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25 Nov

La (DOLCE)??? attesa…

Sono fermamente convinta che l’aggettivo DOLCE accanto alla parola ATTESA sia stato aggiunto da gentaglia di sesso maschile oppure da qualche giovincella cui piaceva sicuramente farsi del male.

No, non fraintendetemi. La vita che dà la vita…la grandezza de Diu…l’immenso e l’infinito che si uniscono in una minuscola creatura che cresce all’interno del tuo ventre e la protegge e la nutre per 9 e ripeto 9 interminabili mesi.

Nessuno mette in dubbio tutto questo. Non voglio frantumare in mille minuscoli pezzi il libro etereo, innocente, magico e poetico sulla gravidanza. Vorrei solo essere sincera e raccontare alcune di quelle cose (riguardo alla mia personalissima esperienza) che di etereo, magico, poetico hanno ben poco, contro lo stereotipo dei formidabili mesi in attesa, affinché si possa parlare senza tabù o remore o timori!

x blog

  1. se negli ultimi due mesi di gravidanza, trascorri la tua vita strisciando dal letto al divano e dal divano al cesso e dal cesso al tavolo per nutrire l’alieno che è in te, il rischio di diventare un concentrato esplosivo di cattivo egoismo da bradipo e frullato di ormoni shakerati con quel blues malinconico pre-partum, è molto molto molto alto. Ti ritrovi ad ascoltare musica vagamente romantica coccolando quel mappamondo posizionato tra le tette e la patata che non vedi più ormai da 3 mesi, imparando tecniche da ipovedenti per fornire adeguata  igiene quotidiana,  il tutto bagnato da lacrime sante di donna gravida sul pendìo del monte dell’impazienza e del terrore. Perché sì, si piange tanto e non lo si fa solo nel famosissimo post-partum e non è automaticamente indice di depressione o di infelicità o tristezza all’interno di una piccola parentesi della propria vita che pare non finisca mai. Provi ad immaginare il viso di quell’hobbit che ti strappa la pancia, che ti fa sentire il cuore in gola, letteralmente, che ti impone di dormire con la torre di pisa di cuscini con l’illusione che possa agevolare la respirazione e quindi indurre un lieto sonno che durerà realmente un paio d’ore contro qualsiasi auspicio o intimazione del “dormi ora perchè poi non lo farai mai  più nella tua vita”.
     Il viso di mia figlia non l’ho mai sognato nè immaginato.

    Ho concentrato le mie energie da pila quasi scarica formulando imprecazioni contro il tempo che passava senza che avesse un minimo senso per me. Ho contato i giorni come una maniaca delle cronache degli anni 70 sul calendario di frate indovino, dal giorno dell’ultima mestruazione, mese dopo mese, 280 giorni, lasciando una x con la matita,  o dal giorno dell’ipotetico concepimento, 265 giorni. Ogni giorno. E ogni giorno i risultati variavano. Ho infettato il mio pc con virus inimmaginabili a furia di leggere siti di tutto il mondo, affinchè mi dicessero che sì, potevo partorire prima, o anche dopo, perchè nelle primipare le variabili sono molte, perchè si può entrare in travaglio dalla 38 esima settimana sino alla 42 esima e nessuno di questi siti era in grado di dirmi che la data presunta del parto poteva essere quella giusta.

    Ho googlato ipotetici e reali sintomi relativi alla fine della gravidanza, nonostante le 10 lezioni di corso pre- parto frequentato sino alla fine, assieme ad altre 20 gravide forse anche più strane di me, con l’illusione di poter avere un minimo di controllo.
    E diciamocelo chiaramente:  è il controllo che manca. Poche cose nell’arco dell’esistenza umana sono  fuori controllo come dare la vita a qualcuno e se la gravidanza è fisiologica, non c’è controllo che tenga.
    Ogni momento potrebbe essere quello buono e tu aspetti, attendi, minuto dopo minuto, ora dopo ora e giorno dopo giorno, in una successione monotona e ripetitiva, scandita da eventi simili tra di loro, dove il picco dell’eccezionalità è dato dal numero di volte in cui si va a fare la pipì, dalla nuova manovra che hai inventato per alzarti dal divano illudendoti di sembrare meno foca, dal contorsionismo sviluppato neanche fossi maestra yoga all’ultimo grido per infilare  pantaloni, calzini e scarpe con lacci, dal riflusso che ha ripreso a farti compagnia come un gatto aggrappato dove non batte il sole, con la conseguente riemersione del camionista imbruttito versione 2.0. Ho scartavetrato le ovaie e la pazienza delle mie amiche neomamme con una valanga di domande da far invidia a Mentana e le sue maratone, scoprendo che in alcune situazioni le donne sanno essere estremamente solidali e riuscire a fare gruppo, senza invidie, gelosie e tutta quella sporca roba che ruota intorno al mondo pink e ci fa sembrare arpie l’una contro l’altra armate. Si crea una sorta di coop rosa problem-solving in grado di mitigare le paturnie della gravida, fornendo consigli o raccontando esperienze e coccolando gli ormoni e la mente malata di chi ha una fottuta paura di non essere all’altezza del momento “magico” del dolore. E’ quello il tuo chiodo fisso: non il momento poetico del primo abbraccio a tua figlia, non la magia della vita che prende forma da un’altra. Negli ultimi giorni interminabili è solo il dolore che non conosci e che dovrai affrontare il tuo unico obiettivo quotidiano. Conosci il tuo nemico. Il dolore.

