07 Mar

LA VITA DEGLI ALTRI

Mentre in Africa ogni giorno il leone si sveglia e sa che al suo posto c’è un minchione che mangia le gocciole quelle vere,

con più cacao e meno olio di palma, consapevole che per smaltirle, quelle gocciole, dovrà correre più di una gazzella, in Italia la divina rete,  gli indiavolati mass media ci forniscono, h24,  perle di saggezza e pillole di ansietà e nevrosi, grazie all’elargizione gratuita di titoloni da premio Oscar (quello con la busta sbagliata però, come tra LALALAND E MOONLIGHT). Totalmente indigenti, ci svegliamo ogni mattina con l’urgenza stringente, oltre che di rimuovere “le scame” dagli occhi (granelli macroscopici di cacchina giallo- verdolina, le quali trascorrerebbero volentieri l’intera giornata in nostra compagnia a meno di  ricorrere ad attrezzi agricoli) e procedere a passo di bradipo verso la caffeina, di informarci su quanto non abbia senso la nostra vita, trascorsa qui nel Paese della generazione perduta, di leggere quanto tempo stiamo perdendo a restare in una Nazione che non ci vuole, non ci rispetta, che gli altri, tutti gli altri, persino i bambini che impugnano un Ak 47 in Africa, hanno più coraggio di noi poveri sfigati e totalmente privi di eroismo e risolutezza, e via con articoli che esortano se non addirittura impongono a lasciare tutto e tutti, perché tanto non abbiamo né il tutto né conosciamo tutti e andare altrove, financo sulle 7 sorelle che la Terra ha scoperto di avere, ovunque ma non in Italia, non al Sud. E chissà, magari il team di astronomi è riuscito a osservare la presenza dei nuovi 7 pianeti proprio per evitare che altri salentini restino ancorati alle cozze aperte all’ampa sotto i piedi della statua di sant’Oronzo.

Siamo arrivati a valutare l’intelligenza di una persona sulla base dei km percorsi e sulla distanza che la divide dal posto in cui è nato e quello in cui vive. La mia, la nostra generazione sta proiettando fuori dal mondo della tv, la sfida a squadre in tutina tra bianchi e blu nella vita reale, irradiando di una luce oscura con macchie di sangue i giorni che passano, in una ormai consolidata e interminabile lotta intestina tra fratelli, amici, conterranei, connazionali, umani esseri che sono nati in questa terra nella buona e nella cattiva sorte.

 Al “come stai?” abbiamo sostituito il “dove sei ?”, in quale parte del globo ti trovi adesso per godere di una carriera alla Jordan Belfort (il lupo di Wall Street) o alla Carrie Bradshaw, in quante lingue mi risponderai e di quanti benefits mi narrerai? E alla domanda “un giorno ritornerai?” mi risponderai come la voce registrata dell’ ufficio ISTAT, con dati alla mano, che il PIL italiano non cresce, che la disoccupazione giovanile è da paura, che gli investimenti nella ricerca non superano il 2% contro la media dell’Ue, che le diseguaglianze sociali sono enormi e la meritocrazia quasi inesistente. Chi me lo farebbe fare? E tutto questo impugnando un pacco di friselle e uno di caffè Quarta, perché per quanti soldi avrai nella busta paga, a volte niente è più importante dell’odore che sa di mani forti di papà che avvita la moka e del sapore di pomodori appesi e raccolti da una mamma che profuma di olio e di salsa.

Le nostre opinioni su ciò che sia lodevole o meno, sono senza dubbio condizionate da numerose variabili che influenzano la vita, con annessi i pregiudizi e l’invidia sociale.

Adoro quei giornali o quegli opinionisti che dispensano saperi come noccioline agli scoiattoli, sulla generalizzata idea della mediocrità che ci sta avvelenando in Patria e della felicità imminente appena atterrati altrove.

A me piace pensare che la verità sia come l’uomo di Leonardo, unione simbolica tra arte e scienza, al centro, mai agli estremi.

Per mesi ho lasciato che i miei tormenti interiori prendessero il sopravvento, che domande sul dualismo partire/restare diventassero ossessione, poiché in fondo, se fuori c’è la luce e dentro si naviga a vista, è da scellerati restare su una barca destinata ad affondare.

Tuttavia, il punto è proprio questo. Siamo tutti sulla stessa barca e a volte anche chi si trova nella zona di poppa vorrebbe stare a prua e viceversa, poiché ci sono giorni in cui il sole luminoso può accecare e si desidera che le nuvole portino pioggia e a chi vede spesso la Luna, ricorda melanconicamente quel pallone infuocato che scalda gli animi. Poiché diciamocelo chiaramente. Siamo degli eterni insoddisfatti e tale frustrazione è endemica, è virulenta, è vecchia quanto lo sono Adamo ed Eva.

