuffoli di cotone rubati al cassetto “sanitari” mentre ti sentivi figlia di Marie Curie o nipote di Mendel, con la stessa identica espressione beota che disegnava il volto mentre si cantava la sigla di Bim Bum Bam e Uan diventava il nostro migliore amico rosa. La nostra fervente agenda quotidiana era scandita dagli orari degli episodi dei cartoni animati, i più importanti Maestri di vita, grazie ai quali abbiamo imparato il valore dell’attesa, con il Sommo Oliver Hutton di Holly e Benji, che rimanda all’idea zen di dover aspettare il giorno dopo per sapere se , quella palla che il campione dalla maglia bianca aveva calciato con vigore e rimasta sospesa in  aria  come uno tsunami, fosse davvero entrata in porta e non esisteva il telecomando magico che metteva pausa o la didascalia in basso a destra: “riproduci episodio successivo”. Quello era. Ti doveva andare bene. Dovevi porre attenzione. L’appuntamento era per il giorno dopo, stesso posto stessa ora. Dovevi sognare con ansia. Grande festa alla corte di Francia, canticchiavi e la domanda esistenziale che ormai frullava nella testa era se davvero Oscar fosse contenta di essere donna, perché poi tifavi per Andrè; Dio quanto tifavi per quel gran figo di Andrè, quell’Amore impossibile durato quanto una Rivoluzione ma rimasto immortale. E  iniziavi ad innamorarti chiusa in camera, davanti alla tv e la colonna sonora dei nostri anni migliori veniva registrata su musicassetta con tanto di nastro adesivo, la stregoneria che ti consentiva di  registrare tutte le volte che potevi senza cambiare cassetta, tappando dei buchetti. Si piangeva stringendo il walkman sony con Bryan Adams

e speravi di diventare grande per fare parte del mondo anche tu.

E poi grande lo sono diventata davvero, mediamente, ecco.

Per chi come mamma e papà tuo ha scelto di frequentare l’Università fuori città, l’#restoacasa ha tratti famigliari. Durante la preparazione di un esame, quando non avevi la necessità di varcare l’uscio per immergerti nel mondo dei mezzi pubblici romani che ti avrebbero condotto nel sottosopra demogorgonico della Sapienza (perché figlia mia, io ho questo ricordo: l’immagine di una città Eterna che odora di petali di rose che ricoprono di rosso il Lungotevere, Fellini vivo che passeggia sotto ponte rotto, il sole rosso di Mirò che illumina il Colosseo, la tua mamma che come Poppy dei Trolls saltella felice in via dei fori,  che si scontra con  la grigia e cupa e demoniaca sede di Scienze Politiche della Sapienza), quando si doveva studiare, dicevamo, si avvertiva il mondo con DPCM (DECRETO DI MARI MINISTERIALE) che veniva stampato in Times carattere 100 ed emanato con fare apocalittico, letto in conferenza, con gli occhi da posseduta e i capelli che a Samara glieli ho disegnati io: MI CHIUDO!

I giorni passavano ma era sempre un lunedì tetro e angosciante. Ma quando la data dell’esame era vicina, si annotavano gli orari di apertura del più vicino centro TSO per te e per quelle eroiche persone che si trovavano a dialogare con ciò che si era impossessato del tuo corpo e anima. La nonna Italia ad esempio. E’ sempre stata dotata di magia nera. La potentissima capacità di chiamarti nell’unico momento della giornata in cui decidi che puoi nutrirti, di quel nutrimento che poi è stato fornito proprio da lei, incalzando domande da sacerdotessa con in mano il Rosario. E via di domande:

avete mangiato la parmigiana? E tu, vestita di nero, testa china e cantilena da tarantata, rispondi siiiiiii.

Era buona? Siiiiiiiiiii

Era abbastanza? Siiiiiiiiiii

Forse non era sufficiente? Siiiiiiiiiiiiiiiiiiiii

Amen.

Netflix ancora non era entrata nei nostri cuori e portafogli ma esisteva il fantastico sottobosco borderline dello streaming. 40 minuti di pura estasi cerebrale in stand by che ti spingeva financo a lavarti per dignità umana tua e di chi condivideva il divano con te. I resti di questa esperienza mistica li conserviamo ancora negli armadi. Tute detronizzate a pigiama e pigiami con cui si poteva prendere fuoco per riscaldarsi nelle fredde giornate romane. L’irritabilità portava il mio nome. L’apatia giocava a roulette russa con la parte new age della tua anima.

E’ faticoso lottare contro se stessi ogni minuto del giorno, ogni giorno per anni.

Il coronavirus, quel buffetto virus respiratorio che ha la punta a forma di corona e che tu a 4 anni ne conosci a menadito i sintomi, soprannome amichevole covid-19, un lunedì di un marzo di un anno bisesto, mi ha schiaffeggiata e ha aperto la scatola nera dei ricordi.

Ricordi di anni che puzzano di spreco. Quando un senso di onnipotenza mi spingeva a pensarmi capace di un dominio completo sulla mia esistenza. Erano gli anni in cui non conoscevo altro modo di vivere che l’impegno perpetuo nel tentativo di soddisfare l’ideale di eccellenza, famelica ricerca di specialità, fame di superiorità emotiva che non conosceva tregua. Per una ragazza che soffre di disturbi alimentari come l’anoressia, il grande Inverno è terrificante. Prima di vivere in quarantena, (tempismo perfetto da covid 19) ho cestinato quegli orribili pigiamoni di puro pile 100% formato famiglia dentro ai quali celavo il corpo macilento. Il mio stile di vita era insostenibile. Potevo funzionare perfettamente nutrendomi solo di carote e una mela al giorno. L’ossessione era una radio sempre accesa, h24. Non taceva mai. Credo che il mio peso minimo sia stato 38kg per 1.72 di altezza, che a pensarci bene non so come una fragilità su due gambe abbia potuto avere tutta quella energia. Sentivo le cose con troppa intensità. Prima del tuo arrivo, amore mio, non avevo mai provato o forse mai voluto imparare a spegnere l’interruttore. Non ero abituata a mostrare pubblicamente le mie debolezze. Rallentare è un verbo che odora di cambiamento e coniuga la vita. Bisogna avere coraggio.

