25 Giu

“Il giorno più bello? Oggi. L’ostacolo più grande? La paura. La cosa più facile? Sbagliarsi. L’errore più grande? Rinunciare.”

“Si sa che i genitori di solito tendono ad assecondare le richieste dei propri piccoli, nei limiti del possibile, però si distinguono in 2 categorie: quelli che farebbero qualsiasi cosa purchè il figlio diventi QUALCUNO e quelli che sminuiscono le sue fantasie perchè con l’arte non si porta il pane a casa. La categoria di quelli normali, che ti accettano per quello che sei, io non l’ho ancora incontrata”.

Lo ha scritto Maria Francesca Garritano, etoile della Scala, dopo essere stata allieva dell’Accademia di danza più prestigiosa in Italia.

Quando ho scoperto di essere incinta di una mostriciattola col nastro rosa, si è spacchettato dinanzi a me un vaso di Pandora sui luoghi comuni universalmente riconosciuti validi nella nostra Italica patria.

Oltrepassata con sospiro la fase della “stregoneria alla Vanna Marchi dei poveri” sulla lunghezza e rotondità della panza, con cui si determina il sesso del nascituro, il nucleo, il quid, il nodo cruciale è diventato quello di far indossare l’abito professionale dei nostri feti sulla base di come se la godono nella PLACENTA SPA & WELLNESS.

E così, si schiera la tifoseria della squadra bianca e quella della squadra blu, ritrovandoci (nel luogo più comune e universalmente riconosciuto come tale e reale) a contrattare due opzioni:

  • Musica di Super Quark in sottofondo, grazie- Aria sulla quarta corda-

È quando testicolo e ovaio si incontrano, dopo essersi inviati note vocali della durata di anni, che lo spermatozoo più sveglio si trasforma in ciò che il pubblico votante desidera.

Se lo spermatozoo in questione raggiunge “in fallo” il gamete femminile, toccandosi là dove il sole non brilla, puntando gli occhi al cielo e mostrando il tatuaggio di Diego,

stu piccinnu, calciatore lu facimu”.

Se invece quel simpatico girino arriva alla meta con un grand jetè, inchinandosi davanti a cotanta bellezza, “quista ballerina ede”

Torniamo semiseri.

Siamo davvero arrivati a classificare, a distribuire le nostre etichette in omaggio e visioni della vita in due macromondi in cui, se nasci pisello e per puro e fortuito caso ti capita di tirare un calcio, la tua unica ragione di vita sarà quella di correre dietro ad una palla con annessa bionda da amare, mentre se nasci farfalla e muovi la testolina con la fontanella ancora aperta, azzeccando il ritmo di Alvaro Soler, potrai fare i provini per Amici duemilacredici, perché è evidente che senti il ritmo dentro e sei portata???

Da quando abbiamo annichilito, invalidato il passaporto verso mete sconosciute ai più e meno modaiole, dissolto lo sguardo verso l’arcobaleno, preferendo puntare tutto sul bianco o sul nero? È inverosimile credere nella fattibilità di crescere bimbi pisello e bimbe farfalla che godano del più ampio spettro di opportunità di emozionarsi durante la loro speciale vita e ardere di passioni che scaturiscano dall’arte e dallo sport e conoscenze incredibili che l’umana specie , coadiuvata dalla natura e da secoli di evoluzione, (fino ad ora) ci hanno lasciato in eredità?

Quale diritto abbiamo noi genitori di rasare il giardino delle sperimentazioni, proponendo strade già calpestate, inducendoli a provare emozioni falsate e falsificate da una vita già vissuta o non vissuta da mamma e papà?

Quando ho saputo che Arya sarebbe stata quella bambina tante volte sognata nelle poche ore rem tra pipì e cambi di posizione di panza, con i capelli biondi e ondulati e occhi grandi da perdere le bussole, la voce di Conte (l’allenatore) tuonava negli orecchi: è agggghhhhiacccianteeee.

Il cuore si è tuffato dal più alto scoglio in una scatola di latta di sardine puzzolenti, stritolato in un abbraccio senza fiato, come quando l’onda dello ionio in giugno ti schiaffeggia la pancia e tu, dopo il breve ma intenso sussulto, puoi godere immensamente della freschezza del tuo mare.  Una femmina. Perdincibaccoseccoebrillo è una femmina.

E via il coro dell’Antoniano, il santo rosario di Papa Francesco sotto quaresima, l’Infinito di Leopardi recitato per il suo anniversario: la domanda delle domande.