 I nostri genitori, eterni infelici anche loro,  innamorati perdutamente dei figli procreati, ci hanno quasi obbligati a ipotizzare un futuro, il nostro, uguale pari pari a quello dei cartoni animati che ingurgitavamo tra la fine degli anni 80 e metà dei 90, perché se puoi sognarlo, puoi anche farlo.

E la colpa non è loro, ovviamente e lo dico senza un filo di ironia.

 Timorosi che anche noi potessimo fare la loro stessa fine, chini a contare soldi, intrappolati in lavori sicuri, alcuni in giacca e cravatta, altri in scarpe antinfortunistiche, in cui bastava fare il concorsone per trasformarsi in fantozziane maschere,  8 ore di eterna libidine grazie alla quale hanno potuto generarci, ci hanno iniettato in vena aria di convinzione e fiducia illimitata sulle nostre capacità, ci hanno imboccato pillole di Supercalifragilistichespiralidoso e, seppur con incredibili sacrifici, hanno affittato un parcheggio a strisce blu per l’Università, dopo aver frequentato le “scuole alte”, ma “pure per la gente” che possa sempre “sciacquarsi la bocca”prima di pronunciare il nostro nome.

Nessun tipo di fallimento è stato messo in conto. Il termine mai contemplato. La ruota di Iva Zanicchi, per noi generazione de “il mistero della pietra azzurra”, avrebbe dovuto fermarsi sempre sul 100, con livelli di aspettativa lunghi dalle Alpi alla Ande e se qualcuno a metà gara, si fosse ritirato, una croce grande quanto tutto il corpo avrebbe dovuto trasportare, segnalato dalla freccia della sconfitta e sotto l’ascella il termometro per rilevare quanto sia alta la febbre della comparazione della propria vita con quella degli altri e pochi avrebbero retto al confronto, se le variabili in gioco sono studio, carriera, stile di vita, salute, amore, famiglia.

La vita degli altri.

Tra realtà quotidiana e realtà facebookiana il confine ormai è senza dubbio labile. E questo ci autorizza a galleggiare nell’assoluta individualità e approssimativa gestione delle relazioni con gli altri. Ci basta ciò che vediamo sullo schermo. Ci fa comodo immaginare che una foto pubblicata sia sinonimo di conoscenza di quella persona,  che qualche carattere scritto su sfondo colorato equivalga a considerare amicizia quello scambio di battute tra i commenti. E ci arroghiamo il diritto di ergerci a giudici delle scelte vere o apparenti di tutti gli altri, sulla base di presunte informazioni e pontifichiamo la giustezza e la fallacità delle decisioni di questo o quello,  liberandoci da tutto ciò che dovremmo o potremmo fare noi, durante la nostra di vita.

Così mi viene in mente John Stuart Mill, quando diceva che “la sola libertà che meriti questo nome è quella di perseguire il nostro bene a nostro modo, purchè non cerchiamo di privare gli altri del loro o li ostacoliamo nella loro ricerca”, perché gli “uomini traggono maggior vantaggio dal permettere a ciascuno di vivere come gli sembra meglio che dal costringerlo a vivere come sembra meglio agli altri”.

E io ho paura.

Ho paura che un giorno, Arya, possa essere più interessata a criticare e giudicare le scelte altrui rispetto a compiere azioni che possano permetterle di vivere nel bene e nel male la sua di vita.

Ho paura che un giorno, tu piccolo mostriciattolo dai mucci costanti, possa sguazzare nel mare della superficialità dei rapporti umani poiché credi di non poter perdere tempo,  popolata dai demoni dell’arroganza e dell’arrivismo.

Così, ecco alcune delle cose che voglio, pretendo ed esigo che tu riesca ad imparare:

– Ma ci sono sogni che probabilmente resteranno impolverati e altri che moriranno insieme a te. Non tutto ciò che si desidera si ha. Non tutto quello che credi tu possa diventare, diventerai. Niente è assoluto. Ricorda ogni istante della tua giornata che c’è sempre un qualcosa che dipende da mille variabili ed è per questo che, a volte, non riuscirai ad arrivare al traguardo. Ma per ogni premio perso, ci sono infiniti e piacevoli percorsi che avrai battuto.

-Socrate diceva che “chi non è soddisfatto di ciò che ha non sarebbe soddisfatto neppure se avesse ciò che desidera”.  Sii orgogliosa dei successi altrui, senza invidie. Non soffrire troppo per il molto che non hai, ma apprezza molto il poco che invece hai.

La vita è sempre buona con te. La tua essenza non è pari alla percezione che il resto del mondo ha di te. Non sarai mai quello che fai per guadagnarti da vivere. Non accontentare mai nessuno. Hai il diritto e il dovere di dare conto solo alla tua dignità e coscienza.