Essere costantemente in movimento sembrava dondolarmi, mi concedeva la quiete dopo la tempesta che io stesso creavo. Io ero tempesta. Una volta, un po’ di anni fa, lessi che per sconfiggere la malattia era necessario qualcosa di più grande di essa, perché nulla è impossibile.

Ogni volta che sfidi la paura, ogni volta che fai qualcosa di impossibile, la paura si sgretola come quel muro che ho visto in tv quel 9 novembre. La malattia mi ha resa vulnerabile e al tempo stesso capace di reagire alle avversità. Mi ha evidenziato il lato oscuro scarnificato e illuminata da una luce accecante negli occhi, famelici di vita.  Mi ha costretto a fermarmi, a guardarmi dentro per ammettere che si può essere deboli, soli, conoscersi e riconoscersi nella solitudine. Disgusto. Bisogna arrivare a provare disgusto per essere pronti a smettere di vivere come il mostro di se stessi.

Talvolta ci si deve fermare. Stop. Pausa. Accettare la sospensione. L’assenza.

Arriva un momento in cui addomesticare le proprie fragilità potrebbe essere la sfida più grande. La frenesia cui ero abituata colmava la consapevolezza che se mi fossi fermata a pensare, avrei voluto afferrare qualcosa che non esisteva.

Accettare.

Si può.

Si può accettare di non andare di fretta come se il tempo sia più prezioso della vita stessa; si può accettare che non sia un peccato mortale se il tempo corre più velocemente di noi. Alzarsi di notte mentre tutti dormono per allenarsi per terra accanto al letto che dovrebbe sentirti addosso e svegliarsi mentre ancora tutti dormono per mangiare libri non è lucidare con polvere d’oro le lancette dell’orologio che abbiamo a disposizione. Il mondo non è un binario.

Bene-male

Vero-falso

Sì-No

Zero-cento

Finito-infinito

Possiamo incepparci. Le pile possono scaricarsi. Abbiamo il diritto di perdere il filo. 

Ci può sfuggire qualcosa.

Contaminazione.

La vita è un gigantesco imprevisto. Non è mai pura e non è mai del tutto sporca, amore mio.

La vita è come la tua mano che colori di arcobaleno. E’ un dolce compromesso. E’ litigio e rottura. Stanchezza.

E’ perdono. E’ respiro.

Non occorre dare un senso ogni giorno per avere il diritto di esistere. Agitare i secondi per ricavarne piacere non ha senso. Ci siamo incatenati ad una idea di libertà fasulla e falsificata del nostro fare quotidiano pseudo produttivo che ci fa sedere sul trono della realtà, ma a penzoloni.

La mancanza di pianificazione è un reato.

Poi è successa una cosa che mai avremmo ipotizzato accadesse e che ha cambiato le nostre vite. Non lo so se le ha cambiate per sempre, ma di sicuro ha rivoluzionato la quotidianità. Quando le cose mutano per tutti, allora c’è un effetto domino e tutto resta in aria, come dondolato da un vento leggero.

Io non so nulla della vita, ma forse tra gli errori più grandi che possiamo inserire nella categoria “da non fare” c’ è quello di prepararsi sempre al peggio.

Stiamo provando una sorta di vertigine. Montagne russe.

C’è chi vede tutto con estrema lucidità e chi potenzia la propria  propensione al disfattismo. Ci sono momenti, come questo del buffo coronavirus- monello come lo chiami tu, che non bussano alla porta. La abbattono ed entrano in casa con un boato. E quando arrivano ci sentiamo disarmati.  Ma non è una guerra.

Quella che stiamo vivendo, figlia mia, non è una guerra. Dovremmo smetterla di cercare ovunque un nemico contro cui batterci. Non esistono frontiere, cartine geopolitiche, nazioni più o meno strategiche.

Il virus è democratico, hanno detto.

Il virus porta ognuno di noi a fare i conti con l’arma fondamentale di cui tutti dispongono: la responsabilità.

“Il solo scopo per cui si può legittimamente esercitare un potere su qualunque membro di una comunità civilizzata, contro la sua volontà, è per evitare danno agli altri…perché la costrizione o la punizione siano giustificate, l’azione da cui si desidera distoglierlo deve essere intesa a causar danno a qualcun altro. Il solo aspetto della propria condotta di cui ciascuno deve render conto alla società è quello riguardante gli altri. La costrizione è giustificabile solo per la sicurezza altrui. Rendere chiunque Responsabile del male che fa agli altri è la regola. La mente umana ha una qualità. La fonte di tutto ciò che vi è di rispettabile nell’uomo inteso come essere intellettuale e morale è la possibilità di correggere i propri errori, di rimediarvi con la discussione e l’esperienza. Mantenersi aperti alle critiche riguardanti la sua opinione e la sua condotta”.

Lo scriveva John Stuart Mill nel 1859 nel suo Saggio sulla Libertà.

Considerarci in guerra ci arroga il diritto di crederci superiori o inferiori, inserisce il tarlo crudele di avere il diritto di odiare. Contro.

Sentirci in uno stato di costrizione permanente voluta dall’ alto ci legittima a considerare persino nell’ uguaglianza della situazione catastrofica, differenze sociali e status quo da recriminare.

La tua casa è più grande della mia. La tua noia è più ricca della mia. La tua creatività è più nutrita della mia. La tua strumentazione digitale è più aggiornata della mia. La tua voglia di correre contro la mia pedissequa accettazione delle restrizioni. Perché diciamocela tutta, siamo tutti Osho con il virus degli altri e poi sotto sotto celiamo idee hitleriane quando ci saltano i 5 minuti. La paura potrebbe renderci ciechi.

Sappiamo cosa farne del TEMPO che ora abbiamo a disposizione nel mondo surreale che ci ha fatto visita?

Arya,

perdonami se da quando il monello virus ci ha sbattuto la porta di casa non esistono più regole.

Scusami amore mio se non ho stampato tutti i lavoretti che amorevolmente e giustamente le tue Maestre inviavano nel gruppo WhatsApp della classe. La festa del papà del 2020 non avrà testimonianza di una poesia da te recitata. Ci perdonerà papo tuo.  Per una volta, la lentezza ha conservato l’ossigeno di cui avevamo bisogno tutti. Se il virus ci costringe alla distanza sociale e se il contatto fisico è vietato, possiamo riscoprire la potenza del verbo sentire.

