07 Mar

LA VITA DEGLI ALTRI

Mentre in Africa ogni giorno il leone si sveglia e sa che al suo posto c’è un minchione che mangia le gocciole quelle vere,

con più cacao e meno olio di palma, consapevole che per smaltirle, quelle gocciole, dovrà correre più di una gazzella, in Italia la divina rete,  gli indiavolati mass media ci forniscono, h24,  perle di saggezza e pillole di ansietà e nevrosi, grazie all’elargizione gratuita di titoloni da premio Oscar (quello con la busta sbagliata però, come tra LALALAND E MOONLIGHT). Totalmente indigenti, ci svegliamo ogni mattina con l’urgenza stringente, oltre che di rimuovere “le scame” dagli occhi (granelli macroscopici di cacchina giallo- verdolina, le quali trascorrerebbero volentieri l’intera giornata in nostra compagnia a meno di  ricorrere ad attrezzi agricoli) e procedere a passo di bradipo verso la caffeina, di informarci su quanto non abbia senso la nostra vita, trascorsa qui nel Paese della generazione perduta, di leggere quanto tempo stiamo perdendo a restare in una Nazione che non ci vuole, non ci rispetta, che gli altri, tutti gli altri, persino i bambini che impugnano un Ak 47 in Africa, hanno più coraggio di noi poveri sfigati e totalmente privi di eroismo e risolutezza, e via con articoli che esortano se non addirittura impongono a lasciare tutto e tutti, perché tanto non abbiamo né il tutto né conosciamo tutti e andare altrove, financo sulle 7 sorelle che la Terra ha scoperto di avere, ovunque ma non in Italia, non al Sud. E chissà, magari il team di astronomi è riuscito a osservare la presenza dei nuovi 7 pianeti proprio per evitare che altri salentini restino ancorati alle cozze aperte all’ampa sotto i piedi della statua di sant’Oronzo.

Siamo arrivati a valutare l’intelligenza di una persona sulla base dei km percorsi e sulla distanza che la divide dal posto in cui è nato e quello in cui vive. La mia, la nostra generazione sta proiettando fuori dal mondo della tv, la sfida a squadre in tutina tra bianchi e blu nella vita reale, irradiando di una luce oscura con macchie di sangue i giorni che passano, in una ormai consolidata e interminabile lotta intestina tra fratelli, amici, conterranei, connazionali, umani esseri che sono nati in questa terra nella buona e nella cattiva sorte.

 Al “come stai?” abbiamo sostituito il “dove sei ?”, in quale parte del globo ti trovi adesso per godere di una carriera alla Jordan Belfort (il lupo di Wall Street) o alla Carrie Bradshaw, in quante lingue mi risponderai e di quanti benefits mi narrerai? E alla domanda “un giorno ritornerai?” mi risponderai come la voce registrata dell’ ufficio ISTAT, con dati alla mano, che il PIL italiano non cresce, che la disoccupazione giovanile è da paura, che gli investimenti nella ricerca non superano il 2% contro la media dell’Ue, che le diseguaglianze sociali sono enormi e la meritocrazia quasi inesistente. Chi me lo farebbe fare? E tutto questo impugnando un pacco di friselle e uno di caffè Quarta, perché per quanti soldi avrai nella busta paga, a volte niente è più importante dell’odore che sa di mani forti di papà che avvita la moka e del sapore di pomodori appesi e raccolti da una mamma che profuma di olio e di salsa.

Le nostre opinioni su ciò che sia lodevole o meno, sono senza dubbio condizionate da numerose variabili che influenzano la vita, con annessi i pregiudizi e l’invidia sociale.

Adoro quei giornali o quegli opinionisti che dispensano saperi come noccioline agli scoiattoli, sulla generalizzata idea della mediocrità che ci sta avvelenando in Patria e della felicità imminente appena atterrati altrove.

A me piace pensare che la verità sia come l’uomo di Leonardo, unione simbolica tra arte e scienza, al centro, mai agli estremi.