  • Non vivere in un limbo. Non credere che il presente sia maledetto. Così facendo stai solo anelando ad un futuro che essendo tale tarderà ad arrivare e ti perderai in un passato che non tornerà, dissolvendoti in ritmi spazio-temporali privi di senso, perché non esistono. Non avere fretta.
  •  disse qualcuno. I problemi che preoccupano i giovani che faranno capolino alla vita da adulti come te sono sostanzialmente simili a quelli che hanno lacerato la mia generazione e quella dei tuoi nonni. È la lente di ingrandimento che può differenziarti. Usa quella dell’impegno e del disinteresse e fa in modo che l’ansia non deformi l’immagine pura che potresti avere. Le difficoltà che incontrerai possono favorirti nel percorso. Ed è per tal motivo che ti auguro di avere molte delusioni, perché significa che tu avrai vissuto sul serio e avrai incontrato persone che non saranno state affatto buone con te. Non importa. Sii sempre gentile e generosa, anche quando ti chiederai se ne vale la pena.
  • Il peggior nemico che tu possa incontrare lungo il tuo cammino sei sempre tu. Quindi osserva la tua ombra, ti conosce bene.
  • Perditi
  • Perdi
  • Sii debole e sola. Vorrà dire che non hai timore a dialogare con il silenzio della tempestosa anima che dimora in te e ti perseguita spingendoti a rispondere a mille domande che tu stessa porrai. Come dice tuo padre, non esistono domande stupide, esistono solo risposte stupide.

 A volte è bello persino restare ignoranti su determinati aspetti della nostra esistenza. Ci rende liberi di pensare che il sole sorgerà ancora e ancora e così è e sarà per sempre.

  • Non capire tutto e subito. La scoperta è una tra le numerose eccitazioni che la vita ci offre, insieme all’arte.
  • Non vincere sempre. Avrai vinto in purezza quando capirai che stai sfiorando la felicità prima che ci saluti in un arrivederci e l’avrai apprezzata veramente.
  • Non rincorrere fino allo stremo la genialità ma non perdere quella che è propria della fanciullezza.
  • Non temere, c’è tanta bellezza e dignità anche in  un bruco.  Non ti obbligheremo a diventare farfalla e a volare se tu non lo vorrai. Se e quando ti sentirai fuori luogo, chiediti se non sia il luogo, piuttosto, ad essere estraneo da te. Ed è in quel senso di estraneità che potrai provare l’ebbrezza di morire e rinascere, mille e mille volte ancora, come quell’araba fenice che ci piace tanto.
  • Cercati tra le righe di un libro, ma al contempo scrivi di tuo pugno il romanzo della vita reale.
  • Preoccupati dell’opinione di chi ti circonda solo se è la tua dignità ad essere messa in discussione.
  • Almeno tu esci dal vicolo cieco di autodistruzione in cui noi grandi ci siamo inseriti.
  • Se a 5 anni mi dirai che vuoi fare la speleologa io crederò insieme a te che possa essere vero. Se a 20 ti accorgerai che quello non è più il sogno della tua vita e vorrai dimorare su un albero a cibarti di bacche di goji, io sarò al tuo fianco e crederò nel tuo impegno a realizzare ciò che tu desideri. Se a 40 anni sarai pronta ad abbracciare la felicità studiando per scrivere un nuovo capitolo della vita, ti chiederò di impegnarti così come hai fatto per tutto. Qualunque decisione tu abbia preso per il futuro, non attanagliare l’idea che hai di questa in una morsa senza fine, non intrappolarti nell’illusoria tendenza a fare solo una cosa e bene, perché così è che si fa. Sei autorizzata e incoraggiata a sottoporla ad un continuo esame e dovrai e potrai essere pronta a cambiarla se non risponde più ai tuoi desideri. Hai riconosciuto che tale cambiamento non è un fallimento ma l’accettazione meravigliosa che l’attitudine di un’età non risponde poi necessariamente alla completa realizzazione in un’altra e che la consapevolezza di ciò che provi dentro nel momento stesso in cui prendi una decisione ti porterà a non sentirti mai e dico mai sbagliata quando imboccherai un’altra strada, in un altro istante, in un altro capitolo. L’importante è che tu lo abbia voluto sinceramente, abbia messo tutto l’impegno che una scelta richiede, cuore e mente, sul filo dei valori che spero possano segnare sempre il tuo cammino.
  • Se le variabili di cui parliamo sempre ti ostacoleranno, impegnati ad aggiungere sempre vita ai giorni che non giorni alla vita, come diceva Rita, la scienziata italiana di cui ti parlerò. Anche in questo caso, potrai scorgere la felicità nelle cose più insignificanti agli occhi di molti . Così potrai amare qualcosa o qualcuno come nessun vocabolo riesca ad esprimere.
  • Sbaglia, sempre, ogni giorno. Gli errori sono stati creati per far sì che si possano prendere nuove decisioni e intraprendere un nuovo viaggio, fisico e metaforico. Gli errori non sono per forza degli sbagli. Non vuol dire che tu sia stata debole. Tutt’altro. Hai avuto e avrai l’onestà intellettuale grazie alla quale riconosci che sei cambiata. Nulla è costantemente uguale.
  • Non ti obbligherò a partire. Non ti obbligherò a restare. Mi auguro di metterti nelle condizioni di poter contare sempre su di me, materialmente e umanamente, così come tua nonna ha fatto con me, per cambiare mille vite e ancora altre.
  • Ascoltati.
  • Chiedi alle persone a cui vuoi bene, come stanno e aspettati risposte sincere. Non giudicarle. Non criticarle. Loro, se ti considerano amica, si aspettano solo di sentirsi coccolati, in qualsiasi parte del globo saranno.