“E’ da distesi che si vede il cielo” così ti porto a vedere le nuvole, dal nostro balcone che mai prima d’ora era stato così calpestato. Quei bizzarri batuffoli di cotone giganteschi che cambiano forma e colore col passaggio del vento e del sole. Inventi neologismi per dare il nome al disegno che vedi nel cielo. Credo che spesso, in questi giorni, la bimba più piccola tra le 2, sia io. Stiamo sperimentando l’ignoto. Navighiamo su una zattera a forma di punto interrogativo, nel mare aperto dei “non so.”

Vivere il tempo senza lancetta.

Al bando l’ansia e il terrore di perderci qualcosa che gli altri stanno vivendo e di cui noi non possiamo goderne. Che poi, dobbiamo per forza fare qualcosa? Tra i decreti ministeriali che “lu compare Giuseppi” di cui ormai conosci ciuffetto e timbro alla perfezione, (chiamandomi da una stanza all’altra -che ora danno Conte-), non c’è l’obbligo di trasformarsi in giullari, youtubers, cantautori, artisti di strada e di cucina, mangiafuoco, Mila e Shiro casalinghi, Carlicracchi e iginiMassari,

mamme Montessoriane vs mamme Rottermeier, papàRonaldi vs papàCamionistamediocolpaninazzoelabirrozza.

Non hai imparato la poesia della festa del papà. Scusami ancora.

Ma ti ricorderò di quando hai iniziato a svegliarti da sola, a infilare ai piedi le pantofole, una volta scesa dal letto. A prendere una salviettina che ti lascio nel comodino, perché –mamma! gli occhi sono pieni di caccoline tutte appiccicose sugli occhi e non vedo la strada del bagno per lavarmi-.

Così, come un cucciolo, hai imparato a gestire i primi gesti quotidiani e a preparare il tuo corpo  con i tuoi ritmi, senza il grillo parlante che sarei io, che ti incita come Maldini in panchina, a fare presto che è tardi. Stai crescendo. E io sto avendo la sorprendente fortuna di essere testimone oculare di questo meraviglioso cambiamento. L’odore. Il tuo odore che cambia così tanto durante una giornata intera. Sai di risveglio. Di dentifricio alla fragola incrostato sulle labbra dopo aver lavato i denti inginocchiata ai piedi del bidet del bagno di papo tuo. Sai di merendine sbriciolate sul divano e di cioccolato sulla maglietta bianca. Sai di pastina al formaggino pronunciata con diecigi come lo dici tu, mangiata a intervalli regolari di ore persino. Sai di profumo che spruzzi sui polsi e poi passi sul collo dopo aver fatto il bagnetto nella vasca, immaginando di essere al mare. Abbiamo iniziato ad abitare dentro, in ogni senso figlia mia.

Aspettare non è perdere tempo. Stiamo prendendo il tempo. Lo stiamo accettando. Accettare di avere capelli con la ricrescita. Unghie rotte bicolore. Baffi da siculo ottocentesco con la coppola in testa. Possiamo persino abitare il nulla. Tu sei portatrice sana di un ritmo personale, di una melodia unica che stai imparando a suonare, in autonomia, senza spreco. Abbiamo la fortuna di sfruttare questo tempo che prendiamo per conoscere o riconoscere quello interiore. C’è chi è tempesta. C’è chi è mare calmo. Senza sensi di colpa. Senza rumore. Senza silenzio. Non dobbiamo riempire contenitori vuoti. Il vizio supremo è la superficialità. E’ da quella che vorrei abituarti a prendere le distanze. In questi giorni di quarantena hai iniziato a fare domande di una maturità sconvolgente, mentre dipingi con il foulard in testa e con gli occhiali da sole, figlia illegittima di Frida. Ci sono parole che valgono più del loro apparente significato. Sotto le lenzuola, mentre ci nascondiamo dal drago, mi viene in mente che nei bambini c’è qualcosa che li lega in modo mistico alla natura. E sei bellezza. Sei poesia. I bambini lo sanno. Lo fanno ogni sera prima di donarsi a Morfeo. Vogliono ripetere la fiaba spaventosa fino a quando conoscono il drago talmente bene da considerarlo amico.

La bellezza è cominciata quando qualcuno ha cominciato a scegliere, ha detto un premio Oscar.