Per mesi ho lasciato che i miei tormenti interiori prendessero il sopravvento, che domande sul dualismo partire/restare diventassero ossessione, poiché in fondo, se fuori c’è la luce e dentro si naviga a vista, è da scellerati restare su una barca destinata ad affondare.

Tuttavia, il punto è proprio questo. Siamo tutti sulla stessa barca e a volte anche chi si trova nella zona di poppa vorrebbe stare a prua e viceversa, poiché ci sono giorni in cui il sole luminoso può accecare e si desidera che le nuvole portino pioggia e a chi vede spesso la Luna, ricorda melanconicamente quel pallone infuocato che scalda gli animi. Poiché diciamocelo chiaramente. Siamo degli eterni insoddisfatti e tale frustrazione è endemica, è virulenta, è vecchia quanto lo sono Adamo ed Eva.

 I nostri genitori, eterni infelici anche loro,  innamorati perdutamente dei figli procreati, ci hanno quasi obbligati a ipotizzare un futuro, il nostro, uguale pari pari a quello dei cartoni animati che ingurgitavamo tra la fine degli anni 80 e metà dei 90, perché se puoi sognarlo, puoi anche farlo.

E la colpa non è loro, ovviamente e lo dico senza un filo di ironia.

 Timorosi che anche noi potessimo fare la loro stessa fine, chini a contare soldi, intrappolati in lavori sicuri, alcuni in giacca e cravatta, altri in scarpe antinfortunistiche, in cui bastava fare il concorsone per trasformarsi in fantozziane maschere,  8 ore di eterna libidine grazie alla quale hanno potuto generarci, ci hanno iniettato in vena aria di convinzione e fiducia illimitata sulle nostre capacità, ci hanno imboccato pillole di Supercalifragilistichespiralidoso e, seppur con incredibili sacrifici, hanno affittato un parcheggio a strisce blu per l’Università, dopo aver frequentato le “scuole alte”, ma “pure per la gente” che possa sempre “sciacquarsi la bocca”prima di pronunciare il nostro nome.

Nessun tipo di fallimento è stato messo in conto. Il termine mai contemplato. La ruota di Iva Zanicchi, per noi generazione de “il mistero della pietra azzurra”, avrebbe dovuto fermarsi sempre sul 100, con livelli di aspettativa lunghi dalle Alpi alla Ande e se qualcuno a metà gara, si fosse ritirato, una croce grande quanto tutto il corpo avrebbe dovuto trasportare, segnalato dalla freccia della sconfitta e sotto l’ascella il termometro per rilevare quanto sia alta la febbre della comparazione della propria vita con quella degli altri e pochi avrebbero retto al confronto, se le variabili in gioco sono studio, carriera, stile di vita, salute, amore, famiglia.

La vita degli altri.

Tra realtà quotidiana e realtà facebookiana il confine ormai è senza dubbio labile. E questo ci autorizza a galleggiare nell’assoluta individualità e approssimativa gestione delle relazioni con gli altri. Ci basta ciò che vediamo sullo schermo. Ci fa comodo immaginare che una foto pubblicata sia sinonimo di conoscenza di quella persona,  che qualche carattere scritto su sfondo colorato equivalga a considerare amicizia quello scambio di battute tra i commenti. E ci arroghiamo il diritto di ergerci a giudici delle scelte vere o apparenti di tutti gli altri, sulla base di presunte informazioni e pontifichiamo la giustezza e la fallacità delle decisioni di questo o quello,  liberandoci da tutto ciò che dovremmo o potremmo fare noi, durante la nostra di vita.

Così mi viene in mente John Stuart Mill, quando diceva che “la sola libertà che meriti questo nome è quella di perseguire il nostro bene a nostro modo, purchè non cerchiamo di privare gli altri del loro o li ostacoliamo nella loro ricerca”, perché gli “uomini traggono maggior vantaggio dal permettere a ciascuno di vivere come gli sembra meglio che dal costringerlo a vivere come sembra meglio agli altri”.

