11 Gen

Kintsugi- riparare le ferite con l’oro

“Il nonno se ne sta andando, forse dovreste venire a vederlo” .

Ho sentito il suono che emette l’aria mentre un foglio di carta si divide a metà con veemenza.

Il tumulto del cielo aveva sbagliato sicuramente momento.

Poi il rifiuto.

Negazione. Come quando tornata per le vacanze estive dall’università, non era previsto alcun giorno di pioggia sulla mia programmazione e sfollavo come una indemoniata al primo temporale estivo, monopolizzando amici e famiglia sotto gli ombrelloni aperti, mentre fuori il mare in tempesta implorava di abbandonare la spiaggia e lasciarlo solo a far l’amore con la pioggia, ma sorridendo agli altri dicevo: è solo un acquazzone estivo, andranno via tutti e resteremo soli a goderci il mare.

“Non lo voglio vedere.” Così ho risposto a quella chat bomba.

Per un paio di ore ho cercato la mia personale via d’uscita al dolore. Per attraversarlo e trasformarlo. Sono fuggita verso l’unico luogo fisico che mi consola e mi strazia allo stesso tempo, che mi affatica e mi solleva. Ho preso schiaffi dal vento mentre la schiuma delle onde mi ricordava dove sarei dovuta andare.

Volevo provare a restare in compagnia di quello che stava andando via e dovevo imparare a fare silenzio per poter ascoltare lo spartito del vento.

In un libro sulla perdita avevo letto pochi giorni prima: “ di chi non si sa nulla, non c’è niente da dire. Di chi non si sa nulla, nulla più importa. Basta tacere per eliminare, per questo serve ricordare, scrivere, parlare. Nominare quelle persone con altre persone.

La tristezza si accumula nella gola prima di scendere nel petto. Forse assedia i polmoni perché vorremmo respirare e parlare di più con chi con c’è più. Vogliamo il fiato della vita. Quel respiro che si mescola e diventa immortalità.

C’è sempre tempo, fino a quando non svanisce ed è lì che è sempre troppo tardi.

Il nonno mio odorava di Winston bianche e terra rossa. Aveva l’odore del barbiere che apriva bottega solo per lui alle 7 di mattina. Il nonno mio odorava di contrasti, genuini contrasti che la vita gli ha disegnato come un in un film di Fellini in bianco e nero,  sulla fronte piena di solchi. Aveva le mani di chi ha iniziato a lavorare a 7 anni dopo la morte del papà, declinando il verbo lavorare con missione e ossessione.

Il nonno mio odorava di “panari” stracolmi di mandorle e pinoli da schiacciare e le mani diventavano nere e più le unghie si tingevano di sporco e più l’anima si colorava di felicità inconsapevole.

Cemento e terra.

Costruire. Seminare. Raccogliere.

Mesciu Francu.

Per tutti era Mesciu Francu. Per me era Ciociona, un nomignolo che mi diede dal giorno in cui sono venuta alla luce, quando stava ancora imparando a fare il padre. Solo lui lo sapeva dire bene: ssssciosccciona strascicando la c che si mescolava alla s e in quell’impasto si amalgamava tutto l’amore che provava.

Il nonno odorava di gelsi neri e rossi, succosi e dipinti dall’albero. Di uova fresche da bere appena suonava all’alba al citofono e svegliava il vicinato. Le cose vanno fatte bene o niente. Aveva l’odore di boccino che mi dava il privilegio di tirare, mentre le scarpe si trasformavano in un quadro di Pollock e sulle labbra il sapore di terra ti faceva ricordare da dove veniamo.

Odorava di santi buttati giù dal calendario quando si arrabbiava e la rabbia lo rendeva amaro, ancora più piccolo di quanto fosse di statura, mentre corrugava la fronte spaziosa sulla quale potevi leggergli le paure e le bestemmie che seguivano alle prime.