Se non vi innamorate, tutto diventa morto. Così in un tempo sospeso in cui la morte è tangibile, a 4 anni, tu amore mio padroneggi con naturalezza parole come cancro e virus, mascherine e disinfettanti. Si dice che ai bambini vada  detta la verità. Ma noi berremo sempre dalle tazzine di plastica in cui tu verserai un ottimo tè inglese preparato alle 23, quando le tue pile sono scariche solo a metà e noi esponiamo fieri la freschezza degli avvoltoi di Robin Hood che cantano che va tutto bene. Ci ho provato. Ci ho provato a incastrare i mattoncini lego che odio profondamente da quando ho memoria, ma ci provo. Per te. Nonostante i miei tic facciali ad ogni incastro che non so fare e che tu sbigottita richiedi. Tu chiedi tutte le legittime attenzioni e lo fai ininterrottamente h24, persino durante la notte invochi la mia presenza ed io, come un grillo danzante, ti vengo a proteggere e mentre mi osservi, come una sentinella, mi capita a volte che io voglia solo scomparire, sparire, altrove, per qualche secondo, piangere, urlare, danzare, scrivere, restare in silenzio che non è quello fuori per strada. Poi mi riporti sulla terra e mi ricordi quello che penso e che umilmente provo a insegnarti. La bellezza salverà l’umana specie.  Mi ricordi che la vita non deve essere per forza quello che manca e che possiamo smetterla di cercare ciò che non c’è. Vorrei che il verbo “sentire” potesse diventare il tuo preferito. C’è qualcosa di immortale nell ’odore di chi si ama. Forse da questa quarantena non ne usciremo migliori, ma mi auguro però che ci sia più consapevolezza della fortuna che abbiamo. Degli abbracci che stritolano. Della pelle che strapperesti per conservare un pezzetto del volto di chi ami e portarlo in giro con te, racchiuso nello scrigno segreto del cuore. L’amore invoca la fallibilità che è quanto di più carnale e reale ci sia, in un momento surreale. Ti spoglia. Ti scioglie i travestimenti esterni. Abbatte le fortezze. Quando sarai pronta, mi auguro che tu possa dare il tuo primo bacio con gli occhi. Perché sarai di chi alza lo sguardo, di chi riesce a dirti grazie. Sarai di chi si accorge che esistono i tramonti, che a pensarci bene durano solo pochi minuti, ma che sono, giorno dopo giorno, meravigliosamente unici. Sarai di chi disegna il tuo volto e lo dipinge con quel tocco che adesso ci è interdetto. Sarai pronta a donare il tuo essere poesia quando sentirai che la tua anima si accartoccia e sembrerà morire in preda alla mancanza. Quando sentirai, appunto, che c’è solo un luogo in cui il tuo respiro è sospeso, restando senza fiato, nemica di un tempo a cui chiedi di fermarsi, racchiuso nell’astuccio di un abbraccio. Senza fretta, un giorno, quando meno te l’aspetti, troverai l’ultimo pezzo del puzzle, il gheriglio di noce perfetto, la persona con cui sarai casa, ti sentirai casa e sarai a casa; la conchiglia più rara tra le centinaia insabbiate; l’aforisma più originale. Sarai di chi conoscerà il sapore delle tue lacrime, che asciuga con teneri baci sulle ciglia folte e bellissime che hai. Quando troverai verità nella bellezza del tempo che non è mai perso, mai sprecato ma regalato, mentre brilli con quegli occhi grandi che si illuminano al solo pensiero di aver trovato qualcosa che non ha copie. Sarai meravigliosa bufera. Sarai pioggia di luce sotto cui danzerai. Sarai di chi conosce ogni tratto di te eppure si stupisce ogni volta della bellezza che indossi. Di chi ti chiede come stai, più volte al giorno e si aspetta una risposta cruda e persino crudele, perché la quotidianità può essere cattiva con te. Di chi piange con te e per te. C’è qualcosa di sacro nelle lacrime versate con qualcuno che ami, che a sorridere siamo bravi tutti. Sarai di chi si nutre del tuo sorriso e ha sete di verità dai tuoi occhi stregati. Di chi è in grado di lucidare le tue gigantesche ali ma ti afferra con le radici di un ulivo secolare.  E non importa, amore della mamma, se sarà per sempre come nelle favole oppure no.

Avrai scritto la favola più importante della tua vita, perché avrai rischiato ad essere felice; avrai avuto coraggio; avrai lottato; è per M’illumino di immenso che Ungaretti ha fatto storia. Non importa la durata. Ti sarai sentita intera. Incanto e disperazione. Quando l’Amore si sdraia sulla tua schiena, non lo vedi, ma lo senti. E’ quel profumo che riconosceresti tra mille. Quel tocco che sa di magia. Il tempo, sempre lui, si ferma nel preciso istante in cui sussurri, nell’abbraccio più intimo: sei la mia vita e lascerai che quella vita di cui fai parte veda il pezzo più luminoso e a volte accecante e l’oscurità più profonda che ti porti dentro.

Siamo nati per rinascere ogni giorno.

 Allora forse non saremo migliori dopo la quarantena, ma spero che alla consapevolezza segua anche meno indifferenza.

Potremo assomigliare ai gesti che ripetiamo nelle ore di distanza sociale, di socialità interdetta come dicono quelli bravi. L’amore è un sentimento che è pace tra le bombe. Forse inizieremo a parlare con il silenzio dopo che lo avremo ascoltato per giorni. Saremo pronti a scavare tra le macerie di ciò che abbiamo vissuto e capiremo che la nostra unica opportunità è quella di riconoscere la felicità, quella tenera forza che ha la potenza del fuoco, perché in fondo siamo ancora vivi, storti, rotti, travolti e stravolti, meno lucidi, più vuoti o più saturi, ma forse non rinunceremo alle meravigliose sfumature che dipingono l’esistenza. Tutto è possibile. Come è possibile che un virus abbatta le porte delle nostre case, così è possibile che si possa mandarlo via a calci. Forse appenderemo la pesantezza e ci vestiremo di una leggerezza che, come diceva Calvino, non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore. Per rispetto alla morte che non ci ha toccato e alla vita che ci ha scelto, per rispetto di coloro che restano dopo aver perso qualcuno senza neppure salutarlo per l’ultima volta, potremo metterci in discussione. Porci delle domande. Su ciò che ci fa soffocare, perdere il sonno, ingoiare gusti amari. Forse, quando tutto questo sarà finito, non tutti avremo voglia di abbracciare il mondo con impeto. Forse qualcuno vorrà trovare la propria dimensione, in solitudine, quella reale, facendo i conti con un costo psicologico enorme, poiché avremmo pure avuto una agenda in quarantena pregna di videochiamate, incontri virtuali, sedute zen e yoga, lezioni di dizione o di come fare il lievito madre, ma ne usciremo diversi. Non saremo santi, neppure puri e neppure radicalmente migliori. Forse anche meno gentili o più tristi. Non lo so cosa saremo amore mio.

Quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro che sia finita per davvero. Ma su un punto non c’è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato. Murakami ha ragione da vendere.

Te lo ripeto, io non so nulla della vita, ma una cosa l’ho imparata e me l’ha insegnata quella tipa messicana che imiti mentre dipingi.

Non come chi vince sempre, ma come chi non si arrende mai!

Ma per una volta sarà stato bello persino vincere, tutti insieme, non contro qualcosa ma per qualcuno.

E il mondo sarà davvero cambiato! Perché avrà piovuto luce!

Pioverà luce e ci inzupperemo…

15 Feb

Avrai vento tra i capelli.

Consiglio la lettura, ascoltando:

Il tuo respiro è una bizzarra e incantevole sorpresa, un per- sempre istantaneo che viaggia sul treno dell’irreale.

Hai visto come ci sorprende la vita? Sfacciata giocatrice di dadi con la morte, ha vinto lei, hai vinto tu, cinquantenne tutta cromata.

Usignolo pronto a morire.

Sei come la gatta che alberga sull’ uscio di casa, appollaiata sul tappeto senza timori di venir scacciata, zingara gitana dalle 7 vite, sei nata fenice, come racconta tua madre.