E io ho paura.

Ho paura che un giorno, Arya, possa essere più interessata a criticare e giudicare le scelte altrui rispetto a compiere azioni che possano permetterle di vivere nel bene e nel male la sua di vita.

Ho paura che un giorno, tu piccolo mostriciattolo dai mucci costanti, possa sguazzare nel mare della superficialità dei rapporti umani poiché credi di non poter perdere tempo,  popolata dai demoni dell’arroganza e dell’arrivismo.

Così, ecco alcune delle cose che voglio, pretendo ed esigo che tu riesca ad imparare:

– Ma ci sono sogni che probabilmente resteranno impolverati e altri che moriranno insieme a te. Non tutto ciò che si desidera si ha. Non tutto quello che credi tu possa diventare, diventerai. Niente è assoluto. Ricorda ogni istante della tua giornata che c’è sempre un qualcosa che dipende da mille variabili ed è per questo che, a volte, non riuscirai ad arrivare al traguardo. Ma per ogni premio perso, ci sono infiniti e piacevoli percorsi che avrai battuto.

-Socrate diceva che “chi non è soddisfatto di ciò che ha non sarebbe soddisfatto neppure se avesse ciò che desidera”.  Sii orgogliosa dei successi altrui, senza invidie. Non soffrire troppo per il molto che non hai, ma apprezza molto il poco che invece hai.

La vita è sempre buona con te. La tua essenza non è pari alla percezione che il resto del mondo ha di te. Non sarai mai quello che fai per guadagnarti da vivere. Non accontentare mai nessuno. Hai il diritto e il dovere di dare conto solo alla tua dignità e coscienza.

  • Non vivere in un limbo. Non credere che il presente sia maledetto. Così facendo stai solo anelando ad un futuro che essendo tale tarderà ad arrivare e ti perderai in un passato che non tornerà, dissolvendoti in ritmi spazio-temporali privi di senso, perché non esistono. Non avere fretta.
  •  disse qualcuno. I problemi che preoccupano i giovani che faranno capolino alla vita da adulti come te sono sostanzialmente simili a quelli che hanno lacerato la mia generazione e quella dei tuoi nonni. È la lente di ingrandimento che può differenziarti. Usa quella dell’impegno e del disinteresse e fa in modo che l’ansia non deformi l’immagine pura che potresti avere. Le difficoltà che incontrerai possono favorirti nel percorso. Ed è per tal motivo che ti auguro di avere molte delusioni, perché significa che tu avrai vissuto sul serio e avrai incontrato persone che non saranno state affatto buone con te. Non importa. Sii sempre gentile e generosa, anche quando ti chiederai se ne vale la pena.
  • Il peggior nemico che tu possa incontrare lungo il tuo cammino sei sempre tu. Quindi osserva la tua ombra, ti conosce bene.
  • Perditi
  • Perdi
  • Sii debole e sola. Vorrà dire che non hai timore a dialogare con il silenzio della tempestosa anima che dimora in te e ti perseguita spingendoti a rispondere a mille domande che tu stessa porrai. Come dice tuo padre, non esistono domande stupide, esistono solo risposte stupide.

 A volte è bello persino restare ignoranti su determinati aspetti della nostra esistenza. Ci rende liberi di pensare che il sole sorgerà ancora e ancora e così è e sarà per sempre.