Ciociona aveva l’odore delle giacche e delle camicie che indossava ogni mattina ed era così che si recava “alla campagna”, vestito da borghese ma con l’animo nobile di chi,  fino all’ultimo respiro,  ha sognato di poter costruire e pagare il dovuto ai suoi operai, anche quando la testa non lo accompagnava più nel suo corpo sempre più fragile. Perché da qualche mese avevamo iniziato a provare quella che in gergo si chiama “perdita ambigua”, un termine che si riferisce a un “lutto che sfugge, confonde e rimane irrisolto quando una persona cara non è più presente nel modo in cui l’abbiamo conosciuta”.

Nonno ciociona odorava di caffè offerti al bar, ovunque e a chiunque e non per apparente e prepotente dimostrazione del dio denaro ma per ingenua, genuina e profonda generosità che lo caratterizzava.

Era un uomo piccolo e profondamente buono. Quando ti salutava aveva il vizio di coglierti di sorpresa dietro alla nuca, con il suo strampalato modo di attorcigliare lembi di pelle con l’indice e il medio posti in diagonale. Ahia! E lui rideva sotto quel baffo color neve e catrame, puro e bellissimo, mentre gli occhi del mare di settembre si rimpicciolivano sotto le sopracciglia perennemente arruffate.

Il nonno mio odorava di musicassetta, di nastri che si arrotolavano per ascoltare Lucio Dalla nella Jeep.

Quella Jeep era un’astronave. Mi pareva che l’antenna esterna della radio fosse lunga fino al cielo per captare il segnale della luna. Si faceva condurre da quell’auto gigantesca che a vederla dall’esterno sembrava vuota, senza conducente, tanto era piccolo lui e tanto era immensa lei.

Con quella macchina ci ha portato ovunque noi gli chiedessimo di andare.

Tra sacchi di calcestruzzo e paglia, tra patate fuoriuscite dalle cassette e mangime per le galline, era il nostro maggiordomo di fiducia, pronto a chiedere sempre: te serve nienti?

Niente nonno. Anzi sì. Per favore, in edicola è uscito l’ultimo numero di Cioè e l’album figurine di Merlose Place. Meeeerlossssspleeeeiiis nonno.

Non so come, non so perché, ma alla fine ce la faceva sempre. Ad esaudire i desideri di tutti noi nipoti, anche le richieste in inglese di una bambina vissuta negli anni 90, tra Beverly Hills e Fame.

Aveva i super poteri, come tutte quelle persone che si lasciavano amare, follemente, proprio per quei contrasti esagerati che contraddistinguono quel tipo di umanità.

“Abbiate cura dei rami, soprattutto di quelli che sembrano forti. Sono quelli che cedono quando meno te l’aspetti”.

Potrei ricordarlo mentre tremava come un foglia schiaffeggiata dalla tramontana o mentre dolcemente gli cambiavamo il pannolone o gli pettinavamo quei 3 capelli sparpagliati che gli erano rimasti. Potrei ricordarlo mentre implorava di lasciarlo morire o si arrabbiava bruscamente perché nessuno era in grado di comprendere quel sibilo rimastogli nelle corde vocali.

Oppure potrei ricordarmi di lui mentre gli operatori del 118 lo hanno trasportato in un sacco nell’ascensore di un palazzo a 6 piani,  affinché potesse essere trasportato poi sulla barella. O mentre vomitava feci e chiudeva gli occhi.

Potrei ricordarmi di tutte quelle volte che ho rifiutato di andare a trovarlo perché la mia pelle sembrava sgretolarsi di fronte a tutto quel dolore.

Quando nasciamo nessuno ci consegna un manuale di istruzioni da tenere “in caso di emergenza”.

Oltre a nascere con la camicia, i neonati dovrebbero avere in dono un libro che dia consigli su come gestire l’amore e la perdita. L’immensità della vita e della morte.

E’ triste Venezia, nonno Mio.

Lo dicevi sempre quando lasciavi credere all’avversario che avessi poco o nulla sulle carte e invece alla fine, tutti i punti di scopa erano i tuoi. Il gioco era una cosa seria e ti arrabbiavi persino con Arya che non sapeva né leggere e né scrivere, se non giocava a modino.