Le vite degli altri... lasciamo che sia solo un film e facciamo in modo che, almeno i nostri figli, spezzino quella catena di invidia, gelosia, opportunismo, vittimismo stereotipato e ad ampio raggio che ci perseguita a torto o a ragione.

Ma forse, in fondo, a iniziare da me stessa, dovrei applicare i precetti che spero Arya legga un giorno e liberarmi dalla morsa della taranta, dai sensi di colpa e da insensati e incessanti aneliti di perfezione.

20 Set

50 sfumature di CANCRO

Ho scritto questo post nella mia testa milioni di volte, mentre cammino, mentre dormo, mentre mi lavo, mentre la vita svolge il suo lavoro di indomabile leonessa.

Eppure c’è voluto tempo, pazienza e un filo di distacco prima che le mie mani potessero digitare sull’inchiostro virtuale.

Chiunque voglia intraprendere la lettura di quello che seguirà, sappia che proverò fortemente a lasciare all’angolo della vergogna l’amarezza, la delusione, la rabbia, provando a rispettare tutte le credenze, le fedi, i riti, e soprattutto , è bene che sappia che ciò che sarà scritto è frutto di una personale esperienza, la mia,  che non è la verità vera assolutamente e universalmente incontestabile.

Proverò a non abbandonare sul guardrail del disappunto, il briciolo di auto/ironia che è parte integrante di questo blog e non me ne vogliate se a volte questa strana maniera di scrivere vi suonerà stridente.

Da qualche giorno, la mostriciattolina di 10 mesi emette alcuni suoni che ricordano vagamente la parola papà che però assomiglia anche a pappa e così circola uno strano gioco domestico in cui proviamo, ogni giorno e per tutto il giorno, a farle pronunciare parole come termosifone, sternocleidomastoideo, massetto, stoccaggio, mammata (tutti termini che attualmente fanno parte del nostro lessico famigliare).

Non sarebbe affatto strano però, se un giorno, tra una lallazione e l’altra dicesse a chiare lettere la parola: cancro, c a n c r o, forte, scandito, a suoni aperti, senza usare metafore, sinonimi, giri di parole che non conosce.

Al bellissimo gioco del “diamo un nome alle cose” dovremmo partecipare tutti, come quando la sera prima del telegiornale ci mettiamo a braccia conserte e in pantofole davanti alla tv e le sappiamo tutte ma proprio tutte le parole della catena.

Nessuna intesa finale avrebbero i campioni in carica se per rispondere correttamente dovessero suggerire in pochissimi secondi : malattia a cui non si riesce a dare il giusto nome.

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Il male del millennio, il mostro, l’entità oscura, il buio, la bestia indomabile, l’intruso, l’estraneo, lo squalo…

Tutto pur di non scrivere, leggere o pronunciare la parola cancro.

Cancrocancrocancrocancrocancrocancro.

Paradossalmente,  “morte” ha meno sotterfugi e rotatorie quando deve apparire alla ribalta.

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Ultimamente poi, dilagano notizie, condivisioni allarmanti, giornate per la memoria di qualcosa o qualcuno   davanti alle quali mi sento impotente e rabbiosa.

Qualche giorno fa ho aperto il magico mondo di facebook e per ore mi sono scervellata sul motivo per cui moltissimi miei contatti (uso questo termine volutamente) avessero condiviso una loro foto in bianco e nero per una sfida accettata. L’idea che fosse qualche minchiata relativa alla sensibilizzazione per qualcosa mi  si era pure balenata, ma ho cercato di pensare positivo come sempre e dare una chance alla ragionevolezza e al buon senso. Ma niente. Queste ultime due cose erano al bar a prendersi gli ultimi caffè con il latte di mandorla visto che “winter is coming”.