    Balie di vecchie generazioni narrano che la puerpera negli ultimi giorni prima del parto si trasformi in un mostro dalle mille facce, con piedi da elefante, caviglie a forma di bottiglia, mani alla Gianni Morandi, escoriazioni varie ed eventuali sul corpo e capelli da bambola assassina. Ogni mattina sono stata scrutata, osservata come un topo da laboratorio: risultato? la trasformazione era molto lontana. Il mostro mi dimorava solo interiormente. Evviva gli ormoni. Più gentaglia di varia vicinanza mi chiedeva quanto mancasse e perchè mancasse così tanto (quando ancora la data presunta del parto non era stata superata) e più la mia bruttezza interiore prendeva sostanza. Ogni mattina poteva essere l’ultima mattina senza l’hobbit vivo e vegeto, in carne e ossa e ogni mattina dopo la sana e robusta colazione, si concretizzava l’altra incredibile paura: quella  di non fare la cacca.

    Metti che mi succede qualcosa ora e non ho evacuato, partorirò mia figlia in mezzo ad un mare di escrementi, diventando lo zimbello delle ostetriche del reparto. 
    (e via di Halleluja a liberazione avvenuta) 
    E metti che mi dilato e non lo so  e partorisco mia figlia mentre sono intenta a diventare Hulk nel cesso di mia madre e sono sola, senza neppure un paio di telecamere sulla mia postazione per diventare famosa e girare 30 anni e incinta?
    Purtroppo queste domande hanno vagabondato realmente nella mia testa e ho avuto anche il coraggio di condividerle con quella coop rosa di cui sopra.
    n.b. Per i successivi punti sulle cose che vorrei raccontare, dovremo aspettare che la gnoma, lo hobbit, l’aliena, la schiacciatina, l’amore della mia vita, lasci la mano sulla mia tetta produttrice di  varie fragranze casearee …
05 Mag

DONNA: partorirai con dolore…

Fino a 14 settimane fa, per la precisione fino a 13 settimane e tre giorni fa, non avevo minimamente idea  sul fatto che i mesi si potessero contare in settimane, partendo dallo zero e aggiungendo un numero sino a sei. Fino a 14 settimane fa, per ricordare che un mese era di 30 o 31 usavo la fantasiosa e miracolosa filastrocca trenta giorni a novembre con aprile giugno e settembre, di ventotto ce n’è uno, tutti gli altri fan 31.

Fino a 13 settimane +3 giorni fa mi alzavo dal letto come se avessi dormito sui materassi gonfiabili rimbalzanti per bambini. Con una mano preparavo il mio cappuccino casalingo, inzuppando il biscottone del momento e con l’altra il pranzo per il maritino, con un piede lavavo i piatti della sera prima e con l’altro osservavo superficialmente le mail a cui avrei dovuto rispondere. E poi lavatrice, arrotolamento panni puliti ma da stirare e stipamento nel magico foppapedrettiland, il luogo dove riposano beatamente tutte quelle “robbbbe” che un giorno saranno amorevolmente adottate dalla fatina stirella. Una mattinata persa, direte voi. E invece tutto questo avveniva, fino a tre settimane + 3giorni fa, tra le 8:15 e le 9:00.

E poi c’era la scrittura, il lavoro non retribuito quindi il lavoro, spostarsi dal punto A al punto Z di Lecce, rigorosamente a piedi in tempi che Bolt se li sogna, la zumba casalinga, la danza mon amour, il cibo spazzatura, la digestione, le mestruazioni.