Non c’è alcun manuale che possa istruirti su come rendere piuma il dolore.

Ma ho imparato a viverlo. Finalmente. Tutto quanto.

Pirandello scrisse che l’amore guardò il tempo e rise, perché sapeva di non averne bisogno.

Il nonno mio odorava d’amore e nell’amore è andato via. E la tristezza lascerà il posto alla consapevolezza di quanta fortuna abbia avuto io nella vita.

In quella Jeep abbiamo costruito i ricordi che voglio curare con il balsamo per ammorbidire i nodi della mancanza. Abbiamo cantato Attenti al lupo e Io “credo nell’amore che si muove dal cuore, che ti esce dalle mani e che cammina sotto i tuoi piedi. Il dolore ci cambierà, ma io ti cercherò da così lontano, perché l’amore, è l’amore che ci salverà”.

Ci vuole coraggio a ricevere amore. Ma ce ne vuole ancora di più ad amare. Ma è la sola cosa che ci resta quando la solitudine della fine terrena ci attorciglia. Sentirsi meno soli, fino all’ultimo respiro.

Siamo fatti di carne, mancanza e ossa e per il 90% di amore che possiamo dare prepotentemente.

Costruire. Seminare. Raccogliere. Ballare.

Ora alzo il volume e danzo.

Mi concede l’onore di questo ballo?

24 Ago

U scrusciu du mari

Palermo è d’oro. E’ araba. Gialla. Morbida. Eccentrica. Esagerata. E’accogliente, dal forte respiro cosmopolita. Un museo straordinario  ma con i netturbini in sciopero da anni.

Ballarò: Suq Al-Balhara (mercato degli specchi) era Il mercato dei commercianti arabi che vendevano spezie  e altri prodotti.

Non è la Sicilia, non è Palermo, non è l’Italia e non è neppure l’eco arabo che fa da cornice.

E’ un quadro, un gigantesco quadro in movimento. Se chiudi gli occhi, sono le voci a camminare per te.

Dolce frastuono accattivante.

Rapita in una dimensione che mescola e non trita, abbraccia e non spinge, sorride e non si lamenta.

Teatro. Vita. Realismo e surrealismo. Domina la tonalità -tramonto anche se il sole è appena nato e si suda, tanto, talmente tanto che credi di essere un ologramma, perché la vera te sarà sicuramente evaporata, tra i fumi e le braci ardenti.

Caleidoscopio.

Se fate parte della categoria “schizzinosi modus vivendi” statevi alle case vostre, ma se invece volete vivere l’esperienza mistica, lasciatevi trasportare dall’ “abbanniata”, la vendita dei prodotti che ciascun venditore propone come un vero e proprio show.  E’ il rosso il colore che abbraccia la mercanzia, il fuoco delle braci, il polpo seduto in attesa di essere gustato, la carne, la frutta sempre fresca, La stigghiola (interiora di vitello cotti alla brace, massaggiate a mani nude e crude dal premio Oscar per l’interpretazione pirandelliana, un puzzle a due gambe di un Mastrota degli anni 90 e Aldo Baglio), u pani ca’ meusa (pentoloni ricolmi di milza), le arancine, la rascatura (per noi salentini è un’altra cosa, ma diciamo che l’amore e la goduria ci sono lo stesso, che quando si frigge è buono tutto),lo sfincione.

Menzione d’onore summer 2021 va ad Arya, la principessa bionda senza nome che custodisce il lato oscuro della forza e lo esprime davanti ad un pentolone di milza.

Il padre ha rischiato di avere per tatuaggio i denti della selvaggia figlia in un momento di indimenticabile distrazione dal panino.

Orgoglio di papà.

Scioccata io.

La verità cruda delle cose la si annusa ad Aci Castello (Catania- Sicilia).

Senza tempo. Asprezza e durezza di un silenzio primitivo di una terra intesa come insieme di luoghi in cui ho avidamente cercato i personaggi dei miei libri preferiti, miscellanea di ricordi indelebili, grazie ai quali ho preso per mano Verga o Pirandello o Sciascia e passo dopo passo, dopo ogni granello di polvere rossa che il mio piede solleticava, ho ringraziato.