Sarà una ballerina proprio come la mamma, no?

Disagio. Tanto disagio. Ho sempre detestato questa domanda e ho sempre avuto profondo imbarazzo nel fornire risposte. Fuggivo e fuggo ancora dall’idea che un essere umano possa essere la copia carbone del precedente in ordine cronologico e genealogico e non per specialità ma per identità.

Così ho iniziato a fare mia la mitica riflessione di Rita Levi:

l’uomo senza incrinature, sarebbe una mostruosità.

“vorresti saper fare una cosa, non importa quale, eccezionalmente bene…tu pensi che eccellere in qualsiasi attività, debba dare un senso di grande sicurezza e probabilmente anche una grande gioia. Io non sono d’accordo con te e ritengo che eccellere in un’attività qualunque non serva che a stimolare la vanità e a fare da paraocchi. La sicurezza che ne deriva è schermo all’intima debolezza e la polarizzazione a coltivare quella particolare attitudine è a danno e non a vantaggio della personalità. Più avanzo negli anni e più sottovaluto le qualità che portano al successo e alla supremazia. Le mie simpatie vanno a quelli dotati di una profonda e acuta sensibilità, a quelli che sanno dimenticarsi completamente nella contemplazione dell’universo e o nella dedizione degli altri e a quelli non senza incrinature ma che fanno errori e sono vulnerabili. Aperti e Recettivi. 

Soltanto gli insetti non schiudono sino a quando non sono perfetti e da quel momento non cambiano nè pelo nè una cellula. Noi vertebrati o meglio primati, meno perfetti e meno predeterminati, continuiamo a crescere, bene o male, chi più chi meno. E il processo di crescita è più interessante dello sviluppo perfetto”.

Ho sempre desiderato che mia figlia fosse aperta e recettiva, meno perfetta e meno predeterminata.

Quando me l’hanno portata per la prima volta in braccio per iniziare a darle il succo della vita, presentandoci l’una all’altra, con gli occhi giganteschi che catturavano il mondo, ha iniziato a prendere ciò che voleva con una forza e un impeto così potenti, da evidenziarmi il fatto che fosse Arya, la bimba che non ha copie e non vuole averne.  

Un pomeriggio, di quando ancora era alta meno di un comodino giapponese, di quelli di stitichezza assoluta, di quelli di brividi e sudori freddi, quando la mia mano tiene forte la sua e le ripeto che ce la può fare, lei mi ha guardata e con una fermezza da trentenne mi ha reso esplicito un suo desiderio che io ho sempre fatto finta di non sapere:

“Mamma, io voglio ballare. Voglio venire a scuola di danza e mettere le punte, ti prego.”

La danza è di tutti, ma forse non per tutti e quando affermo questo non sto facendo un ragionamento razzista o elitario.

La danza è arte e quindi come tale è universalmente riconoscibile e fruibile, come la Gioconda.

La danza è per le bimbe con le gambe con le pieghette da mordere, dal movimento molto più leggiadro di quelle a spaghetto ma privo di condimento.

La danza è per i bimbi che ancora, nel 2020, si sottomettono al volere dei luoghi comuni e dello sguardo schifato di padri che evidenziano una concezione retrograda della vita, da madri che nulla farebbero senza il consenso dei loro mariti, dalla società intera che marchia il bimbo pisello, bullizzandolo e beffeggiandolo se solo ipotizza di entrare in una sala con specchi e parquet.

Lo stereotipo del ballerino gay è ancora ben incastrato nella buca di menti anche “acculturate”.

E così milioni di bimbi pisello con forti inclinazioni alla danza, senza filtri e senza sovrastrutture tipiche del mondo adulto, vengono schiacciati dalla pressa del mondo moderno, inducendoli a credere di non sentire quello che sentono e di non volere quello che vogliono: scoprire il proprio essere attraverso movimenti che naturalmente vengono creati da parti del corpo, a volte lasciandosi trasportare dalla musica, altre volte ancora dal suono che la natura ci fornisce come dono più prezioso.

