24 Dic

Adda’ passà a nuttata!

Sono le 15.20 del 24 dicembre del duemilaventi. Sono davanti al pc e scrivo.

Fine.

Basterebbe questa frase per comprendere la portata rivoluzionaria di questo Natale in un mondo pandemico.

A quest’ora, in un anno qualunque, da quando ho memoria e contezza della realtà delle cose che accadono intorno a me, al di fuori dell’ immaginaria storia che scrivo nella mia testolina in modo parallelo a quella che vivo, a quest’ora dicevamo,  la regina Madre avrebbe già dato di matto.

La follia si evince da evidenti tratti distintivi: tono di voce superiore di  3 ottave, patologica ossessione che il cibo non possa bastare mai, così forte da obbligare una persona a turno a indossare un cappotto per essere pronta a entrare in un supermercato e salvare il cenone dalla triste e misera inedia; si sceglie accuratamente la tovaglia, che poi è sempre la stessa da saecula saeculorum e quando lo si fa notare, gli occhi della Regina Madre da verdi si trasformano in rosso focara di Sant’Antonio con tanto di strozzato pianto interiore e lapalissiana tendenza a farti ricordare che il tavolo di casa non è “normale” (che manco un pezzo di legno lungo sul quale mangiamo poteva esserlo a casa nostra) e trovare pezzi di stoffa che possano coprirlo non è semplice. Mutismo. Selettivo.

Vai avanti e procedi nel tuo compito assegnato.

Sì, perché il Natale a casa mia è rigorosa e meticolosa osservanza di riti apotropaici, la cui preparazione viene decisa durante l’ultimo boccone dell’ultimo piatto mangiato durante la festa di Sant’Oronzo il 26 agosto. La festa dell’Immacolata è un test. Un rodaggio di resistenza e resilienza, un esame a cui non puoi e non devi essere bocciato.

Prima dell’era “gruppi di whatsapp”, la regina Madre coadiuvata dalla Regina Madre Superiore, inizia il tour telefonico, tipo chiamata alle armi insomma, in cui si apre la prima fase:

Fase1: riunione telefonica per decidere la riunione per decidere il chi, il come e il quanto, perché per fortuna il quando, ce l’ha già imposto gesù bambino. Parola chiave: decisione!

Fase2: riunione “In presenza”. E’ la fase più divertente ma anche patologica che possa esistere. Il consiglio dei Ministri, per stilare i vari Dpcm di questo meraviglioso anno, ha chiesto l’aiuto da casa componendo il prefisso 0832, con tanto di chiacchierate in dialetto con la promessa di un pacco da giù. Muniti di quaderni, penne ed evidenziatori, le “femmine” delle varie casate danno vita a dolci melodie pennute, mentre i “maschi” si accasciano sui divani intimando di svegliarli appena tutto sarà finito e per tutto si intende il rientro dalla Befana. Si vola alto. Altissimo. Che il Natale non è mica una domenica bestiale qualunque. Ormai siamo abituati a mangiar da Cracco grazie a MasterChef e fare dolci che Igino levati proprio. Ed ecco che entra in gioco la politica. Il partito della tradizione vs il partito dell’innovazione. Il primo, capitanato dalla Regina Madre Superiore, è teatro puro. Commedia dell’arte. Napoli ricorda ancora la sua performance migliore. Il plot? Si punta alla compassione e ai sensi di colpa sui più giovani, iniettando in vena il farmaco della memoria. E’ di fondamentale importanza scrivere ed evidenziare sul quaderno che si potranno pure creare piatti gourmet, ma bisogna passare sul cadavere della Regina Madre Superiore se non le si lascia l’onore e l’onere di pensare ai soli 300 piatti della tradizione culinaria leccese dei giorni in rosso natalizio. Il partito dell’innovazione ci prova. Le nobil-donne delle casate non si arrendono, attingendo a tutte le fonti di creatività. Si guardano negli occhi, scrutano il nemico, in un misto di paura, mistero e ammirazione. Annotano le idee.

Fase 3: divisione dei compiti, moltiplicati per i giorni di festa. La dimora della Regina Madre è una costante che non può e non deve diventare variabile, pena una pandemia devastante. Ah, questa è un’altra storia.