  • Non capire tutto e subito. La scoperta è una tra le numerose eccitazioni che la vita ci offre, insieme all’arte.
  • Non vincere sempre. Avrai vinto in purezza quando capirai che stai sfiorando la felicità prima che ci saluti in un arrivederci e l’avrai apprezzata veramente.
  • Non rincorrere fino allo stremo la genialità ma non perdere quella che è propria della fanciullezza.
  • Non temere, c’è tanta bellezza e dignità anche in  un bruco.  Non ti obbligheremo a diventare farfalla e a volare se tu non lo vorrai. Se e quando ti sentirai fuori luogo, chiediti se non sia il luogo, piuttosto, ad essere estraneo da te. Ed è in quel senso di estraneità che potrai provare l’ebbrezza di morire e rinascere, mille e mille volte ancora, come quell’araba fenice che ci piace tanto.
  • Cercati tra le righe di un libro, ma al contempo scrivi di tuo pugno il romanzo della vita reale.
  • Preoccupati dell’opinione di chi ti circonda solo se è la tua dignità ad essere messa in discussione.
  • Almeno tu esci dal vicolo cieco di autodistruzione in cui noi grandi ci siamo inseriti.
  • Se a 5 anni mi dirai che vuoi fare la speleologa io crederò insieme a te che possa essere vero. Se a 20 ti accorgerai che quello non è più il sogno della tua vita e vorrai dimorare su un albero a cibarti di bacche di goji, io sarò al tuo fianco e crederò nel tuo impegno a realizzare ciò che tu desideri. Se a 40 anni sarai pronta ad abbracciare la felicità studiando per scrivere un nuovo capitolo della vita, ti chiederò di impegnarti così come hai fatto per tutto. Qualunque decisione tu abbia preso per il futuro, non attanagliare l’idea che hai di questa in una morsa senza fine, non intrappolarti nell’illusoria tendenza a fare solo una cosa e bene, perché così è che si fa. Sei autorizzata e incoraggiata a sottoporla ad un continuo esame e dovrai e potrai essere pronta a cambiarla se non risponde più ai tuoi desideri. Hai riconosciuto che tale cambiamento non è un fallimento ma l’accettazione meravigliosa che l’attitudine di un’età non risponde poi necessariamente alla completa realizzazione in un’altra e che la consapevolezza di ciò che provi dentro nel momento stesso in cui prendi una decisione ti porterà a non sentirti mai e dico mai sbagliata quando imboccherai un’altra strada, in un altro istante, in un altro capitolo. L’importante è che tu lo abbia voluto sinceramente, abbia messo tutto l’impegno che una scelta richiede, cuore e mente, sul filo dei valori che spero possano segnare sempre il tuo cammino.
  • Se le variabili di cui parliamo sempre ti ostacoleranno, impegnati ad aggiungere sempre vita ai giorni che non giorni alla vita, come diceva Rita, la scienziata italiana di cui ti parlerò. Anche in questo caso, potrai scorgere la felicità nelle cose più insignificanti agli occhi di molti . Così potrai amare qualcosa o qualcuno come nessun vocabolo riesca ad esprimere.
  • Sbaglia, sempre, ogni giorno. Gli errori sono stati creati per far sì che si possano prendere nuove decisioni e intraprendere un nuovo viaggio, fisico e metaforico. Gli errori non sono per forza degli sbagli. Non vuol dire che tu sia stata debole. Tutt’altro. Hai avuto e avrai l’onestà intellettuale grazie alla quale riconosci che sei cambiata. Nulla è costantemente uguale.
  • Non ti obbligherò a partire. Non ti obbligherò a restare. Mi auguro di metterti nelle condizioni di poter contare sempre su di me, materialmente e umanamente, così come tua nonna ha fatto con me, per cambiare mille vite e ancora altre.
  • Ascoltati.
  • Chiedi alle persone a cui vuoi bene, come stanno e aspettati risposte sincere. Non giudicarle. Non criticarle. Loro, se ti considerano amica, si aspettano solo di sentirsi coccolati, in qualsiasi parte del globo saranno.

Le vite degli altri... lasciamo che sia solo un film e facciamo in modo che, almeno i nostri figli, spezzino quella catena di invidia, gelosia, opportunismo, vittimismo stereotipato e ad ampio raggio che ci perseguita a torto o a ragione.

Ma forse, in fondo, a iniziare da me stessa, dovrei applicare i precetti che spero Arya legga un giorno e liberarmi dalla morsa della taranta, dai sensi di colpa e da insensati e incessanti aneliti di perfezione.

10 Dic

Questione di culo!