Così prendevano vita le parole in cui mi ero intrufolata da piccola, quando per molti la lettura era pesante, un macigno da sollevare prima delle interrogazioni.

Quei luoghi, quei tempi, quei proverbi, quei suoni così lontani finalmente hanno avuto una collocazione.

Ho guardato i faraglioni come avrebbe fatto Mena o la Longa, ho accolto il vento di scirocco tra i miei capelli e appollaiato lo sguardo sugli alberi di carrubo.

Il tempo è verbale e storico.

E’ “l’accorgersi che non si sta bene o che si potrebbe star meglio” come narra Giovanni Verga.

L’ho desiderata, stando lì, la macchina del tempo, quello in cui si osserva, travolti dalla fiumana e ci si interessa ai “vinti”, ai travolti, agli annegati.

E poi, al tramonto, quando il Castello Normanno esplode di bellezza, quella che salverà il mondo, riecheggiano i Malavoglia:

“il mare si udiva muggire attorno ai faraglioni che pareva ci fossero i buoi della fiera di S. Alfio e il giorno era apparso nero peggio dell’anima di Giuda”.

Ascoltatelo il mare lì sotto. E’ un brontolone che tutto sa e tutto conserva.

“il mare brontolava la solita storia lì sotto, in mezzo ai faraglioni, perché il Mare non ha paese nemmeno lui ed è di tutti quelli che lo sanno ascoltare”.

E poi diventa amaranto.

E quando la nostalgia del rientro ti assale, puoi sempre ricordare che

 “ così tornano il bel sole e le dolci mattine d’inverno anche per gli occhi che hanno pianto e li hanno visti del colore della pece e ogni cosa si rinnova come la “provvidenza” che era bastata un po’ di pece e di colore e quattro pezzi di legno per farla tornare nuova come prima, e che non vede più nulla sono gli occhi che non piangono più e sono chiusi dalla morte”.

E ti senti fortunata.

La Sicilia è come il suo Vulcano.

Esplosione e miscela, speziata e aranciata.

Profumi, luci, colori di sopra e di sotto e tutto intorno: lui, il mare.

Infinito sopra come i promontori e sotto la terra di fuoco che sa di terracotta.

E’ oro.

E’ rubina.

E’ l’abbraccio di almeno 3 civiltà.

Complessità e caos.

Sublime poesia.

Armonia e asprezza. Cielo e mare che si scambiano perché qui la fantasia sovrasta ogni cosa e la realtà è solo quella che immagini mentre il sole non ti abbandona mai.

E’ una cerniera di eccessi, come la riserva naturale dello Zingaro. Sopra monti e sotto mare. In mezzo ci sei tu, il tuo sudore, le tue gambe marroni di polvere e terra, gli occhi che impazziscono e come flipper puntano il bersaglio della natura che regna, regina , madre, immensa e stancante. Non esistono mete. Esiste il viaggio. Le calette di pietre, sassi colorati e acqua verde smeraldo pullulano di turisti che giocano a tetris col proprio corpo pur di trovare un sasso su cui riposare. Le cose belle si sudano, letteralmente e metaforicamente. Ne vale il viaggio. Scarpe comode ma non belle. Al vostro rientro potrete dire addio alle fedeli compagne di avventure su e giù per la riserva, a meno che non amiate il rosso pompeiano con qualche striatura nera che sa di vissuto e di bello e dannato.

A proposito di rosso, di oro e rubini, di rosa e arancione morbido, Marsala è un colore, una città pantone.

Un braciere di rame adagiato nel cielo ciliegia narcotizza centinaia di viaggiatori arrivati alle Saline di Marsala per intrappolare negli occhi quello spettacolo unico nel suo genere.

Lo “stagnone” è una tappa obbligata per gli “insta-lovers” di tutto il mondo pronti estrarre la spada dell’hashtag sunset in love.