Spoiler- sui 300 piatti della tradizione, la Regina Madre Superiore con l’aiuto del Padre di colui che si festeggia nella mangiatoia, attua la moltiplicazione dei pani e dei pesci e non si sa mai bene come, il bagagliaio sforna teglie che Mary Poppins è entrata in analisi dopo aver osservato la maestria della suddetta.

Il Natale a casa mia è sempre stata una tragicommedia. Abbondanza. Rumore. Discussioni lunghe 3 giorni, messe in pausa e poi riaperte per altri 3 giorni. Quantità.  Abitudini. Le cose che restano sempre intatte. Parole che sai già quando saranno pronunciate. Risate fragorose che fanno male le costole. Come quella volta che si decide di prendere un vestito di Babbo Natale in prestito da un amico salumiere. Era come indossare caciocavallo e salame ungherese. Risate che restano immortali.

E poi ci sono gli odori. Io le ho testate le fragranze delle nuove candele limited edition Natale 2020 o le creme corpo create dagli elfi. Ma mai nessuno riuscirà a imbottigliare quella magia olfattiva che ti pizzica e stuzzica mentre studi, china sui libri, incosciente e pronta a illuderti di cambiare il mondo. Mentre niente e nessuno può distrarti dalla secchionitudine, una squadra di donne in cucina scrive la storia dell’eterno. Buccia di mandarino e olio bollente e nota alcolica che abbraccia un tenero pan di spagna. Mandorle che diventano pasta e si trasformano in pesce dall’occhio di cioccolata e colorati zuccherini che nessuno mai mangerà, adagiati sul piatto di portata, rigorosamente scansati e per sempre incollati dal miele del pucceddruzzo.

Darei indietro tutti i miei esami universitari pur di sentire ancora quell’odore che invadeva casa per giorni, intrappolato in ogni fessura e sugli abiti del giorno prima. E tu sei felice, nel frattempo. Come dice il buon Tabucchi, le persone possono essere felici nei loro frattempi.

Quella squadra di donne capitanata dalla Regina Madre Superiore è la condivisione ante-facebook. La storia di instagram prima che fosse creato. Testimonianza. Mani che toccano e bocche che parlano per raccontare, perché sia fatta la storia, La storia, dei ricordi vissuti occhi dentro occhi. L’assaggio è obbligatorio, pena la morte, quasi. E si canta. Anche quando le ferite sono ancora sanguinanti, anche quando la morte ha spalancato tutte le porte facendo volare pezzi di noi, anche quando le rughe diventano sempre più belle e le cartilagini più deboli, si canta per esorcizzare la paura, per ribadire che siamo vivi per i vivi e per chi quel vento se l’è portato via.

La regina Madre Superiore canta di continuo. Ininterrottamente. O parla o canta e a volte riesce a farlo anche in simultanea. La tv è accesa h24. Ha bisogno di non sentirsi sola. Mai.

 Da Nilla Pizzi a Renato Zero, da Paolo Conte a Iva Zanicchi nella versione pre centoooo centoooo centooo. Mi stringeva il mignolino nella sua 126 bianca in cui entravamo in 6 e mentre cambiava la marcia della macchina, cambiava anche canzone. Sicurezza. Erano momenti di vita quotidiana, sempre gli stessi, momenti che ti facevano sentire parte di un cosmo che ti voleva, che ti stringeva il mignolino con le sue certezze, perché ci sarà sempre qualcuno che se ti ama ti chiede se hai mangiato e ti canta una canzone al telefono e io quei momenti li ho vissuti sul serio, non erano un sogno, li ho fatti miei, sono miei e la vita è meravigliosa, malinconica e allegra al tempo di un cambio di una marcia di auto.

A casa mia, Natale significa-(va) spettacolo. Un anno ci ho persino comprato la colazione con il cachet diviso con i debuttanti della cuginanza srl. Che a noi ci piace ridere assaje. Prendendoci in giro. Ironia.  Bellezza.

Sono certa che questa parola così pregnante e importante per me provenga da quei giorni che profumano di mandarino e cannella. L’ho respirata, sfiorata, fuori tempo e senza tempo.

Attese lunghe una cotta di frittura. Cura.

In questo tempo sospeso e che mai avremo indietro, penso ad Arya.