La condivisione di una foto in bianco e nero ha senza dubbio alcuno costituito un importante passo dell’umanità verso la conoscenza, l’informazione e la sensibilizzazione su un argomento assolutamente tabù, talmente tabù che forse neppure chi si è fatto un selfie con il muso da gallina per accettare una sfida sapesse realmente il significato di quella foto postata.

Ora, riconoscendo la buona fede di molti, ipotizzando (perché a pensar male si fa peccato) l’onestà intellettuale di chi gestisce queste giornate di sensibilizzazione contro il cancro in tal maniera, sarebbe opportuno chiedersi se chi ce l’ha, il cancro, ha postato qualche sua foto o si è sentito meno solo o meno malato grazie a questo meccanismo di condivisione delle manine laboriose che tante cose sanno fare.

Ma poi? Che tipo di sfida avremmo dovuto accettare?

Parliamoci chiaro. A sentirsi meno soli e in pace con il cosmo, con il karma, con i sette dei, con lo spirito yoga del mercoledì sera, siamo noi, non i malati, siamo noi che scarichiamo la coscienza sperando di fare opera buona e pia, sicuramente sentita dal cuore, perché magari colui che ci guarda da lassù, l’Immenso, quando sceglierà a chi dare il dono della malattia, salterà il turno.

Siamo la società dell’onniscienza, della tuttologia, della dietrologia, della meta-scienza e meta-medicina, della meta-comunicazione; condanniamo alla gogna chi non accarezza un cane che è il migliore amico dell’uomo meglio di un umano ma non riusciamo a guardare negli occhi, dritto dritto, chi esce da una seduta di chemioterapia,  e parliamo di oscurità, perché è più semplice, è più comodo, perché al buio siamo tutti uguali e se siamo tutti uguali non ho bisogno di confrontarmi, non devo sforzarmi di comprendere la tua situazione, perché non voglio rattristarmi, è già tanto amara la vita mia, ho già tante croci io che neppure si contano più.

Così accetto una sfida, passivamente.

So che esiste questa cosa, brutta brutta, che è meglio non dire il suo nome come Voldemort, perché anche solo a pensarci, te la potresti chiamare e se un mio amico che ha preso tutti 30 agli esami all’università oppure quello che le sa davvero tutte  perché legge tanti libri, quindi è bravo, condivide la notizia sensazionale contro il capitalismo, contro l’industria farmaceutica e contro i medici che hanno preso la laurea per sport , allora vado in Sicilia e mi compro ettari di terreno di limoni e me li faccio inviare ogni giorno, all’alba, così appena sveglia “ungime tutta” di acqua tiepida e limone, e quasi quasi mi faccio pure un bel bidet, che non si sa mai, magari prevengo pure là sotto. E poi, perché dare soldi a questa società, a questo sistema sanitario che va a rotoli? Perché dovrei piegarmi ai voleri di medici che vogliono solo il mio piccolo stipendio per fare delle analisi dai termini incomprensibili,  quando si sa che la salute passa dall’animo, come dice sempre il ragazzo della mia amica che frequenta quel corso di meditazione il sabato mattina, così la sera sono in grande forma, in tutti i sensi e posso tranquillamente farmi il giro dei locali, meglio dove si fuma e si beve con poco, anzi dove me “fazzu a stozze”, perché la vita una è ed è meglio goderne appieno.

Se le giornate di sensibilizzazione contro il cancro servono a chi il cancro non ce l’ha (chi è malato è sensibile all’argomento ogni istante della propria vita e spera, a volte, di dimenticarsene durante la giornata) la vera sfida è quella di chiamare la propria ginecologa e prenotare un pap test, un’ecografia, una visita di controllo. La vera sfida è la conoscenza. L’informazione, quella scientifica, quella incomprensibile ai più , certo, ma che potrebbe essere capita se chiediamo di farcela spiegare, da coloro che hanno studiato e dedicato un’intera vita per questo. Quello che noi possiamo fare è lottare contro l’ignoranza che dilaga, contro le false fedi, contro il MedioEvo che imperversa e crea oscurantismo e contagia.

La sfida è quella di sapere che di cancro non ce n’è uno, che non sono solo le donne ad ammalarsi, che il cancro è uomo, donna, bambino, che la vita di un malato di cancro non è nera,  ma ci sono tante, molte sfumature e non sono rari gli avvistamenti di caleidoscopi.

Questa storia dell’uguaglianza ci sta letteralmente sfuggendo di mano, rivendicandola e applicandola in contesti decisamente sbagliati. La diversità, da qualunque ambito provenga è invece una ricchezza e a volte la retorica gioca a nostro favore.

