16 Lug

“SII REALISTA! CHIEDI L’IMPOSSIBILE”

Qualche giorno fa mi capitò di leggere una frase:

“Si vive con la speranza di arrivare ad essere un ricordo” e subito dopo l’occhio abbracciò un altro aforisma, di uno che insomma, di aforismi se ne intende: “Vivere è la cosa più rara del mondo. La maggior parte della gente esiste, e questo è tutto” – O. Wilde.

E mi sei venuto in mente tu.

Per 4 volte lo scirocco, umido, pesante, sfiancante ha portato con sé il 16 luglio.

Abbiamo smesso di cercare il senso. Da quando è scoppiata la morte, ho acceso una gigantesca miccia di voglia di vita. Io ti vedo. Sei lì, a sorseggiare il tuo ghiacciato mojito ne La Bodeguita, a la Habana Vieja.

Indossi i tuoi rayban , la barbetta incolta, la fede al dito, un signor sigaro in bocca e le mani sul tavolino riproducono i suoni della musica cubana che il bar propone.

Sei invisibile. Ma non assente. Sei vento.

Sei la luce tra le nuvole dopo la pioggia estiva.

Sei il signor silenzio.

Sei il mare a cui ho rivolto il mio sguardo nei giorni della tua malattia. All’alba. Arya cresceva nella mia pancia, come cresceva un dolore che ho accarezzato, come se non fosse mio nemico. Quell’ acqua mi cullava, come ho imparato a fare con mia figlia e come ha fatto la mamma con te, prima che la morte ti rapisse e ti portasse in quel posto di luce, colori, suoni e bellezza, da cui ci osservi e ci proteggi.

Aveva ragione Platone, sai? Siamo tutti Immortali nella misura in cui i ricordi infuocano l’animo di chi resta.

Così sei immortale, poiché conosco l’amore puro e incondizionato di un padre a cui poco importava se quella fosse la figlia nata grazie al suo pisellino.

Mi hai amata, senza se e senza ma. Senza preoccuparti che il mio cognome fosse diverso dal tuo.

Mi hai insegnato a cercarmi tra le righe di un libro ma al contempo, mi hai spinto a scrivere il romanzo della mia vita, offrendomi costantemente gli strumenti per mettere tutto nero su bianco, a mio modo.

Poiché il più grande segno che profuma di egoismo da parte dei genitori è la loro imposizione sui figli, a vivere come i primi desiderano vivere.

Invece tu vento, hai reso carne il verbo tentare, seguito da fallire. Non importava per te.

Si poteva fallire, anche meglio, sempre di più. L’importante  era rischiare, lavorare duramente, tenacemente, sino a notte fonda, sino a quando gli occhi chiudevano le serrature della concentrazione e i polsi impietriti dall’uso del mouse sventolavano bandiera bianca e poi, abbracciare il meritato riposo svegliandoci all’alba, pronti per un’avventura,  on the road.

4 estati fa abbiamo capito che la cosa più terribile che potesse capitarci fosse quella di voltare le spalle alla paura, stringendo gli occhi sino a farci male, pur di non vederla.

Non abbiamo permesso alla morte di consegnare la cosa più preziosa che abbiamo ad alcuno.

Persino quando non eri tu la persona a cui era collegato il concetto di lasciarci per sempre fisicamente.

Non c’è idea cui non si finisce per fare abitudine. Così ci siamo sporcati, noi 5 superstiti e abbiamo corso.

Poi fermati, insanguinati, abbiamo masticato il miele e la cera, abbiamo sputato rabbia, ingoiato false promesse, aiuti decantati e mai giunti, incomprensioni. Siamo ripartiti, contro il tempo e per il tempo.

Ci hai insegnato, a tutte noi, le donne della tua vita, che le parole sono importanti a tal punto che ad ogni parola corrisponde un’azione e reazione. Se dico che non so fare qualcosa, mi assale il tuo ricordo che si fa presenza nell’azione che andrò a compiere, annullando la pigrizia e rispondendo alla silenziosa domanda che mi avresti posto: sei sicura di non saperlo fare, se non ti sei mai avvicinata al problema per risolverlo? Ci hai mai provato prima di pronunciarti al negativo?

La nostra vita ha reso possibile credere a qualsiasi cosa, soprattutto a quelle incredibili.