Vorrei donarle pezzi di storia che ho avuto la fortuna di scrivere e vivere. Vorrei consegnarle in dono la spensieratezza, la presunzione, la “moltezza” dei giorni dei Natali passati, di quando i pensieri sono sempre stati pesanti ma la leggerezza calviniana era più coraggiosa. I nostri figli sono fortunati. Questo è da scrivere a caratteri cubitali. Nonostante tutto. Crediamo siano così immensamente fragili che proviamo a disegnare per loro un mondo un cui non esista il “nemico”, in qualsiasi forma e sembianza possa svelarsi.

Io ci provo, sul serio. A parlarle di un mondo di persone che possano fidarsi vicendevolmente, in cui gli errori sono ammessi e il perdono è il più audace tra i doni. Ci proviamo a mostrarle la strada della paura. Che si può percorrere, tutta quanta. Che la perfezione è da scarabocchiare e che si deve cadere per sentirsi parte di un tutto che è colorato. In un attimo di lucidità, realizzo che io sia stata una piccola coccinella che ha permesso di trasportarla da noi e che non mi appartiene. Vorrei insegnarle il potere della risata. Farle sentire il suo fragore ed educarla a riconoscerlo. La risata che rende magico un momento. Quella che viene dalle vene. Ma anche la bellezza nascosta dietro una lacrima scaturita da un’emozione.

Natale, per esempio, è il periodo dell’anno in cui piango di più. Lacrime in cui dimora una gigantesca forza che mi spinge a sentirmi viva. Caos emotivo. Confusione. Presenza. Assenza.

E’ nella perdita che si trovano cose inaspettate. E’ nella confusione che si varcano i confini di spazi impolverati e dimenticati.

A Natale mi metto sempre un po’ in discussione. Molto spesso resto delusa ma non importa. Significa che ho vissuto sul serio. Pianificare fa rima con odiare, se stessi e la possibilità della scoperta di nuovi orizzonti. Andare in frantumi.

Il venti –venti ha accelerato questa operazione-rivoluzione interiore.

Ho lentamente imparato a evitare di riflettere la mia immagine nello stagno con l’acqua gettata dalle etichette degli altri. Eccesso.

Ci hanno insegnato che la fragilità è una colpa,

invece spesso le cose più belle dell’esistenza

sono fragili, vanno protette

e allora anche al perdere

diamogli un’accezione bella.

Come perdere i pregiudizi.

Oppure quando capita di perdersi

in una città nuova

e per conoscerla ci affidiamo a uno sconosciuto.

Perdere, perdersi, per comprendere meglio.”

(Ezio Bosso)

Il mio desiderio, in questo atipico e fuori-luogo periodo natalizio, è quello di educare mia figlia alla consapevolezza. Quella che ti fa agire senza dover piacere a tutti ma con l’innata sensibilità di provare empatia per la felicità o il dolore altrui e poter fare qualcosa, se necessario. Riconoscere la strada interrotta dalla sofferenza e averne cura e rispetto, per sé e per gli altri. Quel rispetto che ho visto massacrato da ogni forma di sgradevole e illusoria onnipotenza umana, di chi pensa di sfidare la sorte, di chi “meglio vivo e vissuto oggi che morto chissà quando” fanculo il covid faccio quello che voglio”.

E’ che facciamo più caso alla pioggia che ci bagna, ci sporca e ci rende tristi, restando intrappolati, con la testa bassa, infastiditi dalla pozzanghera, ma il colore del cielo quando piove, lo conosciamo sul serio?

Dovremmo trattare le parole piene di odio come i cuochi usano le spezie e quelle piene di amore sincero come lo sguardo degli astronauti in orbita.

Ri-conoscere. Conoscere nuovamente l’importanza dell’assenza che si fa presenza. La mancanza. Persino di tutto quel sub-strato natalizio che ci infastidiva, procurandoci un’orticaria che durava il tempo di una vacanza. La mancanza. Di rituali, intrecci e incastri di incontri e scontri. Di quando “si scendeva” dal norde e la prima domanda, appena sbarcati sulla luna salento era: emmmoh quando ve ne andate?

Amicizia. Di quando, se volevi trovare un amico “emigrato”, sapevi che c’era un luogo, certo e comprovato da anni di statistiche accurate: il caffè letterario( si chiama caffè letterario ma io, in anni e anni di onorata carriera,in qualità di  amica di persone che lo hanno frequentato, non ho mai visto nessuno bere quella bevanda in tazzina).