Ecco. Da questo momento in poi, i deboli di cuore o gli schifiltosi, possono continuare a cliccare qualche video di Youporn o a selezionare profili poco probabili su FB, perché si parlerà di ciclo, di ormoni, di rivoluzione e di tanto ammmore.

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Un’ora dopo il fatidico sì, tutti mi avevo dato per gravida.

Come se fosse surreale, imbarazzante, improbabile quanto la recitazione di Tea Falco, ai limiti del paranormale, suggellare un amore di 7 anni firmando una carta e biascicando promesse, tra pianti inconsolabili e nasi umidi, senza aver fatto “il danno”.

E no, il “danno” non l’avevamo mica fatto. Anzi! E giù con le mitiche frasi ad effetto.

Stanotte ci date dentro…

Fra 9 mesi sfornate un bel nipotino (che già solo a sentire il verbo, mi si gela il sangue)…

Hai un virus intestinale? Non sarai mica incinta?

Soffri di gastrite cronica? Forse è l’embrione …

Fai un’assenza a  danza? Ci siamo…

Ecco, per circa un anno e poco più, i nostri orecchi hanno soavemente udito queste parole.

Come se fosse automatico, logico, statisticamente ufficiale che l’avvenuto matrimonio implicasse uno sperma party tutti i giorni, fino alla riuscita dell’evento.

Per un’anoressica, non avere il ciclo è una vittoria, il mezzo più eclatante per evidenziare la guerra ancora in atto, mese dopo mese. Quando ogni combattente è stremato, quando anche il generale inverno ha deposto le armi, non si fa neppure più caso. E’ naturale e scontato che non si debbano acquistare i lines.

Quando torni al supermercato davanti a quella fila di pannolini con le ali, ti sembra  di volare sul serio.

Così, annotare la data, sentire i primi sintomi, andare di matto per gli ormoni che ballano il tuca tuca, ingurgitare aulin come se non ci fosse un domani, diventa un pezzo di vita di cui ti riappropri, la vita di una donna che è già donna ma che abbraccia un’adolescenza perduta.

Io e mio marito, diciamocelo, ci eravamo dati già per sconfitti. Avevamo sentito tante di quelle storie sul concepimento, che vincere alla lotteria sembrava più semplice. Quando si tratta di rivoluzioni da compiere, pensiamo sempre alle opzioni, alle strade impervie, a quelle non asfaltate, ai possibili casi peggiori. Non è un “mettere le mani avanti per non cadere indietro”. E’ semplicemente sviscerare ogni cosa, osservare la realtà, capire che ci sono situazioni che possono capitare, evitando di oscurare la vista solo perché potrebbe essere fastidiosa la troppa luce. Così ci abbiamo provato, senza pensare alla meta, senza l’ossessione che intrappola l’amore e inibisce i sensi.

Restando in tale mood, qualche giorno prima del naturale sfaldamento che si verifica di norma ogni 28 giorni, di quella che è tecnicamente considerata l’eliminazione dello strato superficiale della mucosa dell’utero, ho iniziato a comportarmi come tutte quelle donne cui lanciavo occhiate di amarezza e misericordia, confidando nel mio buon senso, sfregando la lampada dell’astuzia e della ragionevolezza.

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Diciamocelo. Ogni donna reputa se stessa un invidiabile mix di specialità ed eccezionalità. Ciò che fanno “le altre” non mi tange, pensa con sguardo da assassina e risata da strega di Biancaneve. E invece?

Invece ad ogni visita all’ameno luogo dotato di ceramiche luccicanti e fantomatici mosaici, aguzzavo la vista e mi trasformavo in Abby Sciuto di “Ncis unità anticrimine”. La carta igienica veniva scrupolosamente accerchiata, passata a setaccio, portata nel laboratorio della mia mente, approvando e confermando il fatto che non ci fossero tracce ematiche. Ammettendo una frequenza massima di circa una decina di volte, più della metà del tempo di una persona mentalmente stabile, era trascorso a veder mutande e carta igienica.

Ma cercando di mantenere i piedi per terra e attribuendo IL RITARDO a fissazioni, manie, a sogni che si impossessano del tuo corpo e circuiscono la mente, secondo il principio per cui se non sai cosa hai, stai somatizzando qualcosa che hai dentro, ho oltrepassato il limite chiedendo aiuto al padrino di tutti i padrini: l’oracolo Google.

Lo sto facendo…lo sto facendo…l’ho fatto. Al dio Google ho chiesto: sintomi gravidanza.

