22 Feb

Al velluto illuminato dalla polvere di Apollo

Acqua salata.

Dicono che la cura per ogni cosa sia l’acqua salata: il sudore, le lacrime e il mare.

Mare.

E’ il ponte d’oro tra la mia tristezza e la mia gioia.

Per Calvino era un grande urlo azzurro.

Per me è seta fresca in primavera, il suono del verde smeraldo in estate e un fondo di caffè nelle bufere autunnali. E’ la mia biblioteca, la mia memoria, la mia grammatica, lingue straniere mai studiate.

Provocatore e Seduttore.

Oro e Argento.

Le mie ali e le mie radici.

Nostalgia.

Il naufragio dei pezzi della mia anima che le onde mi riporta indietro.

La mia rete.

Culla.

La superficie è un posto strano, affascinante e bellissimo a seconda delle ore del giorno e della notte.

E’ nella profondità che dorme la vera tempesta. Misterioso labirinto.

L’anima emana sempre un profumo particolare quando il corpo è a pezzi.

Per me il mare è la bussola. E’ una macchina del tempo che conserva lo spirito del bambino e conosce i tratti della nostra vecchiaia.

Benedizione.

E’ il diario dei segreti con la carta colorata e profumata alle rose, di giorni bruciati, inzuppati, maltrattati, vuoti come gusci.

E’ il rastrello sulla pelle.

Rifugio.

Il patio con l’albero di pesco piantato al centro del cuore.

D’estate trattengo il respiro, mi lascio irrigare e fiorisco ogni volta risalga in superficie all’ombra della boa.

Movimento. Coreografia inarrestabile.

Il mare in inverno è uno stop all’incrocio della pazienza.

E’ la fabbrica di colori, un cantiere persistente di memoria.

Le canzoni di un tempo shabby chic, quando la melodia era un abito elegante e proteggeva la tenerezza di chi, inaspettatamente,  sistemava i capelli dietro gli orecchi, al riparo dal vento.

Il valzer con giro armonico classico.

Puro jazz.

E’. verbo essere.

Tamburi.

Quando è in tempesta il maestrale gioca a fare l’arredatore d’interni degli abissi, sovvertendone la composizione e tutto si trasforma.

Mi piacciono le onde.

Arriccio le sopracciglia se le vedo d’estate.

In inverno, invece, rimandano alla foto di una comitiva che occupa il muretto del tuo quartiere, quella che ti aspetta sempre. Il tempo è scandito dalle canzoni registrate sul mangianastri, sul lato A e lato B dell’adolescenza.

Moltitudine nella solitudine che ti porti dietro come un’ombra e si siede accanto a te sugli scogli dalle mille forme e pendenze.

Onde.

Mi conquistano quelle che si nascondono, che si amano segretamente con tutta l’immensità che noi terrestri non possiamo concepire e che poi esplodono, giungono in superficie in solitaria, mai dimenticandosi  di aver formato un mondo che han chiamato Noi.

La più temeraria procede in apparenza narcisa e vanesia, ma sa che sarà raggiunta in una danza ottocentesca o in un walzer disegnato da Vettriano.

A tutelare l’incanto volano i guardiani gabbiani che dominano l’altezza, come scudi tra tutto ciò che è infinito e quel mantello di velluto che pennellano quando si presentano al cospetto del reale.

Lo sento sotto la pelle, nella gola, dentro lo stomaco.

Definitivamente.

Come tutte le cose che odorano di verità.

Le riconosci dall’intensità misteriosa.

E’ al suo cospetto che ricordo che non esista un tempo rubato.

E’ lì che rincorro un tempo dilatato in luoghi clandestini, luoghi-rifugio dove l’unica regola che valga è quella di provare a vivere facendosi del bene, con tutto il bene a disposizione, fuori da ogni vetrina sociale.

Come dice Lucio Dalla: “conosco un posto nel mio cuore dove tira sempre il vento e basta sedersi e ascoltare”.

Concedere.

Concedersi un tempo antico senza che le cose si consumino. Ci consumino.

Immagini di cui mi cibo. La parola ci fa rischiare e nel momento in cui la pronunciamo, dopo averla pensata e sillabata sulle vene, ci mette a nudo, come il bisogno di un neonato. Quando sono al mare non fuggo più da ciò che mi ferisce, perché è nelle crepe delle ferite che la pelle si rigenera, bagnata dall’acqua salata.

E’ come quando danzo. Sentire di essere cuore. Dappertutto.

Ogni volta è un quadro diverso e mi ci tuffo come nei dipinti di Mary Poppins.

Da piccola ero una privilegiata. Avevo due case sullo ionio, a Porto Cesareo. Nella casa dei nonni paterni trascorrevo l’intero mese di luglio e gran parte di agosto. Un grande dondolo illuminato dalla luce del sole a est mi accoglieva ogni estate, facendosi ogni anno sempre più piccolo. Sento ancora l’odore della stoffa accecata dal Dio Apollo che combatteva contro le forze dell’umidità. Odore di salsedine al fuoco.