La mancanza. Degli auguri porta-a-porta che Vespa levati proprio, città-periferia-paese. Che ti ci devi sedere per forza a tavola, dopo aver mangiato l’equivalente in lunghezza dei lavori per la Salerno- Reggio Calabria e non puoi rifiutare, mai dire di No ad una mamma-zia-nonna dei tuoi amici, con l’imbarazzante momento sguardo-pietà che si scioglie solo dopo i primi sorsi dell’ennesimo caffè della giornata e il piatto di dolce fatto in casa aperto proprio per l’occasione. In pochi secondi ti chiedi il motivo che ti ha portato a non chiedere al tuo amico di incontrarti sulla tangenziale, ma poi, osservi la rughetta che l’anno prima non solcava il viso della mamma, ascolti i racconti della lontananza o gli emblematici eventi che hanno scandito il tempo passato.

Ed è in quel momento, tra presepi e alberi di natale scintillanti e a volte imbarazzanti, che sospiri e ti immergi nell’aria che sa di certezze.

Le piccole cose. I cerotti sulle ferite della propria solitudine, gli evidenziatori, i fari sulle persone che restano. Sono proprio loro i luoghi dove fermare la nostra frenesia e incontrare la nostra anima.

Quelle persone che odorano di Natale, tutto l’anno.

E allora va bene così. Non ci sarà nulla di quel magnifico caos nel quale sguazzavo ogni Natale. Ma ci siamo. Siamo qui. Tutti o quasi tutti.

Vivi, nonostante tutto!

Buon Natale. Addà passà a nuttata.

23 Set

“Al tempo…signore distratto”

Ci abbiamo davvero provato? Ad essere migliori intendo.

Non parlo della bontà del genere umano in quanto tale, della correttezza di una comunità di persone che hanno dovuto indossare guanti e mascherina e salutarsi con il gomito. Ci abbiamo davvero provato a scendere dall’Olimpo della nostra individuale esistenza e a metterci al servizio delle reali esigenze? In fondo,  bramiamo tutti di essere visti da qualcuno, persino i più timorosi introversi sognano che qualche sguardo si posi delicatamente come piuma, solleticandone l’esistenza. Sentirsi toccati dagli occhi. Ci abbiamo davvero provato a sfidare ogni giorno il nostro destino con l’umiltà di chi sa di essere ad ogni costo fortunato?

 Ci abbiamo provato ad avere paura e a raccontarcela?

«Non devi mai dire che hai paura, piccola Samia. Mai. Altrimenti le cose di cui hai paura si credono grandi e pensano di poterti vincere.»

L’ho letto in un libro dalla copertina color pastello che profuma di campo in primavera, il frinire delle cicale in lontananza, mentre le farfalle vanitose si mettono in posa. La delicatezza dell’immagine in copertina confonde il lettore. Lo accarezza e poi lo prende a schiaffi dopo aver tolto l’ àncora e iniziato a navigare tra le parole di Giuseppe Catozzella, lo scrittore Premio Strega, che ha dipinto con la sua penna il quadro di NON DIRMI CHE HAI PAURA, la storia della piccola somala Samia Yusuf Omar. E’ la vita di chi, con gambe magrissime e piedi veloci , voleva dare senso alla verità tumultuosa dei sogni, oltre la guerra del suo Paese, al di là della estrema povertà. La storia di una ragazza nata per correre durante la crudeltà della guerra civile a Mogadiscio, tra clan ed etnie. Correre è un bisogno. Un’esigenza e urgenza di riscatto, come donna, come simbolo del suo Paese martoriato. A soli 17 anni è riuscita a partecipare alle Olimpiadi di Pechino del 2008, correndo i 200 metri in 32 secondi e 16 primi, realizzando l’ultimo tempo di tutte le batterie.

“Ho tagliato il traguardo quasi dieci secondi dopo la prima, Veronica Campbell-Brown – si legge nel libro – Dieci secondi, un’infinità. Non ho provato vergogna, in ogni caso. Solo un forte senso di orgoglio per il mio paese. Istantaneo, appena passata la linea del traguardo. La gente ha continuato ad applaudire”.

Dopo Pechino, Londra. Era lì che voleva arrivare. Alle Olimpiadi del 2012.

È suo padre che la incoraggia a diventare un simbolo di speranza e di liberazione per le donne somale.  “Vincere per me, vincere per dimostrare a me e a tutti gli altri che la guerra poteva fermare alcune cose ma non tutto, vincere per fare felici aabe e hooyo”.