Fatele le foto, ma immortalate quel momento nella vostra anima di persone fortunate che hanno avuto l’onore di inchinarsi davanti al re Sole che si tuffa nelle vasche in cui si coltiva il sale marino.

Ma prima di annegare nel Marsala, altre Saline valgono il viaggio. Sono quelle di Trapani- Paceco.

Una guida wwf ,che pare il padre del bimbo esploratore che sogna infinite avventure in Up della Disney Pixar, vi condurrà alla scoperta del sale, la sua coltivazione, il metodo, la storia. Un paio di ore che avrete la possibilità di trascorrere, solo previa prenotazione causa coviddi, tra le saline di Trapani e Paceco, osservando financo i mitici esemplari di fenicotteri rosa in volo.

Se i  colori sono identità, le saracinesche della Kasbah di Mazara del Vallo sono cultura immortale. Muri e graffiti, lamiere di metallo e accoglienza. Nei vicoli stretti del quartiere che si affaccia sul mare nostrum, a pausa pranzo (una pausa lunghissima che può durare anche 5 ore)i negozi chiusi regalano vernissage a gratise, dove il blu cobalto, l’indaco e il verde smeraldo esplodono con forza. E’ il NOI la parola chiave. Fratellanza. Casa. Speranza. Unione. Qui fenici, cartaginesi, romani, saraceni e normanni hanno lasciato un segno e il mare lo sa. Quando il mondo tunisino a Mazara riposa, il green pass attivo vi permetterà di godere del magnetico sguardo del Satiro Danzante, in onore del Dio pagano Dioniso.

Esiste una mezzaluna di terra selvaggia che il vento accarezza e modella.

E’ Macari e il suo golfo dal fascino senza fine, indiscutibile prova della potenza della natura e del lavoro indefesso del vento e della musica che coccola la vista di scogliere a strapiombo e ti viene na scossa ndo cori cu tuttu ca fora si mori, na mori stranizza d’amuri l’amuri, come canta l’eterno Battiato.

Macari è il luogo in cui è possibile trascorrere un pezzo di vita in una tela di Lojacono.

In Sicilia si possono tenere gli occhi fissi al cielo e come scrive Verga, “mi pareva che le anime nostre si parlassero attraverso l’epidermide delle nostre mani e si abbracciassero nei nostri sguardi che si incontravano nelle stelle”.

Lì è possibile ancora meravigliarsi, commuoversi, innamorarsi.

La parola felicità sembra non essere così lontana.

p.s. la felicità si avvicina sempre di più ad ogni morso di una pasta con le sarde, finocchietto selvatico e muddica; caponata, cassatedde, cazzilli, sarde a beccafico, fichi e fichi d’india, cannoli, cassata, biscotti di pasta di mandorla eccetera eccetera eccetera.

22 Feb

Al velluto illuminato dalla polvere di Apollo

Acqua salata.

Dicono che la cura per ogni cosa sia l’acqua salata: il sudore, le lacrime e il mare.

Mare.

E’ il ponte d’oro tra la mia tristezza e la mia gioia.

Per Calvino era un grande urlo azzurro.

Per me è seta fresca in primavera, il suono del verde smeraldo in estate e un fondo di caffè nelle bufere autunnali. E’ la mia biblioteca, la mia memoria, la mia grammatica, lingue straniere mai studiate.

Provocatore e Seduttore.

Oro e Argento.

Le mie ali e le mie radici.

Nostalgia.

Il naufragio dei pezzi della mia anima che le onde mi riporta indietro.

La mia rete.

Culla.

La superficie è un posto strano, affascinante e bellissimo a seconda delle ore del giorno e della notte.

E’ nella profondità che dorme la vera tempesta. Misterioso labirinto.

L’anima emana sempre un profumo particolare quando il corpo è a pezzi.

Per me il mare è la bussola. E’ una macchina del tempo che conserva lo spirito del bambino e conosce i tratti della nostra vecchiaia.

Benedizione.

E’ il diario dei segreti con la carta colorata e profumata alle rose, di giorni bruciati, inzuppati, maltrattati, vuoti come gusci.

