24 Gen

USQUE TANDEM?

Da circa un mese, da quando quel meraviglioso essere di 13 kg che ho generato, ha una cameretta tutta sua e quindi un letto tutto suo e quindi io un posto tutto mio nel letto per metà mio e per metà del padre di quella cosetta che , per 3 lunghissimi anni, ha monopolizzato il “matrimoniale”, donandoci -per carità- le notti e i ricordi più belli della vita intera, dicevo, da circa un mese io e marito ci concediamo maratone notturne di Narcos, la serie tv Netflix.

Il punto non è Narcos.

Dopo un paio di puntate, tra sparatorie, torture, soldi insanguinati, pezzi di uomini condotti nei frigoriferi come regali, corruzione, cocaina e aguardiente a litrate, chiudo gli occhi e riesco ad addormentarmi, poiché alla fine, nonostante i colpi di scena, ne conosco la fine.

Poi, la mattina mi sveglio, ohbellaciao, chino la testa sul cellulare, apro i “social” e mi vengono fortissimi conati di vomito.

Di quelli che neppure quando ero gravida, di quelli talmente intensi che ti si annebbia la vista e perdi i sensi e forse li vorresti perdere davvero i sensi, per riaddormentarti e credere che siano solo incubi prodotti dalla plurivisione di serie tv drammatiche.

Invece è la realtà.

Molti dei miei “contatti” avevano condiviso i versi di Sergio Guttilla, “Se fosse tuo figlio…” così l’ho letta anche io con un solo respiro, silenziosamente e non ho potuto fare a meno di scorgere echi assordanti e bellissime al tempo stesso di “Se questo è un uomo” di Primo Levi, parole che hanno cicatrizzato la mia esistenza, che ho letto, studiato, spolverato, parafrasato e anche un po’ odiato.

Poi, conati di vomito, ancora.

Buio. Paura.

Eccolo il punto. Il punto non è Narcos. Il punto non è il sangue.

Il punto è la paura, quella fottuta paura con cui vogliamo combattere il terrore cui ci stanno costringendo, cui ci stiamo abituando.

Ebbene, la domanda è questa:

perché diavolo il mio AK-47per combattere la realtà  dovrebbe essere la paura? Perché devo sperare, illudermi, immaginare, credere che in mare ci sia la faccia di mia figlia e quindi esserne devastata di paura per invadere il mio animo di umanità, un colpo emotivo così alto e straziante affinchè si possa ricordare che la vita di mia figlia è come la vita degli altri figli, nipoti, amici e quindi, come nei più semplici sillogismi aristotelici, deve riguardare l’intero cerchio degli uomini? Mi sento persa, smarrita, privata dei miei princìpi, in un limbo, avvelenata dal siero più potente che devasta il buon senso, un suicidio di massa, il nostro, in cui la vittima è la nostra dignità, poiché brucia viva la responsabilità sociale che prima è individuale.

E come diceva quel gran vecchio del Mahatma Gandhi: Il nemico è la paura. Si pensa sia l’odio, ma è la paura, quella che si aggrappa come un tumore al cuore e ci fa diventare ciechi di vita. Tutte le azioni, soprattutto le più meschine, sono ricondotte ad essa.

Perché dovrei sentirmi spaventata, oppressa, soffocata e vivere tutte queste emozioni per giungere finalmente a comprendere che la nostra vita è importante tanto quanto quella degli altri e provare la “pietas”?

Quo usque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?” 

    “Fino a quando abuserai della nostra pazienza?”

Usque tandem continueremo a giudicare sbagliato ciò che non conosciamo senza fornirci l’occasione per comprendere?

Usque tandem dovremo implorarci di restare umani, se faremo spallucce giustificandoci dietro al velo di una politica troppo grande e lontana da noi, dietro “cose” per cui o su cui non abbiamo potere, se diremo e penseremo nel nostro privato che tanto qualunque cosa si faccia, saremo sempre manipolati.

 Se accetteremo, senza batter ciglio, la perdita di contatto.

 Se continueremo a restare sommersi in questo fango, tanto, in fondo, a pensarci bene, la nostra vita continua “normalmente”.

Ma qual è la normalità?

La normalità è accompagnare la propria figlia a scuola nei primi giorni di inserimento all’”infanzia” e sentirsi dire dalla maestra, in confidenza, che proprio tua figlia, quel tenero fagottino borghese a “modino”,  ha mostrato e dimostrato- chiamiamole perplessità e dubbi- sulla possibilità di sedersi accanto al nuovo compagno di scuola dai tratti evidentemente indiani, evidenziando a chiare lettere, davanti all’interessato, la sua volontà, emulando l’atteggiamento di altri suoi simili non più alti di 1 metro ma così tanto decisionisti.

Buio. Paura. Conati di vomito. Tachicardia.

Mentre ascoltavo le parole della Maestra, di quelle con la m maiuscola, la mia laurea e formazione in diritti umani bruciavano come Giovanna d’Arco. Pezzi di dignità e Carta universale dei diritti urlavano contro il mio utero che aveva generato quella tipetta. Ho immaginato lo sguardo di quel bimbo di 3 anni che si è sentito rifiutare da una sconosciuta, poiché tale era nei primi giorni di scuola, il suo disagio, quella violenza gratuita ricevuta. Ho pianto. Tanto. Mi sono messa in discussione come persona, prima ancora che come madre. Mi sono interrogata. Ho preso il coraggio a denti stretti e sorriso sincero e ho parlato a mia figlia, poiché se era stata in grado, insieme agli altri gringos suoi pari, di emulare atteggiamenti negativi, allora poteva essere abile anche a generare qualcosa di positivo, a catena. Mi sono armata di pazienza. Le ho spiegato, con parole vere e non banali, semplici ma efficaci, la bellezza della diversità evidenziata persino dal colore della pelle. Che quel gesto aveva fatto soffrire un suo amico. Che bisognava rimediare a quell’ingiustificato dolore. Siamo andate immediatamente a comprare un oggettino. Una piccola cosa materiale ma tangibile, abbiamo sventolato bandiera bianca, segno e cicatrice di scuse.