La quotidianità di una famiglia in cui esistono componenti malati è evidentemente diversa da quella di una famiglia “sana” e non è detto che tra le due quella meno sorridente sia la prima.

Molti hanno timore ad “avvicinare” e avvicinarsi ad un malato di cancro perché sostengono di non avere i mezzi o di non riuscire a creare empatia con chi soffre, perché si guarda negli occhi un morto che cammina.

Sappiate che vivere con uno di loro, con questi alieni arrivati sulla terra per colorarci le nostre giornate di grigio, (tenetevi forte) è un privilegio.

Esiste una regola che da tempo mi sono data, frutto degli insegnamenti degli antichi tramandati dai nonni, al fine di galleggiare nelle acque profonde: l’erba del vicino non è sempre più verde della propria.

Se abbiamo mal di testa, se siamo stati licenziati, se proviamo sofferenza per qualcosa, abbiamo tutto il diritto di lamentarcene ovviamente. E’ raro e insensato distaccarci totalmente da ciò che ci accade ed è giusto sentire addosso il malessere.

Ma abbiamo anche il sacrosanto dovere di guardare da giuste prospettive, di porre dei limiti al vittimismo dell’”accade tutto a me”; abbiamo il dovere morale e sociale di fermarci, indossare gli scarponi e decidere da che parte andare. Scegliere.

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Questa è l’altra vera sfida. Dobbiamo scegliere la strada da percorrere e in questo non siamo così tanto diversi da chi si ammala.

Si può intraprendere la via del vittimismo e quella della quotidianità reale, pungente, tremenda, oscura, scevra da immobilismi dell’unico stato d’animo che ci fa sentire potenti nell’impotenza, la quotidianità che è vita. Tutti dovremmo decidere da che parte stare.

Sani e malati. Vedo in giro molti più morti sani che camminano che malati morti che corrono.

C’è una frase che mi fa molto ridere: vivi ogni giorno da leone, come se fosse l’ultimo.

I malati lo sanno bene che potrebbe essere il loro ultimo giorno, ma la cosa sensazionale  è che, a dispetto di chi malato non è, lasciano la filosofia, la retorica, il perbenismo fuori dai loro pensieri. Nel marasma della quotidianità, non c’è proprio tempo e modo di filosofeggiare e così vivono, vivono sul serio. E’ questa la più grande sfida: scegliere se vivere davvero o vivere la vita di altri pensando costantemente alla sottrazione, alla negazione, alla marea di cose che NON vanno. Per vivere davvero ci vuole coraggio, forse.

Provate a restare con gli occhi chiusi e per ore in una stanza buia.

Una volta fuori saremo accecati letteralmente e i nostri occhi faranno fatica ad aprirsi e a mettere a fuoco.

 

Se invece restassimo ancora dentro la stanza oscura e provassimo ad aprire gli occhi, riusciremmo ad abituarci all’oscurità , in grado di percepire quello che ci circonda, vivendo nella copia carbone, nella menzogna della vita che fuori scorre, nel bene e nel male.

Come possiamo fermarci a guardare il panorama, quando la scalata è faticosa, quando i muscoli cedono, quando la rabbia, il dolore, la sofferenza, il disappunto legano mani e piedi e non si riesce a salire in cima?

La vera battaglia non è tra vivere e morire. La vera battaglia è lottare con i mille volti di noi stessi, con gli spiriti malefici del corpo arrugginito che ostacolano la corsa; la vera battaglia è quella di non compromettere l’animo quando tutto è buio. In questo siamo tutti uguali. Malati e sani. Possiamo scegliere di mollare e possiamo scegliere di tenere tutto.

Come scrive Marco Venturino, Direttore della Divisione di Anestesia e Rianimazione dell’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano, “La malattia che entra nella giovinezza è come un camion che viene lanciato a tutta velocità in una cristalleria. Spacca tutto, infrange la danza di quei delicatissimi cristalli che ornano l’adolescenza: bellezza, fragilità, aspettativa, desiderio, sogno, ambizione, attesa, fiducia”.

Io quella cristalleria spaccata la conosco bene. Se tua madre si ammala quando tu sei solo una ragazzina egocentrica, borghese di città appena arrivata nel liceo figo, i delicati cristalli saltano e fai fatica a non pensare che potresti essere tu la causa del male oscuro.

Così arriva sparato un altro camion, forse ancora più subdolo, perché più pesante e veloce. Arrivano i sensi di colpa, giungono a spada tratta i cavalieri della rabbia, dell’odio.

Perché a me? Cosa abbiamo fatto per meritarci anche questo? Forse non siamo stati abbastanza bravi, meritevoli di altro che non sia probabilità, percentuali di morte.

Ognuno sceglie il proprio mantello dell’invisibilità oppure l’arma con cui proteggersi da questo nuovo esercito invasore. Io ho scelto entrambe.