La danza è per coloro che sentono la propria risata attraverso i piedi, non importa dove, è un bisogno che va placato: un camerino di Zara, mentre la mamma prova i pantaloni in saldo; il corridoio di una Chiesa mentre si celebra un matrimonio; davanti allo specchio in un grande supermercato mentre si fa la spesa settimanale; per strada, durante una passeggiata, in pizzeria, in lavanderia, ovunque resti visibile l’anima, potente e infuocata. È lì che si gode di pura estasi incontrollata e incontrollabile ed è lì che possiamo ricordare che non ci sono barriere, né filtri, né scalata sociale, né carriere, né gay, etero, bicolor, coloriunitiperbenetton, arcobaleni, nulla di tutto quello che le costruzioni mentali varie e avariate ci hanno imposto di credere, ma solo la bellezza di sentire la propria anima, mentre si denuda, per vedere l’assoluto.

La sala azzera le differenze sociali. Quando la mano si posa leggera e nello stesso istante forte, accarezzando la sbarra, fasci di luce illuminano ciò che si è in quel momento e non conta se i piedi calzano le migliori marche di scarpette da punta o se le dita escono dalla tela logora e in attesa di essere cestinate appena sarà possibile l’ennesimo acquisto. Davanti allo specchio, scrutiamo i nostri limiti, li odiamo, rabbrividiamo davanti ad una nostra imperfetta esecuzione, ma poi, una volta accettati, quei limiti li superiamo, perché nulla è impossibile.

È nella crisi, nella stanchezza più acuta, quando le braccia non reggono più il peso, le gambe tremano e tu le scuoti, le schiaffeggi sperando si riprendano, quando i piedi fanno fatica a flettere e stendere, è in questo momento che il cervello si palesa fortissimo, è lui che governa il corpo, mentre il cuore non molla mai la presa.

La danza è per chi vuole spingersi oltre.

È per chi ha il cuore in fiamme e vuole accendersi e scaldare attraverso le emozioni che vengono fuori con un movimento e non una esecuzione sterile.

Per chi crede nella magia, quella che ti raccontano quando entri in sala a 3 anni, la polvere magica sprigionata dal tulle del tutù, per chi la conserva sempre quella fanciullesca sensazione di meraviglioso stupore nel credersi magiche e speciali, senza presunzione.

Essere adulte e bambine nello stesso tempo. Riconoscere la stanchezza, la resistenza e la resilienza.

La danza è per chi accetta come valore assoluto l’educazione, profonda e limpida.

Per chi crede nel potere dell’insegnamento e del Maestro che sceglie di seguire. Per chi ha sempre presente la meta da raggiungere, che non ha mai fine poiché non esistono vittorie, nessuna coppa, alcuna medaglia d’oro, per chi vive sinceramente e affronta senza piegarsi dolori e delusioni, con dignità maggiore di chi è stato spinto da un vento favorevole e leggero.

Per chi non può permettersi questo sogno ma, con tutta la famiglia, lotta a denti stretti, testa alta, spalle dritte e scarpe consunte.

Arya voleva stare lì, voleva essere parole e poesia, sentire il vento che faceva capolino tra le posizioni di braccia e piedi, insinuandosi.

La danza è per chi non potrebbe fare altro che questo, chiamare Casa la scuola che si sceglie, famiglia tutti gli altri allievi con cui ci si scambia sudore, fatica, sorrisi e vita, vissuta per terra, sul parquet, a mezz’ aria e tra le nuvole. Terra e cielo.

Impossibile non essere, impossibile non farlo. Essere ogni movimento, sempre diverso, verso e rima.

Chi vuole danzare, a 3 anni come a 30, non lo fa per le audizioni o per lo spettacolo di fine anno. Non lo fa per il successo o la gloria o peggio ancora perché la cugina, l’amica del cuore, la zia, la nonna, la migliore amica si è iscritta a danza.

Chi sente il vulcano dentro lo fa senza limiti, privo di condizionamenti,

dipingendo nell’aria, disegnando il proprio credo, mentre la musica sospira e ammira la poesia.

Gli occhi di un ballerino mentre danza, parlano più dei suoi piedi che tecnicamente eseguono un passo.

La ricchezza di chi entra in sala e poi  in teatro è la libertà di volare oltre ogni cosa. Al di là delle apparenze, oltre l’obiettivo e gli stimoli terreni, la danza è per chi offre al mondo e a se stesso la possibilità di vivere, toccando la profondità delle cose.

La danza insegna a non abbandonare, a non mollare, a non avere bisogno di pressanti, superficiali, innumerevoli stimoli per sorridere alla vita e per amarsi. Arriverà la vocina che dice di mollare, il demone che abbatte e batte, se ne varrà ancora la pena o se è il caso di lasciare stare.