Mia nonna.

Tutti ti credevano morta ma sei venuta alla luce, testarda e prematura, fragile d’aspetto ma aquila nell’animo.

Ci siamo preparati una vita intera alla tua morte.

Ti bruci. Ci incendi. Esplodi. Saltiamo. Vedi la musica. Ascolti la danza dell’impossibile che diventa possibile e rinasci. E viviamo. In ogni fase. Lo fai da 50 anni.

Per i prossimi 50 anni, ti propongo una lista di “cose” che avrai, tu donna immortale, poiché  la nonna ha ragione, sempre ragione: ti danno per morta ma tu sei più viva tra i vivi che si fingono tali ma muoiono ogni istante nell’oblio dell’apatia della sopravvivenza.

Avrai l’alba più cupa, desolata, in cui i brividi svaniranno quando le scintille dei piedi gelidi riscalderanno il piumone troppo grande per te, laddove ti perderai tra i tuoi sogni interrotti da ricordi che ti squartano, ti accartocciano, ti strappano la carne, ma ti alzerai senza ferite aperte, senza sangue sgorgante, solo cicatrici che ti schiaffeggiano sull’ altare della quotidianità, così che nessuno possa accorgersi di nulla.

Ma quel nessuno non siamo noi. Quel nessuno è tutti. Tutti non siamo noi.

Avrai superficialità, inquietante cattiveria.

Avrai sguardi, occhi pietosi che impietosiscono.

La compassione è regale. La pietà è negli occhi deformanti di chi guarda. Di chi aspetta che l’altro, qualsiasi altro, porti la croce più grande della propria, così che possa finalmente sguazzare nel mare dell’ipocrisia.

Il nostro è un altro mare.

Tua nipote è figlia del vento e del mare. Quello cristallino, puro, trasparente nei giorni di tramontana, fermo e immobile, ma guerriero, arrabbiato e rabbioso in quelli di scirocco.

È quello il nostro mare.

E da esso ritornerai. Arya ti condurrà da lui. Sedute. Mano nella mano. Ad ascoltarlo.

Avrai solitudine.

Avrai porte chiuse.

Avrai indifferenza.

Avrai diffidenza.

Avrai il tempo che non c’è mai, nel momento in cui è necessario ci sia.

Avrai pillole da gustare come olive in un Martini.

Avrai freddo a luglio. La tua pelle si gonfierà. Avrai chili in più e chili in meno.

Avrai lacrime. Buio. Fallimenti. Cadute. Capelli nella vasca.

Avrai turbanti rosso fuoco, il tuo colore preferito, perché tu lo sai che non esistono né il bianco né il nero, persino quando il tunnel sembra impraticabile.

Sarai attraversata dalle gocce d’acqua rimaste in sospensione, dopo la tempesta, e sarai tu l’arcobaleno.

Avrai sonno e insonnia.

Avrai vaffanculo da regalare ma anche da ricevere.

Avrai subdole debolezze. Muscoli molluschi. Braccia inermi. Torace plastificato.

Potrai restare immobile.

Saremo noi le tue braccia. Custodiremo le tue ali. Le spolvereremo, faremo in modo che restino forti e libere.

Disinfetteremo le ferite, laverò il tuo sangue, tamponerò con delicatezza i tagli. Giorno dopo giorno. Medicazione dopo medicazione, il tuo dolore sarà incerottato, coperto, sterilizzato.

Avrai la nausea senza essere incinta.

Avrai giorni di inappetenza e giorni di bulimia.

Avrai chi ti comprerà il gelato a mezzanotte passata, in estate e in pieno e rigido inverno piovoso.

Avrai chi ti accompagnerà in aeroporto, in silenzio, quello che ti aspetti e speri.

Le parole sono spesso assordanti.

Avrai manie di persecuzione. Smania di perfezionismo.  Eccessivo ottimismo e iper-attività.

Avrai lentezza. Coperte sul divano. Specchi in cui riflettersi e riflettere, insieme, sul senso vero della bellezza.

Avrai giorni da donna.  Banali. Semplici. Litigi. Urla strazianti. Urla mute. Sogni infranti. Sogni in costruzione. Sogni altrui che diventano propri. Scelte. Sbagliate. Prese. Perse.  Egocentrismo.  Altruismo. Eccentrica visione del sé in versione nuda e cruda.

Avrai da dire Grazie. Avrai da scostarti. Sarai altro. Altrove. Sarai i luoghi che visiterai. Cambierai pelle ad ogni scoperta che aprirà il varco dinanzi a te, tu unica compagna di viaggio che hai scelto per trovarti e ritrovarti.

Avrai l’odore della gente che incontrerai. Lo sguardo dei bambini che accarezzerai, tu bimba tra i bimbi, piccola tra i grandi.

Avrai incertezze. Alture. Montagne. Valanghe. Noia.

Sarai etichetta, avrai etichette: ragazza madre, moglie bambina, capo-donna, venuta al mondo dopo il coma, guerriera contro la bestia, vedova, ancora guerriera.

Saremo il tuo scudo. Noi 5. Le tue polsiere. Le tue cavigliere. Fianco contro fianco. Saremo la tua memoria. La tua agenda. I tuoi paracolpi. La lampadina accesa di notte contro i mostri. La ragione per cui puoi decidere di mollare. La ragione per cui hai deciso di lottare. Il cuore. Saremo le tue mamme. Le tue suocere. Le migliori amiche. L’uomo che hai perso. L’uomo che avrai.

Avrai spalle su cui abbandonarti. Spalle che vengono da lontano, che fanno chilometri per viverti, anche solo per 24 ore, per rendere omaggio alla tua forza e debolezza insieme, per scrutarti nell’anima e farti capire che non si è mai soli, che forse ci fa comodo incolpare gli altri della loro poca comprensione e assenza, ma la verità è che siamo umani, incredibilmente umani, e viviamo la bellezza e l’inferno ogni minuto, ogni secondo e i tuoi 50 anni racchiudono l’incredibile certezza che la vita sia vita, banalmente vita a cui possiamo dare milioni di sensi compiuti se solo riuscissimo a non essere così pregni di rabbia, di sensi di colpa, di rancori e incompletezza.