E’ sempre una questione di culo…

  1. per tutta la vita ho ipotizzato, fantasticato, sorvolato cieli immensi di romantiche idee legate al momento che precede immediatamente l’espulsione dell’hobbit. La cinematografia universale e le serie tv dovrebbero risarcirmi moralmente in quanto causa principale della mala gestione della verità in tema di travaglio/rottura delle acque/parto e post partum, quest’ultimo poi argomento tabù per eccellenza.urlo

Se la tua ginecologa, a due giorni dal termine, dopo aver “sondato il terreno”, riscaldando  la sua gelida manina nel buio della vagina ( in quel momento puoi  visualizzare nitidamente i sorci verdi) esclama: sento la testa ma lì sotto è ancora tutto sigillato, potresti cadere in uno stato di pazzia nevrotica che annebbia quel poco di lucidità che gli ormoni ti hanno concesso e credere che quell’alieno che è in te non ti abbandonerà mai.  Annunci al mondo, con toni vescovili,  che non conoscerà mai la bellezza di tua figlia, ricominci con succulenti paturnie verso le amiche già mamme che cercano di incoraggiarti come si è soliti fare con un universitario il giorno dell’esame per il quale ha studiato solo 1 ora prima di sedersi e provi a prendere in mano la tua vita abbandonata lì sul marciapiede della nullafacenza un paio di mesi prima ed esci  da quel guscio semi protettivo ma inglobante che ti ha tenuta nascosta dalla realtà delle cose.

Ricordi che le persone esistono, la gggente è in giro e ti osserva come se fossi un dinosauro in città e ti chiedi se ti passano i raggi x perché la pancia fa tanta tenerezza o perché ti si legge in faccia e per il modo in cui cammini che nu je a fai più, che proprio nu te regge de sta così ancora per altri giorni o addirittura un’altra settimana.

E fu sera e fu mattina.

Che possa essere  il tuo ultimo giorno da trentenne senza prole te lo dice nessuno. Programmi il giorno seguente come  sei solita fare. La spesa  del sabato alla coop . Il parrucchiere di tua madre. La breve passeggiata tra piazza Mazzini e piazza sant’Oronzo nell’orario in cui i tredicenni limonano e acquistano patatine e crepes. La pizza serale a domicilio.

Il mio ultimo giorno da trentenne senza prole è stato un venerdì. E la mia domanda esistenziale è la seguente: ma perché le contrazioni-espulsione del tappo e conseguente rottura delle acque avvengono quasi sempre durante la notte???

Come nei più patetici clichè da film hollywoodiano , dalle ore 4 della notte tra il 6 e il 7 novembre ho iniziato a contorcermi silenziosamente, (non capisco l’associazione di idee, ma mentre scrivo mi risuona negli orecchi la voce di FANTOZZI che fa la cronaca del racconto)mentre accanto a me ignaro di tutto mio marito se la dormiva beatamente. E mentre cercavo di tenere a bada il dolore che ancora non era Dolore con la maiuscola, ipotizzavo che fossero solo falsi allarmi e che no, non dovevo illudermi perchè forse non era ancora arrivato il momento.

Vi ricordate la mia paura numero 2, quella sulla cacca? Pericolo scampato. Forte è stato il bisogno di farla naturalmente, senza l’aiuto da casa, ecco.

La fase liberazione era stata avviata, iniziando proprio da lì.

Provo a rimettermi a letto. Ripeto a menadito le lezioni del corso pre-parto. Focalizzo me al di fuori di me, sul materassino al mare dellu salentu, cristallino, mentre prendo il sole, in un’immagine di assoluta serenità durata solo  qualche secondo, spazzata via dal fotogramma del dolore.

In “letteratura” parlano di scosse elettriche che partono dai reni per devastarti in ogni parte del corpo, mentre lì dove non batte il sole ci si prepara per la festa. Provo a sedermi sul letto e iniziare con la tecnica del respiro.  Andando in bagno mi accorgo che qualcosa è cambiato. Dai salvaslip passo agli assorbenti,  quei bei cari amici con cui non parlavo da 9 mesi.