Ma se non ci sarà altro posto che sentirai tuo come il corpo che vibra come corde di violino, se crederai di avere dentro la luce d’oro dell’alba e rossa del tramonto, se ti immaginerai finestra che accoglie i raggi del sole con il mare all’orizzonte, se vedrai il mondo in un granello di sabbia e l’infinito racchiuso in quello che interpreti, allora non ci saranno luoghi comuni e universalmente riconosciuti come tali e reali nell’Italica patria.

Saremo coloro che accetteranno una figlia per quello che è, hic et nunc, ora e per sempre, nell’evoluzione e rivoluzione degli anni che avremo da gustare, liberi da sovrastrutture, sporchi di pece per non scivolare e se inciamperai, se scivolerai anche con la pece, dentro e fuori la sala, avrai la giusta leva che ti permetterà di alzarti, pulirti, sporcarti ancora e ricominciare, da dove hai lasciato o da zero.

È vero. L’aspettativa più nobile e importante che un genitore dovrebbe porsi per i propri figli è quella che diventino qualcuno: ovvero quello che sono nella profondità del loro carattere e delle loro inclinazioni, monitorando sorrisi e suoni generati dalla loro felicità senza limiti.

01 Lug

Cara Arya

Arya,

figlia mia, amore della mamma.

“Mamma”! Lo riscrivo ancora e ancora e mille volte ancora prima di comprendere che sì, è vero, sta accadendo realmente.

Cinesi, maya, preveggenti, maghi della “prestigibilizzazione”, gufi, gattari, metodi pseudo scientifici elaborati dal saggio Simsalabim, calcolatori automatici su siti cuciti addosso a madri disperate, in cui in calce, redimono i loro peccati da fantomatici ricercatori, affermando che “non c’è nessuna prova scientifica che il metodo funzioni”, ebbene, tutti ti avevano dato per maschietto.

Chiunque ha espresso un parere al limite della certezza su ciò che saresti stata, giustificando in parte la loro decisione sulla quantità di cromosomi “x” nella mia famiglia o sull’importanza di avere un erede dotato di pisellino o farfallina.

Eppure io e papà tuo lo abbiamo sempre saputo che fossi tu, proprio tu a dover entrare nelle nostre vite.

Sin da quando ci siamo conosciuti e innamorati, sin da quando al primo posto c’era lo studio matto e disperatissimo, l’università, l’insormontabile peso della crescita, il limbo esistenziale tra il voler entrare nel mondo degli adulti definitivamente e il voler illudersi che il tempo possa in un istante rallentare, lasciandoci ovattati in quello che è l’eterno vittimismo del giovane studente in cerca della sua strada. Non c’era tempo di pensare alla vita così lontana perché, forse, non la si voleva totalmente e immediatamente. Non c’era modo di fare progetti se prima non li si sognava. Ma NOI ti abbiamo sognato, nonostante tutto.

Ti abbiamo immaginata, desiderata, vista, bramata, al limite del puro egoismo genitoriale.

A tuo padre gli sono sempre brillati gli occhi, enormi e intensi, quando ti sognavamo.

I suoi occhi, non sempre sorridenti, per te si accendevano e si accendono di  una luce rara, lo scintillio che solo il verbo amare conosce appieno.

Tu, amore della mamma, mi hai salvata, hai fatto di me una donna, mi hai resa debole fisicamente e mentalmente e forte, d’acciaio, allo stesso tempo.

Il solo fatto di averti immensamente voluta mi ha reso imperfetta e perfetta. Mi hai insegnato già molto, prima ancora che tu sia venuta al mondo. Paradossale vero? Dovrei essere io colei che può e deve insegnarti qualcosa. Tu, fagiolina mia, mi stai insegnando ad ascoltare il suono del silenzio, a fermarmi, a regalarmi del tempo, mio acerrimo nemico. Grazie a te ascolto l’oscurità, le parlo e lei mi risponde. Non rifuggo più da essa. Sei tu gran parte della mia luce, anche se non ti vedo, anche se è solo da qualche giorno che ti lasci ascoltare anche tu, come se prima avessi timore a palesarti, a renderti reale, perché probabilmente sei stata troppo sognata. Prendendomi cura di te, sto imparando a curare me stessa, a combattere contro mille demoni che un giorno ti racconterò, come esempio di ciò che l’amore può fare in questa strana vita.

Sì, perché la vita è “stranamente” meravigliosa, figlia mia.