Così ti auguro, mamma, piccola guerriera come ti appellano gli altri,

di prendere in mano il tuo presente. Tutto quanto. Le nostre ali ce le stiamo costruendo, pezzetto dopo pezzetto e non abbiamo più paura, di nulla, o in verità, abbiamo così tanta paura che non la sentiamo più.

Ora tocca a te.

Non avere più paura per noi. Non avere più rabbia. Sii l’imprenditrice del tuo essere. Del tuo corpo.

Rischia.

Punta tutto sul piatto del presente, perché:

Avrai chignon da pettinare.

Fiabe da leggere.

Tabelline da ripetere.

Perché a cui dare risposta. Cartoni animati da vedere, milioni e milioni di volte.

Confidenze da custodire. Lacrime da asciugare. Sorrisi da lucidare. Abiti da scegliere.

Abiti da provare. Avrai musica. Sarai musica. Avrai ninna nanne. Idee. Progetti. Avrai debiti. Avrai crediti. Avrai una tela bianca su cui dipingere. Avrai la tua adolescenza interrotta. Avrai tiramisù da preparare. Avrai l’onnipotenza. Avrai vento tra i capelli. Inanellati.

Non sarai speciale per le malattie che ti abitano.

Lo sarai per il fatto che avrai vissuto senza pensare che vivere una sola volta sia troppo poco, ma abbastanza, se avrai mantenuto le promesse, colto le opportunità, superato il dolore, accettato le sfide, cambiato il destino, svelato bugie, fatto danni, riparato i cocci.

Avrai l’immortalità.

Immortale è colui che si strappa il cuore, ne fa coriandoli e li sparge sull’ anima di chi ama incondizionatamente.

Immortale è la donna, ogni donna, che ha il diritto di lamentarsi.

Cinque infiniti e immensi minuti di perdincibaccomannaggialapuffettabuffadelpisoloinbruttitononcelafacciopiù,

superati i quali quel tempo è sprecato, come l’auto-palpazione con unguenti mistici che ci propiniamo 20 minuti prima che si apra la stagione dei costumi da bagno, illudendoci che la cellulite possa andare via e che sia applicato il filtro Chiara Ferragni.

Tempo sprecato. La cellulite è dietro. Ci viene il torcicollo a scrutarla.

La bellezza è avanti. Davanti. Dentro. Abbiamo l’immortalità.

Avremo l’immortalità. Come la mia mamma. Super figona di cinquantanni tutta cromata che tiene botta.

e come diceva quella stra figa di E. Roosevelt:

“ogni giorno, fai qualcosa che ti spaventa”

 

 

 

 

 

 

 

20 Set

50 sfumature di CANCRO

Ho scritto questo post nella mia testa milioni di volte, mentre cammino, mentre dormo, mentre mi lavo, mentre la vita svolge il suo lavoro di indomabile leonessa.

Eppure c’è voluto tempo, pazienza e un filo di distacco prima che le mie mani potessero digitare sull’inchiostro virtuale.

Chiunque voglia intraprendere la lettura di quello che seguirà, sappia che proverò fortemente a lasciare all’angolo della vergogna l’amarezza, la delusione, la rabbia, provando a rispettare tutte le credenze, le fedi, i riti, e soprattutto , è bene che sappia che ciò che sarà scritto è frutto di una personale esperienza, la mia,  che non è la verità vera assolutamente e universalmente incontestabile.

Proverò a non abbandonare sul guardrail del disappunto, il briciolo di auto/ironia che è parte integrante di questo blog e non me ne vogliate se a volte questa strana maniera di scrivere vi suonerà stridente.

Da qualche giorno, la mostriciattolina di 10 mesi emette alcuni suoni che ricordano vagamente la parola papà che però assomiglia anche a pappa e così circola uno strano gioco domestico in cui proviamo, ogni giorno e per tutto il giorno, a farle pronunciare parole come termosifone, sternocleidomastoideo, massetto, stoccaggio, mammata (tutti termini che attualmente fanno parte del nostro lessico famigliare).

Non sarebbe affatto strano però, se un giorno, tra una lallazione e l’altra dicesse a chiare lettere la parola: cancro, c a n c r o, forte, scandito, a suoni aperti, senza usare metafore, sinonimi, giri di parole che non conosce.

Al bellissimo gioco del “diamo un nome alle cose” dovremmo partecipare tutti, come quando la sera prima del telegiornale ci mettiamo a braccia conserte e in pantofole davanti alla tv e le sappiamo tutte ma proprio tutte le parole della catena.

Nessuna intesa finale avrebbero i campioni in carica se per rispondere correttamente dovessero suggerire in pochissimi secondi : malattia a cui non si riesce a dare il giusto nome.

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Il male del millennio, il mostro, l’entità oscura, il buio, la bestia indomabile, l’intruso, l’estraneo, lo squalo…

Tutto pur di non scrivere, leggere o pronunciare la parola cancro.

Cancrocancrocancrocancrocancrocancro.

Paradossalmente,  “morte” ha meno sotterfugi e rotatorie quando deve apparire alla ribalta.

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Ultimamente poi, dilagano notizie, condivisioni allarmanti, giornate per la memoria di qualcosa o qualcuno   davanti alle quali mi sento impotente e rabbiosa.

Qualche giorno fa ho aperto il magico mondo di facebook e per ore mi sono scervellata sul motivo per cui moltissimi miei contatti (uso questo termine volutamente) avessero condiviso una loro foto in bianco e nero per una sfida accettata. L’idea che fosse qualche minchiata relativa alla sensibilizzazione per qualcosa mi  si era pure balenata, ma ho cercato di pensare positivo come sempre e dare una chance alla ragionevolezza e al buon senso. Ma niente. Queste ultime due cose erano al bar a prendersi gli ultimi caffè con il latte di mandorla visto che “winter is coming”.

La condivisione di una foto in bianco e nero ha senza dubbio alcuno costituito un importante passo dell’umanità verso la conoscenza, l’informazione e la sensibilizzazione su un argomento assolutamente tabù, talmente tabù che forse neppure chi si è fatto un selfie con il muso da gallina per accettare una sfida sapesse realmente il significato di quella foto postata.