Quella notte non ho dormito. Ho di nuovo pensato al cuore di quel bimbo. Poi ho portato Arya a scuola e ho atteso con ansia il risultato di quell’azione.

La bellezza aveva vinto. Le scuse,  sincere, capite. Il sorriso bianchissimo sulla pelle nere aveva azzerato tutti i colori perché solo la luce aveva illuminato tutto. Quel gesto aveva generato positività. E anche tutti i gringos companeros reticenti hanno abbassato il muro della diffidenza contro il diverso.

Ora, a metà anno scolastico,  in classe di Arya si parla di ricchezza culturale, di bellezza uguale unicità, di arte che non conosce barriere. Quel bimbo è uno dei compagni maggiormente nominati dalla tipetta borghese, con cui resta fino a tardi a giocare.

 Se non insegneremo ai nostri figli la bellezza della diversità, se eviteremo di invitare alle feste tutti i compagni facendo la selezione all’ingresso, se non ci libereremo dai luoghi comuni, se resteremo immobili di fronte ad una piccola “ingiustizia” quotidiana, se etichetteremo i compagni di scuola davanti ai nostri figli, se daremo risposte banali, se non approfondiremo, se prevarrà il “sono fatto così”, se insegneremo anche con gli esempi che la prevaricazione vince sempre, che fallire è abominevole, che il percorso deve essere uguale per tutti e chi sta indietro è un fesso, che per farsi valere occorre sgomitare ed essere forte, che il colore blu è dei maschi col pisellino mentre il rosa è delle femmine, che se si dimostra la debolezza sei frocio e ti fottono, meglio puttaniere che avere due papà; se il “pensa al tuo che il mio vale doppio”, se continueremo a non avere tempo e se perderemo tempo con  e per le cose che poi rinnegheremo, se il disinteresse verso argomenti sociali supera l’interesse verso il conveniente, se si elogia la furbizia e mai la volontà di chi ci riesce magari con poca intelligenza ma con tanto impegno, se non ci vergogneremo più, se non arrossiremo per bellezza o per pudore, se Lino Banfi all’Unesco ci rende “normali” e additeremo come il peggiore dei criminali un ragazzo che vorrebbe studiare, addirittura commettere la più cruenta delle azioni di laurearsi, divenire un plurilaureato; se dovremo nasconderci come estradati, a seconda del grado di cultura, se giustificheremo l’abdicazione alla cultura, e si badi bene, ho scritto cultura e non laurea come pezzo di carta, se parlare bene in italiano è roba da fricchettoni con il rolex, se parlare bene e scrivere correttamente in italiano e in una seconda lingua è perdita di tempo tanto paga papà, tanto le ossa te le fai sul lavoro, sottopagato e maltrattato, tanto vale non accomodare il tuo sedere sulla sedia:a pagare è l’approssimazione, in tutti i campi, in ogni settore.

Usque tandem ci imploreremo di restare umani Se non mettiamo a disposizione quel poco che abbiamo per condividerlo, che sia materiale e immateriale, se convenienza,  testa china, occhi digitali, mani fredde su schermo battono strette di mano e occhi profondi in grado di sentire l’altrui sguardo con cuore aperto, se la soluzione più semplice è la via che appare più interessante  al mio ego, se non abbiamo mai tempo, se non abbiamo il coraggio di scegliere da che parte stare, se scegliere è complicato, se tutto è a pagamento, se restiamo “al nostro posto” per paura di essere etichettati, se non lottiamo per abbattere le etichette, se non attribuiamo importanza al sentire dell’altro, se ci fermiamo alla forma, se ci fa comodo restare sull’uscio, se non coltiviamo i sentimenti  e i legami, se ci lasciamo immobilizzare e plagiare dalla paura costruita dall’alto,

se pensiamo che i nostri figli ci appartengano e li educhiamo come se non appartenessero anche ad una comunità, se continueremo ad essere tutto questo,

a morire nelle acque fredde e buie, senza scialuppa, saremo noi e i figli e i nipoti che abbiamo cresciuto con l’apatia del presente e privi di empatica condivisione della bellezza dell’animo che si congela come iceberg.

Buio.

Prendo una candela. Per fortuna sa di vaniglia.

5 thoughts on “USQUE TANDEM?

  1. Un concetto Mary mi è molto chiaro: viviamo in una società convinta di alimentarsi di dinamismo ed energia, mentre in realtà si sta sempre più atrofizzando attraverso la superficialità e la riduzione cronica dell’empatia e della sensibilità… anche nei confronti di chi ci sta accanto e crediamo parte attiva della nostra esistenza, figurati nei confronti dell’altro. Condivido i tuoi pensieri e nonostante il mio sconfinato ottimismo che conosci penso che questi aspetti possono solo peggiorare nel tempo nella percezione di massa. Farò sempre il mio e so che farai sempre il tuo. Ma preparati al fatto che questo ci dovrà, nostro malgrado, bastare… Un abbraccio. Bruno

    • e se ognuno di noi facesse, nel piccolissimo, il proprio? allora forse ce la potremmo davvero fare, non credi?
      grazie per la tua riflessione e per la tua vicinanza, la sento davvero.
      un bacio

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