11 Gen

Kintsugi- riparare le ferite con l’oro

“Il nonno se ne sta andando, forse dovreste venire a vederlo” .

Ho sentito il suono che emette l’aria mentre un foglio di carta si divide a metà con veemenza.

Il tumulto del cielo aveva sbagliato sicuramente momento.

Poi il rifiuto.

Negazione. Come quando tornata per le vacanze estive dall’università, non era previsto alcun giorno di pioggia sulla mia programmazione e sfollavo come una indemoniata al primo temporale estivo, monopolizzando amici e famiglia sotto gli ombrelloni aperti, mentre fuori il mare in tempesta implorava di abbandonare la spiaggia e lasciarlo solo a far l’amore con la pioggia, ma sorridendo agli altri dicevo: è solo un acquazzone estivo, andranno via tutti e resteremo soli a goderci il mare.

“Non lo voglio vedere.” Così ho risposto a quella chat bomba.

Per un paio di ore ho cercato la mia personale via d’uscita al dolore. Per attraversarlo e trasformarlo. Sono fuggita verso l’unico luogo fisico che mi consola e mi strazia allo stesso tempo, che mi affatica e mi solleva. Ho preso schiaffi dal vento mentre la schiuma delle onde mi ricordava dove sarei dovuta andare.

Volevo provare a restare in compagnia di quello che stava andando via e dovevo imparare a fare silenzio per poter ascoltare lo spartito del vento.

In un libro sulla perdita avevo letto pochi giorni prima: “ di chi non si sa nulla, non c’è niente da dire. Di chi non si sa nulla, nulla più importa. Basta tacere per eliminare, per questo serve ricordare, scrivere, parlare. Nominare quelle persone con altre persone.

La tristezza si accumula nella gola prima di scendere nel petto. Forse assedia i polmoni perché vorremmo respirare e parlare di più con chi con c’è più. Vogliamo il fiato della vita. Quel respiro che si mescola e diventa immortalità.

C’è sempre tempo, fino a quando non svanisce ed è lì che è sempre troppo tardi.

Il nonno mio odorava di Winston bianche e terra rossa. Aveva l’odore del barbiere che apriva bottega solo per lui alle 7 di mattina. Il nonno mio odorava di contrasti, genuini contrasti che la vita gli ha disegnato come un in un film di Fellini in bianco e nero,  sulla fronte piena di solchi. Aveva le mani di chi ha iniziato a lavorare a 7 anni dopo la morte del papà, declinando il verbo lavorare con missione e ossessione.

Il nonno mio odorava di “panari” stracolmi di mandorle e pinoli da schiacciare e le mani diventavano nere e più le unghie si tingevano di sporco e più l’anima si colorava di felicità inconsapevole.

Cemento e terra.

Costruire. Seminare. Raccogliere.

Mesciu Francu.

Per tutti era Mesciu Francu. Per me era Ciociona, un nomignolo che mi diede dal giorno in cui sono venuta alla luce, quando stava ancora imparando a fare il padre. Solo lui lo sapeva dire bene: ssssciosccciona strascicando la c che si mescolava alla s e in quell’impasto si amalgamava tutto l’amore che provava.

Il nonno odorava di gelsi neri e rossi, succosi e dipinti dall’albero. Di uova fresche da bere appena suonava all’alba al citofono e svegliava il vicinato. Le cose vanno fatte bene o niente. Aveva l’odore di boccino che mi dava il privilegio di tirare, mentre le scarpe si trasformavano in un quadro di Pollock e sulle labbra il sapore di terra ti faceva ricordare da dove veniamo.

Odorava di santi buttati giù dal calendario quando si arrabbiava e la rabbia lo rendeva amaro, ancora più piccolo di quanto fosse di statura, mentre corrugava la fronte spaziosa sulla quale potevi leggergli le paure e le bestemmie che seguivano alle prime.

Ciociona aveva l’odore delle giacche e delle camicie che indossava ogni mattina ed era così che si recava “alla campagna”, vestito da borghese ma con l’animo nobile di chi,  fino all’ultimo respiro,  ha sognato di poter costruire e pagare il dovuto ai suoi operai, anche quando la testa non lo accompagnava più nel suo corpo sempre più fragile. Perché da qualche mese avevamo iniziato a provare quella che in gergo si chiama “perdita ambigua”, un termine che si riferisce a un “lutto che sfugge, confonde e rimane irrisolto quando una persona cara non è più presente nel modo in cui l’abbiamo conosciuta”.

Nonno ciociona odorava di caffè offerti al bar, ovunque e a chiunque e non per apparente e prepotente dimostrazione del dio denaro ma per ingenua, genuina e profonda generosità che lo caratterizzava.