Forse è il caso di far presente ai miei coinquilini (marito, madre e sorella) che potrebbero alzarsi dal letto all’alba e dirigerci all’ospedale. Senza fretta. Con tutta la calma del mondo.

Mia madre mi ha preso alla lettera. Ha steso la lavatrice, non sia mai restiamo senza mutande.

Ha lavato il lavandino, non sia mai restiamo per giorni in ospedale e resta sporca la  casa.

Mio marito ha fatto colazione.

Mia sorella ha imprecato contro la decisione di mia figlia di  espellere il tappo  proprio nel giorno in cui si potrebbe dormire di più.

E io mi sono fatta una doccia, vestita, lavata i denti e controllato che la famosa valigia dell’ospedale, preparata 2 mesi prima, fosse completa.

A distanza di un mese, mentre scrivo, devo violentare la scatola dei ricordi di quel momento perché si sa, il cervello tende a dimenticare il dolore.

Per circa 10 ore dall’arrivo in ospedale sono rimasta in silenzio. Conosco ogni corrimano del corridoio del reparto di ostetricia tanto che mi avrebbero ingaggiato per il remake dello spot anni 80 contro la droga che uccide, trascinandomi da un muro all’altro, sorretta da mia madre che quel dolore lo conosce bene e per 3 volte e da mio marito che, porello, dispiaciuto visibilmente e impotente chiedeva cosa provassi, mentre colei che mi ha generato si trasformava in Maleficent e rispondeva per me.

Ad ogni contrazione correvo in bagno e vomitavo i colori dell’arcobaleno, nuove tonalità pantone dal verde all’arancione e la mia bocca profumava di fiori di campo dopo la corsa di mille cavalli al galoppo. E sudavo. E puzzavo. O per lo meno mi puzzavo. Ho provato a farmi una doccia calda perché così consigliano. Ho continuato a vomitare l’arcobaleno. Uno strano formicolio partiva dalle dita dei piedi e saliva sino alla radice del capello riccio. E camminavo. E pensavo di non farcela, sul serio. Ricordo di non aver aperto più gli occhi sino all’arrivo di mia figlia sul mio corpo e di aver respirato per ore interminabili. Non credo di essere una cattiva donna o peggio, di essere una cattiva madre se dico che, per la mia personalissima esperienza, non ho mai creduto alla favola della bellezza del dolore del parto, alla magia che si sprigiona mentre sei a gambe divaricate e spingi mentre sugli spalti cheerleaders  ti incitano a fare la cacca e spingi, spingi  ancora quando la contrazione è all’apice e ti illudono che la testa stia per uscire e invece viene risucchiata dalla patata (che a breve verrà appellata come “patata barbie”) squartata da un taglio come un bel pesce da mangiare per sera, mentre tuo marito sostiene la testa e osserva tutto questo, uniti da un’intimità che neppure mille esperimenti sessuali possono offrire.

Un lavoro di squadra. Ma a soffrire sei tu e anche la tua creatura che all’ennesima spinta viene fuori come Puffetta  in un mare di sangue. Non credo di essere una cattiva madre se  dico che no, non ho pianto, io che piango anche per le pubblicità, se ho dovuto pensare di più alla mia di sofferenza, di quella  che neppure  dopo uno studio approfondito dei termini della Treccani  potresti spiegare, se non ho percepito  da subito la grandezza de ddiu, quando  moralmente e fisicamente credi che sia tutto finito e invece…

Invece la parte più “divertente” arriva sempre dopo, si sa, come quando durante le feste si resta in pochi intimi e si da sfoggio alla vera personalità degli invitati che si conoscono bene. Se sino a quel momento e per  circa 10 ore la mia bocca era impegnata a respirare come tecnica del corso pre parto impone, dopo la fase espulsiva ho iniziato a tremare e ad aggrapparmi al padre di mia figlia come un salame, chiedendo a bassa voce e con tono sommesso e straziante quanto ce ne avessero quelle cheerleaders lì, impegnate a  ciappare con punti la patata barbie, mentre gli uccellini di Cenerentola  passavano ago e filo.