E’ il rastrello sulla pelle.

Rifugio.

Il patio con l’albero di pesco piantato al centro del cuore.

D’estate trattengo il respiro, mi lascio irrigare e fiorisco ogni volta risalga in superficie all’ombra della boa.

Movimento. Coreografia inarrestabile.

Il mare in inverno è uno stop all’incrocio della pazienza.

E’ la fabbrica di colori, un cantiere persistente di memoria.

Le canzoni di un tempo shabby chic, quando la melodia era un abito elegante e proteggeva la tenerezza di chi, inaspettatamente,  sistemava i capelli dietro gli orecchi, al riparo dal vento.

Il valzer con giro armonico classico.

Puro jazz.

E’. verbo essere.

Tamburi.

Quando è in tempesta il maestrale gioca a fare l’arredatore d’interni degli abissi, sovvertendone la composizione e tutto si trasforma.

Mi piacciono le onde.

Arriccio le sopracciglia se le vedo d’estate.

In inverno, invece, rimandano alla foto di una comitiva che occupa il muretto del tuo quartiere, quella che ti aspetta sempre. Il tempo è scandito dalle canzoni registrate sul mangianastri, sul lato A e lato B dell’adolescenza.

Moltitudine nella solitudine che ti porti dietro come un’ombra e si siede accanto a te sugli scogli dalle mille forme e pendenze.

Onde.

Mi conquistano quelle che si nascondono, che si amano segretamente con tutta l’immensità che noi terrestri non possiamo concepire e che poi esplodono, giungono in superficie in solitaria, mai dimenticandosi  di aver formato un mondo che han chiamato Noi.

La più temeraria procede in apparenza narcisa e vanesia, ma sa che sarà raggiunta in una danza ottocentesca o in un walzer disegnato da Vettriano.

A tutelare l’incanto volano i guardiani gabbiani che dominano l’altezza, come scudi tra tutto ciò che è infinito e quel mantello di velluto che pennellano quando si presentano al cospetto del reale.

Lo sento sotto la pelle, nella gola, dentro lo stomaco.

Definitivamente.

Come tutte le cose che odorano di verità.

Le riconosci dall’intensità misteriosa.

E’ al suo cospetto che ricordo che non esista un tempo rubato.

E’ lì che rincorro un tempo dilatato in luoghi clandestini, luoghi-rifugio dove l’unica regola che valga è quella di provare a vivere facendosi del bene, con tutto il bene a disposizione, fuori da ogni vetrina sociale.

Come dice Lucio Dalla: “conosco un posto nel mio cuore dove tira sempre il vento e basta sedersi e ascoltare”.

Concedere.

Concedersi un tempo antico senza che le cose si consumino. Ci consumino.

Immagini di cui mi cibo. La parola ci fa rischiare e nel momento in cui la pronunciamo, dopo averla pensata e sillabata sulle vene, ci mette a nudo, come il bisogno di un neonato. Quando sono al mare non fuggo più da ciò che mi ferisce, perché è nelle crepe delle ferite che la pelle si rigenera, bagnata dall’acqua salata.

E’ come quando danzo. Sentire di essere cuore. Dappertutto.

Ogni volta è un quadro diverso e mi ci tuffo come nei dipinti di Mary Poppins.

Da piccola ero una privilegiata. Avevo due case sullo ionio, a Porto Cesareo. Nella casa dei nonni paterni trascorrevo l’intero mese di luglio e gran parte di agosto. Un grande dondolo illuminato dalla luce del sole a est mi accoglieva ogni estate, facendosi ogni anno sempre più piccolo. Sento ancora l’odore della stoffa accecata dal Dio Apollo che combatteva contro le forze dell’umidità. Odore di salsedine al fuoco.

Negli orecchi il tempo scandito dalle cicale e dal cigolìo degli ingranaggi da oliare, cui avrebbe pensato il nonno.