Negli orecchi il tempo scandito dalle cicale e dal cigolìo degli ingranaggi da oliare, cui avrebbe pensato il nonno.

Con la guancia destra scavata nel cuscino dal bottone bollente e un piede penzoloni, osservavo il mio mondo con un solo occhio, dal basso, mentre Briciola, lo yorkshire dal codino alla Roby Baggio sulla fronte, stanava i ricci di terra e le lucertole che si intrufolavano in casa. E’ lì che ho scoperto di amare le cose fragili, quelle che lo sono solo in apparenza. Come i fiori di cera che abbracciavano il muro di fronte al dondolo.

Tenerezza.

Fragilità esplosiva di pulsione di vita. La bellezza era custodita nel secchiello pieno di acqua putrida e paguri. Non hai debiti e forse neppure crediti. Ricevi tutto senza sensi di colpa. Barattavi un ultimo posto in doccia pur di trattenere sulla pelle i merletti di sale, per non lavare via i ricami della felicità.

Doccia fredda.

Bellezza.

Onomatopeico sinonimo di felicità e di mare. Lavarsi era un rito. Una pratica da compiere in squadra, con le taniche di acqua potabile lasciate al sole a riscaldarsi.

Ricordi di odore di basilico che si tuffava nella salsa quando ancora la tua bava inumidiva il cuscino del letto.

Colazioni in pigiama al sapore di merendine comprate dal bagagliaio di un furgone-  just eat ante litteram, mentre speri che il tuo costume preferito abbia avuto il tempo di asciugarsi.

Quante volte l’ho indossato ancora umido e freddo, slegato dalle mollette della rete del terrazzo ancora non assolato.

La malinconia è subdola come un taglio con la carta. Non immagineresti mai che un oggetto così puro e sottile possa tramutarsi in una lama infuocata.

E’ sangue, carne e resistenza. E’ coraggio del sentirsi. E’ coraggio della retorica.

Sugli scogli, davanti al velluto illuminato dalla polvere di Apollo, mi congedo dalla persona che ero e lo uso per ripensarmi, per osservarmi e osservare il mondo che amo follemente, nonostante tutto.

Tutto.

Szymborska scriveva che tutto è una parola sfrontata e gonfia di boria. Andrebbe scritta tra virgolette. Finge di non tralasciare nulla, di concentrare, includere, contenere e avere. E invece è soltanto un brandello di bufera.

Il mondo che io amo è fatto da cose che sono talmente evidenti che mai nessuno prova a considerare.

E’ fatto da molteplici orologi che segnano tempi differenti con lancette a 3 dimensioni. Se saremo in grado di osservarle, allora potremo vivere non solo il tempo in cui viviamo, ma anche quello dei pensieri di persone vissute prima di noi, che hanno salvaguardato la bellezza, lasciandoci un mosaico immortale.

L’acqua ha memoria. Questo l’ho imparato una sera grazie al saggio Olaf e alla regina Elsa e Anna di Frozen.

L’acqua è quel vhs che vorresti non si logorasse mai. Come se i coriandoli della tua memoria fossero lì in quel nastro.  Casa.

Quando torni sulla terraferma, alla civiltà della città, trasportando granelli di sabbia tra le dita dei piedi e ti capita di passare la lingua sulla bocca, ti accorgi che al mare non vai solo per cercare qualcuno o qualcosa ma per imparare a conoscere una persona importante e quella sei tu.  E’ tutto rimescolato e riordinato. Ordine e caos. Armonia.

Non è mai troppo tardi per riempire le tasche di conchiglie e, nonostante il loro peso, concedersi di danzare sulle onde e sentirsi tempesta nella profondità.

Passioni.

Se ne abbiamo più di una allora siamo invincibili; è  la nostra più potente armatura nel momento in cui un virus deciderà di sovvertire l’ordine mondiale delle cose.

Le passioni sono  i tatuaggi sullo strato invisibile dell’epidermide, la mano delicata che scava  contro le macerie dei terremoti interiori, la guancia calda che coccola la tua nelle giornate gelide.

Nell’anima nessuno comanda. Lei resta dove si incanta. Pessoa aveva ragione.

E allora sono qui, sullo scoglio che ha segnato la mia pelle e chiudo gli occhi.

Sono viva.

3 thoughts on “Al velluto illuminato dalla polvere di Apollo

  1. Una giovane donna straordinaria, di rara sensibilità, capace sempre di cogliere l’essenza e al tempo stesso la complessità di ciò che ci circonda…

  2. Non sono una grande lettrice, ma Mi ci tuffo a capofitto sempre nei tuoi scritti e mi faccio rapire fino alla fine dalle tue parole. Questo perché parli di vita vera, vissuta, reale, quella di tutti noi e mi piace molto.

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