E poi no, per qualche minuto non ho minimamente pensato che nell’altra stanza il pediatra stesse controllando la salute di mia figlia appena sfornata  e no, non credo di essere una cattiva madre se dico che è stato il padre a  ricordarmi che fosse tutto apposto, che potevo stare tranquilla e alzarmi lentamente dal lettino tutto inzuppato del mio sangue, togliere la vestaglia de “ il macellaio”  e indossarne un’altra per l’arrivo degli ospiti.

Sulla vera questione di culo, occorre attendere che l’aliena  riesca ad espellere i suoi deliziosi escrementi giallini che non riesce a fare da circa 3 giorni…

 

 

20 Mag

Tu CHIAMALO, se vuoi, FETO di emozioni!

Quando ero piccola, le domeniche mattina mio nonno suonava al citofono, glorioso e fiero dei suoi doni, portava a figli e nipoti i frutti della sua terra e porgeva, come il miglior tesoro mai trovato, le uova appena “sfornate”, freschissime perché calde, ordinando di berle subito. E lo faceva con quelle mani ustionate dalla passione per quella terra rossa, sporche di amore viscerale per la sua campagna, tracciate dai segni di ore trascorse a raccogliere il frutto o la verdura migliore. E certo non gli chiedevo se avesse lavato quelle mani prima di donarmi la sua gioia o se avesse con sé l’amuchina per lavare i gelsi dal colore intenso o le prugne dalle forme variegate e strane. Era troppo divertente scoprire l’animaletto che si era appiccicato sopra, la lumachina che aveva trovato riparo o forse semplicemente sbagliato strada, catapultata in una casa di città e destinataria dello stupore di noi piccole. “quista è tutta robba noscia, tutta frisca e bbbona”.

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In campagna, dal nonno, andavo spesso. Cani, gatti, galline, un tempo anche cavalli. Alberi enormi su cui ho sempre fantasticato per avere la casa di Dodò dell’albero azzurro e mi sporcavo, giocavo a bocce con lui, anche se ora lo so che mi faceva tirare solo il boccino e segnare i punti, ma io ero felice lo stesso.

Scappavo dalle api, dagli insetti che flirtavano con la frutta marcia caduta per terra, raccoglievo le prime fragole, minuscole ma succose e le mangiavo dalla piantina come fossero pacchi di zigulì.

Mi incollavo con la resina,  mangiavo la resina, piangevo per la resina che rovinava quel vestito tanto grazioso.

A quell’età non ero ancora cosciente del fatto che, passati un po’ di anni, sarei diventata allergica a questo e a quell’altro. Se spuntava un gatto, lo accarezzavo, lo prendevo per la coda, gli parlavo ipotizzando di essere la bella e bionda  Sailor Moon  con la gatta Luna.

Rinunciando amaramente alla piega bucolica che sta prendendo questo post, trascorsi circa una ventina di anni, se guardo una gatta penso solo ad una cosa e questa è: TOXOPLASMOSI.

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La toxoplasmosi è una malattia infettiva, causata dal protozoo Toxoplasma gondiiparassita intracellulare obbligato diffuso tra imammiferi e gli uccelli. (Dio abbia in gloria wikipedia!)

Contrarla in gravidanza, è molto, molto, molto pericoloso.

Dovrai studiare attentamente, imparare a menadito, scolpire nel tuo cervello come le tavole di Abramo tutto ciò che ogni giorno della tua vita e di coloro i quali disgraziatamente ne fanno parte,  dovrai compiere, almeno fino al parto, giorno della liberazione di tutti gli esseri umani a me vicini, il 25 aprile delle loro esistenze.

Scadere e cadere nella trappola della psicosi, alternata a fissazione e instabilità mentale è semplicissimo.