Ora, riconoscendo la buona fede di molti, ipotizzando (perché a pensar male si fa peccato) l’onestà intellettuale di chi gestisce queste giornate di sensibilizzazione contro il cancro in tal maniera, sarebbe opportuno chiedersi se chi ce l’ha, il cancro, ha postato qualche sua foto o si è sentito meno solo o meno malato grazie a questo meccanismo di condivisione delle manine laboriose che tante cose sanno fare.

Ma poi? Che tipo di sfida avremmo dovuto accettare?

Parliamoci chiaro. A sentirsi meno soli e in pace con il cosmo, con il karma, con i sette dei, con lo spirito yoga del mercoledì sera, siamo noi, non i malati, siamo noi che scarichiamo la coscienza sperando di fare opera buona e pia, sicuramente sentita dal cuore, perché magari colui che ci guarda da lassù, l’Immenso, quando sceglierà a chi dare il dono della malattia, salterà il turno.

Siamo la società dell’onniscienza, della tuttologia, della dietrologia, della meta-scienza e meta-medicina, della meta-comunicazione; condanniamo alla gogna chi non accarezza un cane che è il migliore amico dell’uomo meglio di un umano ma non riusciamo a guardare negli occhi, dritto dritto, chi esce da una seduta di chemioterapia,  e parliamo di oscurità, perché è più semplice, è più comodo, perché al buio siamo tutti uguali e se siamo tutti uguali non ho bisogno di confrontarmi, non devo sforzarmi di comprendere la tua situazione, perché non voglio rattristarmi, è già tanto amara la vita mia, ho già tante croci io che neppure si contano più.

Così accetto una sfida, passivamente.

So che esiste questa cosa, brutta brutta, che è meglio non dire il suo nome come Voldemort, perché anche solo a pensarci, te la potresti chiamare e se un mio amico che ha preso tutti 30 agli esami all’università oppure quello che le sa davvero tutte  perché legge tanti libri, quindi è bravo, condivide la notizia sensazionale contro il capitalismo, contro l’industria farmaceutica e contro i medici che hanno preso la laurea per sport , allora vado in Sicilia e mi compro ettari di terreno di limoni e me li faccio inviare ogni giorno, all’alba, così appena sveglia “ungime tutta” di acqua tiepida e limone, e quasi quasi mi faccio pure un bel bidet, che non si sa mai, magari prevengo pure là sotto. E poi, perché dare soldi a questa società, a questo sistema sanitario che va a rotoli? Perché dovrei piegarmi ai voleri di medici che vogliono solo il mio piccolo stipendio per fare delle analisi dai termini incomprensibili,  quando si sa che la salute passa dall’animo, come dice sempre il ragazzo della mia amica che frequenta quel corso di meditazione il sabato mattina, così la sera sono in grande forma, in tutti i sensi e posso tranquillamente farmi il giro dei locali, meglio dove si fuma e si beve con poco, anzi dove me “fazzu a stozze”, perché la vita una è ed è meglio goderne appieno.

Se le giornate di sensibilizzazione contro il cancro servono a chi il cancro non ce l’ha (chi è malato è sensibile all’argomento ogni istante della propria vita e spera, a volte, di dimenticarsene durante la giornata) la vera sfida è quella di chiamare la propria ginecologa e prenotare un pap test, un’ecografia, una visita di controllo. La vera sfida è la conoscenza. L’informazione, quella scientifica, quella incomprensibile ai più , certo, ma che potrebbe essere capita se chiediamo di farcela spiegare, da coloro che hanno studiato e dedicato un’intera vita per questo. Quello che noi possiamo fare è lottare contro l’ignoranza che dilaga, contro le false fedi, contro il MedioEvo che imperversa e crea oscurantismo e contagia.

La sfida è quella di sapere che di cancro non ce n’è uno, che non sono solo le donne ad ammalarsi, che il cancro è uomo, donna, bambino, che la vita di un malato di cancro non è nera,  ma ci sono tante, molte sfumature e non sono rari gli avvistamenti di caleidoscopi.

Questa storia dell’uguaglianza ci sta letteralmente sfuggendo di mano, rivendicandola e applicandola in contesti decisamente sbagliati. La diversità, da qualunque ambito provenga è invece una ricchezza e a volte la retorica gioca a nostro favore.

La quotidianità di una famiglia in cui esistono componenti malati è evidentemente diversa da quella di una famiglia “sana” e non è detto che tra le due quella meno sorridente sia la prima.

Molti hanno timore ad “avvicinare” e avvicinarsi ad un malato di cancro perché sostengono di non avere i mezzi o di non riuscire a creare empatia con chi soffre, perché si guarda negli occhi un morto che cammina.

Sappiate che vivere con uno di loro, con questi alieni arrivati sulla terra per colorarci le nostre giornate di grigio, (tenetevi forte) è un privilegio.

Esiste una regola che da tempo mi sono data, frutto degli insegnamenti degli antichi tramandati dai nonni, al fine di galleggiare nelle acque profonde: l’erba del vicino non è sempre più verde della propria.

Se abbiamo mal di testa, se siamo stati licenziati, se proviamo sofferenza per qualcosa, abbiamo tutto il diritto di lamentarcene ovviamente. E’ raro e insensato distaccarci totalmente da ciò che ci accade ed è giusto sentire addosso il malessere.

Ma abbiamo anche il sacrosanto dovere di guardare da giuste prospettive, di porre dei limiti al vittimismo dell’”accade tutto a me”; abbiamo il dovere morale e sociale di fermarci, indossare gli scarponi e decidere da che parte andare. Scegliere.

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Questa è l’altra vera sfida. Dobbiamo scegliere la strada da percorrere e in questo non siamo così tanto diversi da chi si ammala.

Si può intraprendere la via del vittimismo e quella della quotidianità reale, pungente, tremenda, oscura, scevra da immobilismi dell’unico stato d’animo che ci fa sentire potenti nell’impotenza, la quotidianità che è vita. Tutti dovremmo decidere da che parte stare.

Sani e malati. Vedo in giro molti più morti sani che camminano che malati morti che corrono.

C’è una frase che mi fa molto ridere: vivi ogni giorno da leone, come se fosse l’ultimo.