Con la guancia destra scavata nel cuscino dal bottone bollente e un piede penzoloni, osservavo il mio mondo con un solo occhio, dal basso, mentre Briciola, lo yorkshire dal codino alla Roby Baggio sulla fronte, stanava i ricci di terra e le lucertole che si intrufolavano in casa. E’ lì che ho scoperto di amare le cose fragili, quelle che lo sono solo in apparenza. Come i fiori di cera che abbracciavano il muro di fronte al dondolo.

Tenerezza.

Fragilità esplosiva di pulsione di vita. La bellezza era custodita nel secchiello pieno di acqua putrida e paguri. Non hai debiti e forse neppure crediti. Ricevi tutto senza sensi di colpa. Barattavi un ultimo posto in doccia pur di trattenere sulla pelle i merletti di sale, per non lavare via i ricami della felicità.

Doccia fredda.

Bellezza.

Onomatopeico sinonimo di felicità e di mare. Lavarsi era un rito. Una pratica da compiere in squadra, con le taniche di acqua potabile lasciate al sole a riscaldarsi.

Ricordi di odore di basilico che si tuffava nella salsa quando ancora la tua bava inumidiva il cuscino del letto.

Colazioni in pigiama al sapore di merendine comprate dal bagagliaio di un furgone-  just eat ante litteram, mentre speri che il tuo costume preferito abbia avuto il tempo di asciugarsi.

Quante volte l’ho indossato ancora umido e freddo, slegato dalle mollette della rete del terrazzo ancora non assolato.

La malinconia è subdola come un taglio con la carta. Non immagineresti mai che un oggetto così puro e sottile possa tramutarsi in una lama infuocata.

E’ sangue, carne e resistenza. E’ coraggio del sentirsi. E’ coraggio della retorica.

Sugli scogli, davanti al velluto illuminato dalla polvere di Apollo, mi congedo dalla persona che ero e lo uso per ripensarmi, per osservarmi e osservare il mondo che amo follemente, nonostante tutto.

Tutto.

Szymborska scriveva che tutto è una parola sfrontata e gonfia di boria. Andrebbe scritta tra virgolette. Finge di non tralasciare nulla, di concentrare, includere, contenere e avere. E invece è soltanto un brandello di bufera.

Il mondo che io amo è fatto da cose che sono talmente evidenti che mai nessuno prova a considerare.

E’ fatto da molteplici orologi che segnano tempi differenti con lancette a 3 dimensioni. Se saremo in grado di osservarle, allora potremo vivere non solo il tempo in cui viviamo, ma anche quello dei pensieri di persone vissute prima di noi, che hanno salvaguardato la bellezza, lasciandoci un mosaico immortale.

L’acqua ha memoria. Questo l’ho imparato una sera grazie al saggio Olaf e alla regina Elsa e Anna di Frozen.

L’acqua è quel vhs che vorresti non si logorasse mai. Come se i coriandoli della tua memoria fossero lì in quel nastro.  Casa.

Quando torni sulla terraferma, alla civiltà della città, trasportando granelli di sabbia tra le dita dei piedi e ti capita di passare la lingua sulla bocca, ti accorgi che al mare non vai solo per cercare qualcuno o qualcosa ma per imparare a conoscere una persona importante e quella sei tu.  E’ tutto rimescolato e riordinato. Ordine e caos. Armonia.

Non è mai troppo tardi per riempire le tasche di conchiglie e, nonostante il loro peso, concedersi di danzare sulle onde e sentirsi tempesta nella profondità.

Passioni.

Se ne abbiamo più di una allora siamo invincibili; è  la nostra più potente armatura nel momento in cui un virus deciderà di sovvertire l’ordine mondiale delle cose.

Le passioni sono  i tatuaggi sullo strato invisibile dell’epidermide, la mano delicata che scava  contro le macerie dei terremoti interiori, la guancia calda che coccola la tua nelle giornate gelide.

Nell’anima nessuno comanda. Lei resta dove si incanta. Pessoa aveva ragione.

E allora sono qui, sullo scoglio che ha segnato la mia pelle e chiudo gli occhi.

Sono viva.