Il dio google in questo non aiuta, anzi, affonda la nave della ragionevolezza e a restare, l’amico Schettino dell’ignoranza che si impossessa di te e non ne potrai più a fare a meno.

Chilate e litrate di amuchina saranno in cima alla lista della spesa. Se sei invitato per pranzare o cenare con qualche tuo vicino parente o amico caro, con fare circospetto ispezioni la cucina, porti con te il responsabile del reparto investigazioni scientifiche per esaminare tutto ciò che passerà dalla  bocca per arrivare nella pancia, se si tratta di cibi crudi.

Con estrema dolcezza fasulla e con occhi da invasata, chiederai gentilmente se la carne è stata ben cotta, se i formaggi sono pastorizzati e se gli insaccati possono sparire dalla tavola, come anche quel dolce che allieterà i loro palati dopo il gustoso pasto, ma non il mio, perché è un tiramisù con uova crude.

E viaaaaa con le liste di cibi codice rosso, out of order, bollino hot.

E tutto questo per quella mezza banana che ha occupato il mio utero che cresce a dismisura, per quell’alieno che non sento e non vedo ma esiste e mi fa fare cose per le quali, in condizioni “normali” mi vergognerei come Antonio Razzi se avesse dignità.

Mi sono letteralmente trasformata in una camionista vestita da piccola lady.

Non passa giorno in cui, la mia attività principale, non sia emettere sonanti ruttini conseguenti all’immissione di cibo nel mio corpo. Non passa giorno in cui, seduta sul divano accanto alla persona che hai sposato e che conosci da 8 anni, il suo amorevole sguardo non sia contraccambiato da un suono degno dei migliori camionisti del Texas, mentre le più accese conversazioni tra te e lui riguardano quanta aria nella pancia hai avuto durante l’arco della giornata o se sei stata in grado di dare la svolta  del momento, la buona riuscita dell’emissione dell’immissione, il dare e avere per eccellenza.

E ti ascolta. Ti compatisce. Ride di te e con te.

E’ questa la chiave di volta, l’emblema della condivisione, il punto di incontro, il reale prendersi per mano e camminare insieme.

Ridere. Dare uno schiaffo alla vergogna, ai sintomi, alla psicosi, alla toxoplasmosi, al terrore, alla solitudine.

Ridere insieme, ridere di me, della mia pancia da alcolista anonima o da “t’ha futtuta le purpette della nonna ahhhh”, del mio desiderio di parmigiano, delle pubblicità per i prodotti contro le smagliature che tutteoradovevanotrasmetterle, della cellulite che ho e che avrò ancora di più, del seno che prude, della cacca che sembra di vetro per quanto fa male.

Ridere di chi ti guarda e ti chiede con aria pastorale e parrocchiale se sento il miracolo dentro di me e tu, con aria da Gene Simmons dei Kiss e Marilyn Manson, vorresti dire la verità, cruda come le verdure che devi lavare accuratamente centomila volte per evitare la toxoplasmosi. La verità è che il miracolo ancora non lo sento, perché sono più attenta a stare bene, sono più terrorizzata dal fatto che quel coso di nome feto cresca e diventi un bambino a tutti gli effetti, così che mamma e papà possano chiamarlo per nome, possano sentirlo, possano dare concretezza al tutto. La verità è che il miracolo come lo chiamano loro, lo vedo solo quella volta in cui attendo seduta tra le altri gestanti, nello studio della ginecologa. Quella volta in cui quella cosa di nome feto, minuscola, impercettibile, pulsa e senti il battito del suo cuore. Quella volta in cui conosci l’istinto omicida, come una leonessa che protegge il cucciolo, quando, durante la translucenza, il medico tira “botte” con l’ecografo sulla tua pancia, cercando di far mettere in posizione quella cosa di nome feto, per misurare il liquido presente nella regione della nuca e stimare eventuali malformazioni.

La verità è che il miracolo quella cosa di nome feto l’ha già compiuto. Mi ha salvata.

….continua….