I malati lo sanno bene che potrebbe essere il loro ultimo giorno, ma la cosa sensazionale  è che, a dispetto di chi malato non è, lasciano la filosofia, la retorica, il perbenismo fuori dai loro pensieri. Nel marasma della quotidianità, non c’è proprio tempo e modo di filosofeggiare e così vivono, vivono sul serio. E’ questa la più grande sfida: scegliere se vivere davvero o vivere la vita di altri pensando costantemente alla sottrazione, alla negazione, alla marea di cose che NON vanno. Per vivere davvero ci vuole coraggio, forse.

Provate a restare con gli occhi chiusi e per ore in una stanza buia.

Una volta fuori saremo accecati letteralmente e i nostri occhi faranno fatica ad aprirsi e a mettere a fuoco.

 

Se invece restassimo ancora dentro la stanza oscura e provassimo ad aprire gli occhi, riusciremmo ad abituarci all’oscurità , in grado di percepire quello che ci circonda, vivendo nella copia carbone, nella menzogna della vita che fuori scorre, nel bene e nel male.

Come possiamo fermarci a guardare il panorama, quando la scalata è faticosa, quando i muscoli cedono, quando la rabbia, il dolore, la sofferenza, il disappunto legano mani e piedi e non si riesce a salire in cima?

La vera battaglia non è tra vivere e morire. La vera battaglia è lottare con i mille volti di noi stessi, con gli spiriti malefici del corpo arrugginito che ostacolano la corsa; la vera battaglia è quella di non compromettere l’animo quando tutto è buio. In questo siamo tutti uguali. Malati e sani. Possiamo scegliere di mollare e possiamo scegliere di tenere tutto.

Come scrive Marco Venturino, Direttore della Divisione di Anestesia e Rianimazione dell’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano, “La malattia che entra nella giovinezza è come un camion che viene lanciato a tutta velocità in una cristalleria. Spacca tutto, infrange la danza di quei delicatissimi cristalli che ornano l’adolescenza: bellezza, fragilità, aspettativa, desiderio, sogno, ambizione, attesa, fiducia”.

Io quella cristalleria spaccata la conosco bene. Se tua madre si ammala quando tu sei solo una ragazzina egocentrica, borghese di città appena arrivata nel liceo figo, i delicati cristalli saltano e fai fatica a non pensare che potresti essere tu la causa del male oscuro.

Così arriva sparato un altro camion, forse ancora più subdolo, perché più pesante e veloce. Arrivano i sensi di colpa, giungono a spada tratta i cavalieri della rabbia, dell’odio.

Perché a me? Cosa abbiamo fatto per meritarci anche questo? Forse non siamo stati abbastanza bravi, meritevoli di altro che non sia probabilità, percentuali di morte.

Ognuno sceglie il proprio mantello dell’invisibilità oppure l’arma con cui proteggersi da questo nuovo esercito invasore. Io ho scelto entrambe.

Tanto invisibile e tanto perfetta da poter contrastare i sensi di colpa, tanto invisibile da voler appiattire anima e corpo pesando quel giusto per poter volare e posarmi sul fiore della bellezza eterea, da cui poter osservare la vita degli altri, tanto perfetta da voler proteggere i miei cari con l’unica forma che conoscessi: lo studio matto e disperatissimo.

La passione per la danza, l’amore incondizionato , il tempo e gli strumenti giusti di comprensione mi hanno abbracciata, mi hanno raccolta da terra e messa in piedi.

Così a mia figlia, un giorno, racconterò di quando la mamma ha sbagliato, ha commesso tanti errori, perché era arrabbiata.

Arya un giorno conoscerà e parlerà di cancro e non sarà macabro, affatto.

Arya vive e vivrà in un ambiente in cui si scherza sulla probabilità di morte della sua nonna, su quanti anni le restano da vivere, su quante sedute di radio o di chemio dovrà fare.

Arya riderà dei capelli della nonna che assomigliano a quelli di x-man, al termine della radioterapia e le dirà che è brutta e gialla. La prenderà in giro sulle caldane a Natale e sul freddo gelido che sente a ferragosto. Saprà rispettare i giorni neri come la pece, quando la voglia di mollare è pressante, quando la sofferenza tira la corda, quando la stanchezza la fa da padrone e chiedi se ne vale la pena. Saprà abbracciarla in silenzio. Saprà mangiarla di baci quando lo stomaco è chiuso. Arya sarà una privilegiata come la sua mamma.

Avrà i mezzi necessari per capire che non è colpa di nessuno se una persona si ammala. Capita.

A mia figlia racconterò del nonno che il cancro se l’è portato via, ma non è stata colpa di nessuno.

Lui avrebbe decisamente scelto la strada della scienza e dei sorrisi, dell’amore immenso che tutto crea.

E non è stato colpa di nessuno se in 20 giorni la malattia è stata più forte.

Mia figlia è una privilegiata. Conosce l’amore folle, immenso e immortale di chi, più di altri, sa sulla propria pelle che la vita è così, imprevedibile e nulla cambierebbe se passassimo l’intera esistenza accigliati.

La mia mostriciattola non si accontenterà mai delle briciole. Vivrà di esempi. La nonna le promette viaggi in posti meravigliosi, traguardi da raggiungere, mete da toccare. La nonna non è una bugiarda. Occorre pensare in grande con la consapevolezza che un giorno non è uguale all’altro. Ogni giorno ci rende diversi e non è detto che sia un male. Il malato e chi gli sta accanto devono imparare a conoscere la persona che dimora in loro, quella che è, per essere la versione migliore nel futuro.

Non c’è nulla di macabro o di oscuro in tutto questo. A casa mia si ride a crepapelle, ci si fa la pipì addosso per le risate. A casa mia si piange tanto, ci si odia e ci si disprezza a giorni alterni. A casa mia si dice MAIPEJABBU e DIONON PEGGIO.  A casa mia convivono la fragilità e l’onnipotenza dell’ammalato, la testardaggine e l’ingenuità, lo spirito da crocerossina e l’indifferenza tagliente a volte necessaria.

Casa mia è come tutte le case del mondo. E forse no.

È piena di colori e di sfumature. A casa mia c’è l’amore che ogni giorno ci salva e la consapevolezza dei limiti.  A casa mia, sino ad ora, ogni sofferenza è stata trasformata in opportunità, anche solo di conoscenza.

Insomma, se proprio vogliamo condividere una foto, che sia a colori, intensi, accecanti, di quelli che ti ricordano che, in fondo, ci sei e ci sarai per sempre.

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