Siamo pozzi riempiti pregni di acqua del tuo amore e sapere.

Il laboratorio della nostra memoria è sempre a lavoro. Il dolore non è più necessario. Abbiamo smesso di accusare il destino che ha giocato una brutta partita con noi. Ci stiamo incontrando nel ricordo, come quando nella sala studio mi venivi a bussare, chiedendomi per favore di smetterla di svegliarmi così presto per studiare, che avrei potuto prendermi una pausa, che non era sano ciò che facevo, che mi avrebbe spento piano piano, che un 9 al compito di storia o un 30 all’ esame di diritto erano importanti certo, ti inorgoglivano, ma lo era di più l’attitudine al rischio, a pretendere ciò che meritavo, a far sentire la mia voce.  Ci hai insegnato a difendere la nostra spontaneità e nello stesso tempo a non farla schiacciare da nessuno. Ci hai dimostrato che occorre perdersi per trovare percorsi migliori, come quando litigavi spesso con la mamma sul percorso stradale o raccontavi la storia di Gesù per arrivare ai tempi moderni.

Senza accorgercene, senza premeditazione, ognuno di noi ha preso il tuo posto, in alcune delle cose che eri solito fare per noi.

Sei nel caffè. Lo bevo senza zucchero per assaporarne l’aroma, come facevi tu.

Tua figlia la menzana e tuo genero l’ingegnere,  lo preparano nelle occasioni di riunioni famigliari o agli ospiti di casa.

Sei nelle favole che raccontiamo ad Arya, accompagnandola nel mondo della fantasia e delle emozioni, donandole quel tempo prezioso che tu hai fortemente voluto ritagliarti per noi.

Sei nella Toyota Rav, nel suono del suo clacson, nella cintura che allacciavi con una mano già al volante, mentre eri in moto e che mi dava un fastidio esagerato.

Sei nella fermezza della piccola Chiara.

Nel suo amore per la scienza, per la logica, per la risoluzione del problema a tutti i costi.

Sei in Andrea, nelle sue espressioni facciali, nel suo modo di affrontare la solitudine, nella sua bravura ad orientarsi nei percorsi che la vita ha delineato per lei o che ha disegnato sulla sua mappa.

Stanno crescendo divinamente. Le cicatrici le hanno rese decisamente più donne e nello stesso più bimbe e sono certa che sia merito anche tuo, della persona che sei stata, non solo come padre ma come uomo e dello stile di vita dignitoso che ci hai donato.

Sei nelle mie passioni che odorano di ossessione, tutte.  Sei nella danza, tu primo tra tutti a credere più di me stessa che fosse arrivato il momento di chiamare per nome questa passione, di darle forma,   di non arrendermi di fronte ad un rimorso dell’incompiuto, come una melodia lasciata a metà, un pianoforte senza diesis.

Sei nella reflex, nella voglia di offrirmi l’arte a portata di mano, per sfruttare le mie capacità. Per guardare il mondo con i miei occhi e renderlo immortale a mio modo, con uno scatto senza tempo e spazio.

Sei nei biglietti di viaggio, nella scoperta di nuove culture, nel confronto, nella voglia di sentirsi sempre viaggiatore e mai turista.

Sei nelle espressioni verbali che qualche volta proferisce “marito”.

Poi c’è la mamma.

Ci siamo illusi e arrogati il diritto di non essere al suo fianco, ma di essere il suo fianco, di essere le  parti mancanti del suo corpo, di essere la sua medicina e di contarle le pillole.

Il tempo ha strappato i falsi super poteri e ha reso visibile la realtà che chiede l’impossibile e noi ce la mettiamo tutta.

E’ lei l’ “impossibile” su due gambette che cammina goffamente ma a schiena drittissima e testa ancora più su.

Ci sono quei periodi dell’anno in cui mi assale l’insensata voglia di abbattimento della struttura emotiva che mi pervade per mesi,  e mi lascio dondolare, seduta sull’altalena dei ricordi.

Così realizzo quanto sia facile e apparentemente figo sentirsi come una matita dalla punta sempre temperata in un barattolo di matite senza punta.