Era un uomo piccolo e profondamente buono. Quando ti salutava aveva il vizio di coglierti di sorpresa dietro alla nuca, con il suo strampalato modo di attorcigliare lembi di pelle con l’indice e il medio posti in diagonale. Ahia! E lui rideva sotto quel baffo color neve e catrame, puro e bellissimo, mentre gli occhi del mare di settembre si rimpicciolivano sotto le sopracciglia perennemente arruffate.

Il nonno mio odorava di musicassetta, di nastri che si arrotolavano per ascoltare Lucio Dalla nella Jeep.

Quella Jeep era un’astronave. Mi pareva che l’antenna esterna della radio fosse lunga fino al cielo per captare il segnale della luna. Si faceva condurre da quell’auto gigantesca che a vederla dall’esterno sembrava vuota, senza conducente, tanto era piccolo lui e tanto era immensa lei.

Con quella macchina ci ha portato ovunque noi gli chiedessimo di andare.

Tra sacchi di calcestruzzo e paglia, tra patate fuoriuscite dalle cassette e mangime per le galline, era il nostro maggiordomo di fiducia, pronto a chiedere sempre: te serve nienti?

Niente nonno. Anzi sì. Per favore, in edicola è uscito l’ultimo numero di Cioè e l’album figurine di Merlose Place. Meeeerlossssspleeeeiiis nonno.

Non so come, non so perché, ma alla fine ce la faceva sempre. Ad esaudire i desideri di tutti noi nipoti, anche le richieste in inglese di una bambina vissuta negli anni 90, tra Beverly Hills e Fame.

Aveva i super poteri, come tutte quelle persone che si lasciavano amare, follemente, proprio per quei contrasti esagerati che contraddistinguono quel tipo di umanità.

“Abbiate cura dei rami, soprattutto di quelli che sembrano forti. Sono quelli che cedono quando meno te l’aspetti”.

Potrei ricordarlo mentre tremava come un foglia schiaffeggiata dalla tramontana o mentre dolcemente gli cambiavamo il pannolone o gli pettinavamo quei 3 capelli sparpagliati che gli erano rimasti. Potrei ricordarlo mentre implorava di lasciarlo morire o si arrabbiava bruscamente perché nessuno era in grado di comprendere quel sibilo rimastogli nelle corde vocali.

Oppure potrei ricordarmi di lui mentre gli operatori del 118 lo hanno trasportato in un sacco nell’ascensore di un palazzo a 6 piani,  affinché potesse essere trasportato poi sulla barella. O mentre vomitava feci e chiudeva gli occhi.

Potrei ricordarmi di tutte quelle volte che ho rifiutato di andare a trovarlo perché la mia pelle sembrava sgretolarsi di fronte a tutto quel dolore.

Quando nasciamo nessuno ci consegna un manuale di istruzioni da tenere “in caso di emergenza”.

Oltre a nascere con la camicia, i neonati dovrebbero avere in dono un libro che dia consigli su come gestire l’amore e la perdita. L’immensità della vita e della morte.

E’ triste Venezia, nonno Mio.

Lo dicevi sempre quando lasciavi credere all’avversario che avessi poco o nulla sulle carte e invece alla fine, tutti i punti di scopa erano i tuoi. Il gioco era una cosa seria e ti arrabbiavi persino con Arya che non sapeva né leggere e né scrivere, se non giocava a modino.

Non c’è alcun manuale che possa istruirti su come rendere piuma il dolore.

Ma ho imparato a viverlo. Finalmente. Tutto quanto.

Pirandello scrisse che l’amore guardò il tempo e rise, perché sapeva di non averne bisogno.

Il nonno mio odorava d’amore e nell’amore è andato via. E la tristezza lascerà il posto alla consapevolezza di quanta fortuna abbia avuto io nella vita.

In quella Jeep abbiamo costruito i ricordi che voglio curare con il balsamo per ammorbidire i nodi della mancanza. Abbiamo cantato Attenti al lupo e Io “credo nell’amore che si muove dal cuore, che ti esce dalle mani e che cammina sotto i tuoi piedi. Il dolore ci cambierà, ma io ti cercherò da così lontano, perché l’amore, è l’amore che ci salverà”.

Ci vuole coraggio a ricevere amore. Ma ce ne vuole ancora di più ad amare. Ma è la sola cosa che ci resta quando la solitudine della fine terrena ci attorciglia. Sentirsi meno soli, fino all’ultimo respiro.

Siamo fatti di carne, mancanza e ossa e per il 90% di amore che possiamo dare prepotentemente.

Costruire. Seminare. Raccogliere. Ballare.

Ora alzo il volume e danzo.

Mi concede l’onore di questo ballo?