E viaaaaaa. Si era spalancata la porta del paradiso e dell’inferno, la divina commedia delle informazioni, la biblioteca universale dedicata alle mamme o presunte tali, alle bimbeminkia che aprono forum chiedendo all’esperta di turno i 101 modi per non restare incinta dopo un bacio con lingua e via dicendo. Da quel momento, la mia anima è stata venduta ai vari siti che terminano o iniziano il proprio nome con mamma, mummy, dolce attesa. Milioni di beote come me che dialogano con un portatile e rispondono alle seguenti domande:

provi stanchezza? E tu sei lì a scuotere il capo in su e in giù, con la mano da italiana, a voler sottolineare un “te lo avevo detto”. Bah, vediamo…mumble mumble. Ultimamente sbadiglio in maniera estremamente eccessiva, cadendo nelle braccia di Morfeo come mai nella mia vita, accorgendomi del tutto solo dopo aver sentito il cuscino del divano su cui mi ero accasciata, umido di bava. Un’immagine raccapricciante.

Sei maggiormente irritabile??? Hai dei crampetti addominali o fastidi che ricordano quelli del ciclo mestruale. Siiiiiiiiiiiiiiiiiii, di grazia, altrimenti non sarei seduta qui, davanti a te, coso, in preda al panico misto beatitudine, per sapere se c’è un puntino che gironzola dentro il mio utero.

Irritabile dicevi? No.

E ancora giù con la lista delle cose che potrebbero succedere a una presunta gravida nel corso dei giorni. Ve la risparmio, ma ciò che non vi nego è la patologica costanza con cui questi siti venivano spulciati e l’immedesimazione era fulminea. Ma ancora un briciolo di ragionevolezza mi era rimasto. Così ho atteso che passassero un po’ di giorni dall’autentico e accertato ritardo, ho chiamato il coraggio al mio capezzale, ho messo da parte il mio lato da pulcino spaventato e ingenuo e mi sono recata in farmacia a comprare il test.

16 euro di test, ‘tacci loru. Già dal primo banale acquisto, ti accorgi che di lì a sempre, il sintomo più grande, assoluto e permanente sarà il mal di soldi, quelli che se ne vanno per “sfornare” un mini minion di te.

Fino a 14 settimane fa, avere delle tette era un dato di fatto cui arrendermi. Due cose che giacciono appena sotto il collo, destinatarie di bestemmie quando danzi e ti fanno male, limitatrici di movimenti particolari e dolenti durante quel famoso periodo.

Ora, appena sveglia, le prime due cose che scendono dal letto sono la tetta destra e poi quella sinistra, successivamente il piede destro e sinistro. Le sento. Vive. Anche troppo. Sono loro a compiere i primi passi verso la cucina, dure come il marmo di carrara ma allo stesso tempo sensibili come Garrison di Amici. E ti ammaliano, ti cercano, desiderano le tue mani per grattarti come dopo una puntura di mille zanzare killer. Ma sono i capezzoli i veri padroni della scena, dalle mutevoli sembianze, dalle cangianti striature, grandi come manopole delle radio d’epoca, puntano e ricevono tutti i segnali.

Per circa 13 settimane, la mia vitalità è stata pari a quella di un bradipo dopo una sbornia a 30 anni.

Di certo non la potevo mica dare vinta a tutti quei sintomi che si stavano impadronendo di me.

Così ho provato a ipotizzare una vita normale, in cui il “lavoro”, il volontariato, l’associazionismo, la scrittura, l’essere moglie, figlia, nipote, amica, sorella, donna, potessero continuare a esistere nella stessa persona, nonostante tutto.

Nonostante il fatto che il 90 per cento delle persone a me vicine e conoscenti, nulla sapessero riguardo al puntino che dimorava nel mio utero. Tante sono le ragioni di una coppia che decide di comune accordo di non comunicare subito “la dolce attesa”, tutte più o meno giuste, se di giustizia si può parlare quando si ha a che fare con la vita delle persone, con le scelte personali e con la libertà di espressione. Tante le motivazioni oggettive trite e ritrite in ogni sito che metta a disposizione la rete e l’esperienza.

L’illusione di essere uguale a quella che eri 14 settimane addietro è una brutta bestia.

La realtà ti viene a cercare, bussa alla tua porta e non se ne va. E’ l’ospite inatteso.

A ricordarti del fatto che, in fondo, molto in fondo, non sei quella di prima, è una piccola e semplice azione che il tuo organismo generalmente compie in maniera così naturale che neppure ci fai caso: LA DIGESTIONE.

Fine primo episodio.

…………………alla prossima puntata……………………