Non lasciarti tentare dai cinici, da coloro i quali ti mettono in guardia con l’assolutismo, spezzando la linea dell’esistenza in ciò che è bianco e nero. Cerca sempre il confronto con chi ti indica la sua via come quella più giusta e più facile, additando il resto del mondo, con giudizi affrettati e superficiali. Non avere mai paura di mostrarti per quella che sei, quella che sarai. Lascia trasparire le emozioni. Sono la cosa che ci tiene caldi, fanno bollire il sangue, donano calore alle estremità, in ogni senso. Il più grande atto rivoluzionario che tu possa compiere, in tutti i capitoli che scriverai per la tua vita, è quello di amare.

Ogni essere umano nasce perché qualcuno l’ha voluto per puro atto egoistico. Nessuno ha mai chiesto di venire al mondo. Così abbiamo in mano due carte da giocare. Prendere in mano il pennello, una tela e tutti i colori che la natura e la genialità ci offrono o lasciare che siano gli altri a dipingere il quadro per noi.

Credere che il mondo sia governato da gente malvagia, che non si hanno alternative, che sia tutto già stato scritto e che nulla si può fare per cambiare le cose, oppure credere che la gente malvagia esista, certo, perché l’uomo è mille cose, anche questo, ma che esistano anche molte, moltissime persone che conoscono la propria parte maligna e la mettono da parte, credendo nella vittoria della bellezza.

Credi nella bellezza delle cose, sempre. C’è sempre qualcosa per cui valga la pena di lottare, c’è sempre qualcuno per cui valga la pena schierarsi, imporsi, piangere e ridere. Anche quando quella strana e meravigliosa vita di cui ti parlo ci farà brutti scherzi, anche quando ci toglierà molto, anche quando perderai la voglia di sperare, è in quel momento, è quello l’istante in cui tutta la bellezza di cui ti sarai circondata e di cui vorrai far parte ti apparirà, imponente davanti ai tuoi grandi occhi. Innamorati sempre, per tutte quelle cose che ti fanno sentire viva, per quel  grande quadro che tu stessa dipingi, con le tonalità che più ti piacciono. Ama l’arte, a 360 gradi, è lì che risiede la più grande bellezza. Ama la conoscenza, il sapere, perché è con esso che si hanno gli strumenti per decidere quale strada prendere e accorgersi, in mezzo al cammino, che forse è quella errata ed essere in tempo per cambiarla, sempre. Ama senza condizioni.

Ma soprattutto, ama te stessa senza cadere mai nell’autoreferenzialità o nell’adorazione del proprio essere. Amati per quella che sei ma migliorati allo stesso tempo. La superficialità è per chi lascia che gli altri vivano per loro. Cadi, molte volte. Fatti male. Soffri. All’inizio io e papà ti aiuteremo ad alzarti, ti prenderemo in braccio e ti diremo che andrà tutto bene. Poi cadrai senza che noi ti potremo aiutare, fisicamente. Ma ci saremo, sempre e sempre ti diremo che andrà tutto bene. Non avere paura di avere paura. Chi ti dice che non ce l’ha è un bugiardo. Ti sta mentendo. Si può e si deve avere paura. E’ la controparte dell’esistenza piena e colorata. Il tuo nome significa nobiltà e purezza. Sii degna del tuo nome. Sii gentile, anche quando gli altri non lo saranno con te, il che accadrà molto spesso. Sogna e realizza i tuoi sogni. Non li mettere mai nel cassetto. La storia dei sogni che vivono incatenati nei cassetti è una bufala. Arrabbiati per questo, anche quando saremo noi stessi, i tuoi genitori, a non credere in quello che vuoi fare, combatti per questo,  sii concreta e decisa. Ci saranno giorni in cui ci odierai. Odierai me, detesterai papà, dirai che i nonni sono vecchi e che non ci sopporti più. Odiaci pure. Noi, la tua grande famiglia che imparerai a conoscere, saremo il tuo porto sicuro, dove non servono copioni da recitare, non occorre essere perfetti o all’altezza della situazione, ma la cosa più importante è restare uniti, forti l’uno per l’altro, in un legame indissolubile che qualche volta ti vestirà stretto, da cui, ad un certo punto della vita ti allontanerai. Ma se le radici sono forti, come gli ulivi che amerai, anche le ali spunteranno possenti e capaci di volare per tornare.

Io sto imparando piano piano e da chi imparo tutto questo?

………………continua……………………………