Tanto invisibile e tanto perfetta da poter contrastare i sensi di colpa, tanto invisibile da voler appiattire anima e corpo pesando quel giusto per poter volare e posarmi sul fiore della bellezza eterea, da cui poter osservare la vita degli altri, tanto perfetta da voler proteggere i miei cari con l’unica forma che conoscessi: lo studio matto e disperatissimo.

La passione per la danza, l’amore incondizionato , il tempo e gli strumenti giusti di comprensione mi hanno abbracciata, mi hanno raccolta da terra e messa in piedi.

Così a mia figlia, un giorno, racconterò di quando la mamma ha sbagliato, ha commesso tanti errori, perché era arrabbiata.

Arya un giorno conoscerà e parlerà di cancro e non sarà macabro, affatto.

Arya vive e vivrà in un ambiente in cui si scherza sulla probabilità di morte della sua nonna, su quanti anni le restano da vivere, su quante sedute di radio o di chemio dovrà fare.

Arya riderà dei capelli della nonna che assomigliano a quelli di x-man, al termine della radioterapia e le dirà che è brutta e gialla. La prenderà in giro sulle caldane a Natale e sul freddo gelido che sente a ferragosto. Saprà rispettare i giorni neri come la pece, quando la voglia di mollare è pressante, quando la sofferenza tira la corda, quando la stanchezza la fa da padrone e chiedi se ne vale la pena. Saprà abbracciarla in silenzio. Saprà mangiarla di baci quando lo stomaco è chiuso. Arya sarà una privilegiata come la sua mamma.

Avrà i mezzi necessari per capire che non è colpa di nessuno se una persona si ammala. Capita.

A mia figlia racconterò del nonno che il cancro se l’è portato via, ma non è stata colpa di nessuno.

Lui avrebbe decisamente scelto la strada della scienza e dei sorrisi, dell’amore immenso che tutto crea.

E non è stato colpa di nessuno se in 20 giorni la malattia è stata più forte.

Mia figlia è una privilegiata. Conosce l’amore folle, immenso e immortale di chi, più di altri, sa sulla propria pelle che la vita è così, imprevedibile e nulla cambierebbe se passassimo l’intera esistenza accigliati.

La mia mostriciattola non si accontenterà mai delle briciole. Vivrà di esempi. La nonna le promette viaggi in posti meravigliosi, traguardi da raggiungere, mete da toccare. La nonna non è una bugiarda. Occorre pensare in grande con la consapevolezza che un giorno non è uguale all’altro. Ogni giorno ci rende diversi e non è detto che sia un male. Il malato e chi gli sta accanto devono imparare a conoscere la persona che dimora in loro, quella che è, per essere la versione migliore nel futuro.

Non c’è nulla di macabro o di oscuro in tutto questo. A casa mia si ride a crepapelle, ci si fa la pipì addosso per le risate. A casa mia si piange tanto, ci si odia e ci si disprezza a giorni alterni. A casa mia si dice MAIPEJABBU e DIONON PEGGIO.  A casa mia convivono la fragilità e l’onnipotenza dell’ammalato, la testardaggine e l’ingenuità, lo spirito da crocerossina e l’indifferenza tagliente a volte necessaria.

Casa mia è come tutte le case del mondo. E forse no.

È piena di colori e di sfumature. A casa mia c’è l’amore che ogni giorno ci salva e la consapevolezza dei limiti.  A casa mia, sino ad ora, ogni sofferenza è stata trasformata in opportunità, anche solo di conoscenza.

Insomma, se proprio vogliamo condividere una foto, che sia a colori, intensi, accecanti, di quelli che ti ricordano che, in fondo, ci sei e ci sarai per sempre.

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15 Gen

Prima puntata della serie: UN POSTO AL BUIO.

Passata la festa, gabbato lo santo.

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Tutti, almeno una volta nella vita, cadono tra le braccia della morte, attenta scrutratrice dei suoi figli. Solo pochi, risorgono dalle proprie ceneri.

La mia morte provocò fenomeni sonori e luminosi pari a quelli dei fuochi d’artificio che avrebbero acceso in onore del Santo, venerato per tre giorni nella mia città, a fine agosto.

L’avvio del primo razzo è sempre stato incerto. Girano leggende e punti Snai ambulanti, persino sul luogo dell’accensione. L’unica certezza resta il numero di serie che faranno esplodere. Ancora oggi ci sono intere famiglie sedute in auto, in attesa di un bis dell’ultima serie, sempre più folkloristica della prima. Non se ne fanno una ragione.