Ma con uno sguardo più attento e profondo ci accorgeremo che quest’ultime hanno scritto, disegnato, riscritto, miscela di grafite e argilla, grezze, spesse, che diventano di nuovo vergini, pronte a lasciare un nuovo segno, a sporcare le mani di nero, pregne di carbone.

Forse lei, la tua lei, non è mai stata la matita dalla punta sempre perfetta, e sinceramente, esclamerei, “che culo!”

A tua nipote ripeto come un mantra:

Fa che la tua vita non sia un’edizione economica. Rendila un capolavoro, un’edizione limitata, una carta pregiata su cui disegnare opere d’arte, perché ogni mattina al suono della sveglia, imporrai a te stesso di fare qualcosa che ti spaventa, scoprendo l’infinito e l’infinitamente piccolo che risiede in noi, decidendo cosa fare col tempo che ci viene donato.

Come diceva il maestro con cui ho iniziato a scriverti, il “tipo degli aforismi”:

“Giocare con il fuoco ha il vantaggio di non farci scottare mai. Si scottano solo coloro che con il fuoco non sanno giocare”.

Ora ti lascio gustare il tuo mojito. Saziarti di tramonti. Cibarti di musica. Vestirti delle nostre anime che si spogliano davanti ai ricordi indissolubili e ti rendono mito.

 

 

 

 

25 Nov

La (DOLCE)??? attesa…

Sono fermamente convinta che l’aggettivo DOLCE accanto alla parola ATTESA sia stato aggiunto da gentaglia di sesso maschile oppure da qualche giovincella cui piaceva sicuramente farsi del male.

No, non fraintendetemi. La vita che dà la vita…la grandezza de Diu…l’immenso e l’infinito che si uniscono in una minuscola creatura che cresce all’interno del tuo ventre e la protegge e la nutre per 9 e ripeto 9 interminabili mesi.

Nessuno mette in dubbio tutto questo. Non voglio frantumare in mille minuscoli pezzi il libro etereo, innocente, magico e poetico sulla gravidanza. Vorrei solo essere sincera e raccontare alcune di quelle cose (riguardo alla mia personalissima esperienza) che di etereo, magico, poetico hanno ben poco, contro lo stereotipo dei formidabili mesi in attesa, affinché si possa parlare senza tabù o remore o timori!

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  1. se negli ultimi due mesi di gravidanza, trascorri la tua vita strisciando dal letto al divano e dal divano al cesso e dal cesso al tavolo per nutrire l’alieno che è in te, il rischio di diventare un concentrato esplosivo di cattivo egoismo da bradipo e frullato di ormoni shakerati con quel blues malinconico pre-partum, è molto molto molto alto. Ti ritrovi ad ascoltare musica vagamente romantica coccolando quel mappamondo posizionato tra le tette e la patata che non vedi più ormai da 3 mesi, imparando tecniche da ipovedenti per fornire adeguata  igiene quotidiana,  il tutto bagnato da lacrime sante di donna gravida sul pendìo del monte dell’impazienza e del terrore. Perché sì, si piange tanto e non lo si fa solo nel famosissimo post-partum e non è automaticamente indice di depressione o di infelicità o tristezza all’interno di una piccola parentesi della propria vita che pare non finisca mai. Provi ad immaginare il viso di quell’hobbit che ti strappa la pancia, che ti fa sentire il cuore in gola, letteralmente, che ti impone di dormire con la torre di pisa di cuscini con l’illusione che possa agevolare la respirazione e quindi indurre un lieto sonno che durerà realmente un paio d’ore contro qualsiasi auspicio o intimazione del “dormi ora perchè poi non lo farai mai  più nella tua vita”.
     Il viso di mia figlia non l’ho mai sognato nè immaginato.

    Ho concentrato le mie energie da pila quasi scarica formulando imprecazioni contro il tempo che passava senza che avesse un minimo senso per me. Ho contato i giorni come una maniaca delle cronache degli anni 70 sul calendario di frate indovino, dal giorno dell’ultima mestruazione, mese dopo mese, 280 giorni, lasciando una x con la matita,  o dal giorno dell’ipotetico concepimento, 265 giorni. Ogni giorno. E ogni giorno i risultati variavano. Ho infettato il mio pc con virus inimmaginabili a furia di leggere siti di tutto il mondo, affinchè mi dicessero che sì, potevo partorire prima, o anche dopo, perchè nelle primipare le variabili sono molte, perchè si può entrare in travaglio dalla 38 esima settimana sino alla 42 esima e nessuno di questi siti era in grado di dirmi che la data presunta del parto poteva essere quella giusta.