La mia morte, dicevamo, provocò sconcerto, sgomento,disapprovazione financo scandalo. Fredda, fredda come una morta viva lo sono sempre stata. Ma questa volta mia madre, toccando come era solita fare le estremità del mio corpo, si rese conto che ora, ero una morta realmente morta. Iniziarono ad arrivare le prime telefonate sulla veridicità del fatto. La catena di Sant’Antonio è infallibile.

Minchia, comu fazzu moi, sta frisciu le marangiane*, ca stasira quiddri olenu cu mangianu, poi ede propriu festa, le tradizioni tocca se rispettanu, puru pe li cristiani,sennò ce hannu dire, ca nu onoramu lu Santu nosciu? Vabbene, alla morta ne damu lu cambiu, tie spiccia cu cucini, ca poi me raggiungi.

La sfilata di zie e prozie sino alla terza generazione pareva la sagra del gusto e dei sapori di qualche paesello vicino, profumi e odori della tradizione e boccucce di rosa che cantano lamenti funebri. Battendosi il pugno chiuso sul petto, percosso e scosso da mani di donna del sud, si agitano e sventolano il fazzoletto bianco, urlano e dondolano, perché la morte non ha rispettato il giorno del Santo e ha preso con sé una fanciulla e piangono ridono urlano a comando, raccontando ai nuovi ospiti quanto mi avessero cresciuta. Così, nella terra del morso e del rimorso, non poteva mancare il fenomeno delle chiangimuerti, generazione 2.0.

Con aria sommessa, ma con padronanza del rito, si avvicinarono a mia madre, pregandola di vestirmi “a modo”, di coprire con strati di cotone plurimi e abbondandi quelle ossa sporgenti e poco rispettose della gggente che mi avrebbe osservata.  La gggente.

Lu cunsulu, la consolazione dei familiari del defunto, fu esilarante e paradossale. Ceste di vimini dalle più anziane e contenitori doppia funzione freezer-microonde dal designer fashion dalle più giovani, decoravano la casa. Pasta fresca, brodo con galletto sgozzato in casa, all’uertu, parmiggiana del giorno di festa del Santo, pasta al forno, rustici leccesi, pasticciotti leccesi, frutta fresca di fine estate.  Cupeta e mustaccioli di santo Oronzo , come a ricordare nuovamente quanto fastidio avessi dato, terminando la mia breve vita proprio in quel dì.

Gli uomini appartati fremevano come drogati in crisi d’astinenza. Si avvicinavano l’uno all’altro, gesticolavano nervosamente, bocche vicino agli orecchi chiedevano novità a chi godeva dell’auricolare, con smartphone furbescamente inserito nel taschino, per non dare nell’occhio.

fantozzi

Ancora nienzi. 11 fessa intra lu campu. Zero a zero. Che schifo, morti viventi, un insulto al colore della maglia. Ci era iou l’allenatore, li cacciava tutti. A zappare!

Dice ca anu fermatu la processione. Il don è indignato. Questa morte non ci voleva. Giungono giornalisti e presunti tali a intervistare il parroco della Chiesa matrice. Uomini e donne interrompe la messa in onda della registrazione della puntata in cui la tizia di nome Sharon, con la mutina, furiosa perchè insultata, decide di uscire dallo studio, perché Maria, qui non ce sto a famme prendere pe il culo da queste qua, e tu, tu Chanell, tu se la peggio de tutte.

La testata giornalistica di Mediaset decide di dare spazio a quanto successo nella città barocca, affinchè luce sia fatta nel buio della morte, in rispetto del Santo gabbato. Queste le motivazioni apparse sul sito di Uomini e Donne fansclub. Mara Venier, ingessata per l’ottantesima volta, invita il suo inviato ad andare sul campo, per essere sul pezzo, perché la Rai, radio televisione italiana,non è certo da meno. La notizia prima di tutto. Su facebook prendono vita autonomi gruppi di protesta e di sostegno- vicinanza alla famiglia in lutto. Diciamo No alle morti di magre, perché se le cercano, community e Dietro l’apparenza si nasconde un’anima. Anche per quelle magre, community.

Ho sentito dire che andava a danza. Dicono che mangiasse solo carote. Che poi, che ti aspetti da quel tipo di mondo? Poverine, mi fanno pena.

E poi, senza un padre. Dicono che l’abbia abbandonata. Ma NO, è lei che ha deciso di non vederlo. Che scostumata.

Tutti quegli anni buttata sui libri, a studiare, per quelle lauree che mo, guarda che fine fanno quelli laureati. Non c’è più religione, signora mia.

 Però che invidia, guardala, ce l’avessi io un fisico così.

M A I    PE   JABBU.Oronzo-Canà

NU TE FARE Jabbu* modo di dire salentino. Si augura che una determinata cosa non accada mai alla propria persona.

*melanzane fritte per parmiggiana

…to be continued…