    Ho googlato ipotetici e reali sintomi relativi alla fine della gravidanza, nonostante le 10 lezioni di corso pre- parto frequentato sino alla fine, assieme ad altre 20 gravide forse anche più strane di me, con l’illusione di poter avere un minimo di controllo.
    E diciamocelo chiaramente:  è il controllo che manca. Poche cose nell’arco dell’esistenza umana sono  fuori controllo come dare la vita a qualcuno e se la gravidanza è fisiologica, non c’è controllo che tenga.
    Ogni momento potrebbe essere quello buono e tu aspetti, attendi, minuto dopo minuto, ora dopo ora e giorno dopo giorno, in una successione monotona e ripetitiva, scandita da eventi simili tra di loro, dove il picco dell’eccezionalità è dato dal numero di volte in cui si va a fare la pipì, dalla nuova manovra che hai inventato per alzarti dal divano illudendoti di sembrare meno foca, dal contorsionismo sviluppato neanche fossi maestra yoga all’ultimo grido per infilare  pantaloni, calzini e scarpe con lacci, dal riflusso che ha ripreso a farti compagnia come un gatto aggrappato dove non batte il sole, con la conseguente riemersione del camionista imbruttito versione 2.0. Ho scartavetrato le ovaie e la pazienza delle mie amiche neomamme con una valanga di domande da far invidia a Mentana e le sue maratone, scoprendo che in alcune situazioni le donne sanno essere estremamente solidali e riuscire a fare gruppo, senza invidie, gelosie e tutta quella sporca roba che ruota intorno al mondo pink e ci fa sembrare arpie l’una contro l’altra armate. Si crea una sorta di coop rosa problem-solving in grado di mitigare le paturnie della gravida, fornendo consigli o raccontando esperienze e coccolando gli ormoni e la mente malata di chi ha una fottuta paura di non essere all’altezza del momento “magico” del dolore. E’ quello il tuo chiodo fisso: non il momento poetico del primo abbraccio a tua figlia, non la magia della vita che prende forma da un’altra. Negli ultimi giorni interminabili è solo il dolore che non conosci e che dovrai affrontare il tuo unico obiettivo quotidiano. Conosci il tuo nemico. Il dolore.

    Balie di vecchie generazioni narrano che la puerpera negli ultimi giorni prima del parto si trasformi in un mostro dalle mille facce, con piedi da elefante, caviglie a forma di bottiglia, mani alla Gianni Morandi, escoriazioni varie ed eventuali sul corpo e capelli da bambola assassina. Ogni mattina sono stata scrutata, osservata come un topo da laboratorio: risultato? la trasformazione era molto lontana. Il mostro mi dimorava solo interiormente. Evviva gli ormoni. Più gentaglia di varia vicinanza mi chiedeva quanto mancasse e perchè mancasse così tanto (quando ancora la data presunta del parto non era stata superata) e più la mia bruttezza interiore prendeva sostanza. Ogni mattina poteva essere l’ultima mattina senza l’hobbit vivo e vegeto, in carne e ossa e ogni mattina dopo la sana e robusta colazione, si concretizzava l’altra incredibile paura: quella  di non fare la cacca.

    Metti che mi succede qualcosa ora e non ho evacuato, partorirò mia figlia in mezzo ad un mare di escrementi, diventando lo zimbello delle ostetriche del reparto. 
    (e via di Halleluja a liberazione avvenuta) 
    E metti che mi dilato e non lo so  e partorisco mia figlia mentre sono intenta a diventare Hulk nel cesso di mia madre e sono sola, senza neppure un paio di telecamere sulla mia postazione per diventare famosa e girare 30 anni e incinta?
    Purtroppo queste domande hanno vagabondato realmente nella mia testa e ho avuto anche il coraggio di condividerle con quella coop rosa di cui sopra.
    n.b. Per i successivi punti sulle cose che vorrei raccontare, dovremo aspettare che la gnoma, lo hobbit, l’aliena, la schiacciatina, l’amore della mia vita, lasci la mano sulla mia tetta produttrice di  varie fragranze casearee …