La libertà costa sempre troppo quando ci sono degli “ismi” di mezzo. Gli integralisti prendono il sopravvento  e  Samia, ormai orfana, si rende conto che ha solo un’opportunità per inseguire i suoi sogni: fuggire.

Fuggire per la libertà.

“Ma il destino con me poteva scegliere di fare quello che voleva. Io sapevo benissimo dove volevo arrivare. Il vento, con il mio magro corpo, ha sempre avuto vita dura. Sono io che l’ho sempre mosso, al mio passaggio. Sono io che ho imparato ad usarlo come spinta dietro la schiena, per farmi volare”.

Il viaggio verso la libertà è lungo ottomila chilometri fino ad arrivare al mare “dei migranti”,  quello nostro.

Non dire che hai paura, Samia. Glielo sussurrava con fermezza il papà.

Voglio pensare che il suono di quelle parole abbiano cullato la piccola atleta durante l’infernale viaggio.

Ma, mentre leggevo,  immobile e testa china su quelle pietre nello stomaco, avrei voluto acconciare i capelli di Samia, spettinati dal vento, sistemarli dietro le orecchie con una mollettina colorata,  come faccio con Arya, e dolcemente stringerle la mano, sulla quale avrei scritto con un dito senza inchiostro, lettera dopo lettera:

   v  a  b e n e  s e  h a i  P a u r a.  P u o i.

Le mancava l’aria persino per i sogni.

 Puoi dirlo che hai paura piccolo cerbiatto dalle gambe lunghissime. Paura di deludere te stessa e le persone che ti amano. Per una volta non sentirti invulnerabile, invincibile. Puoi sentire il peso della tua fragilità e della tua angoscia. Puoi pensare di aver fallito o di aver sbagliato tutto. Il tuo sogno non sarà meno potente e tu non sarai meno Samia. Ci si può guardare allo specchio e non riconoscere l’immagine che si ha di fronte.

Si può dare un nome alle ombre nere cucite sotto i talloni della nostra esistenza.

Corri, Samia, corri come se non dovessi arrivare in nessun posto…

Vivi, Samia, vivi come se tutto fosse un miracolo! Quel miracolo sei stata tu.

Ammettere di avere paura è un atto di coraggio e di amore. Provare ad alzare la polvere magica dei sogni per sentirsi vivi è da super eroi senza mantello e senza maschera in questo mondo indaffarato e inconcludente.

La stessa paura che non ha bloccato Willy. La paura non ha vinto sull’egoismo, non ha avuto la meglio sull’indifferenza e sull’individualismo. Willy ha gettato la fune. Architetto di un ponte tra la solidarietà e l’odio, tra chi agisce mosso dall’amore e chi resta a guardare, non per paura ma per atavica superficialità.

Sì, un ponte.

Fare finta che non esistano decadenza, dispersione, rassegnazione, la semplificazione dei contesti, l’ignoranza della troppa informazione determina la costruzione di un acquario di plastica in cui nuotano pesci giganteschi. Prima o poi la base non riuscirà a reggere il peso e inonderà tutta la casa.

Fino a quando sarà sempre colpa del “cattivo”, del “diverso”, del “violento”, dell'”estremo”, ci troveremo assolti e sollevati dalla responsabilità individuale, sentendo queste “tragedie” come lontane da noi, storditi alla visione del servizio giornalistico in tv nel nostro rifugio personale, in fondo serenamente consapevoli che dimenticheremo anche questa volta.

 Fino a quando le parole suoneranno una musica che si sente solo in lontananza, fino a quando concetti su cui si basa il vivere umano resteranno catalogati come distanti, assenti, alieni, separati dalla realtà e delegati ai capri espiatori altrettanto imprecisi, saremo sempre più smarriti e impotenti e ci farà comodo.

Il VUOTO.

E allora per evitare di inciampare nel bandolo della matassa infinita delle colpe altrui, mi prendo io la colpa. Inizio da me. Come donna. Come mamma. Come moglie. Come amica. Come sorella.

Perché diversità, uguaglianza, mutuo soccorso, solidarietà, non sono confutabili. Non sono neve al sole.

Se smettessimo di pensare a loro come ideali, come prerogativa di una cosa troppo grande rispetto a noi piccoli individui; se la finissimo di giustificarci contro lo Stato, questo strano mostro a mille teste che non ci aiuta e la società chetelodicoafare mancopennienteh, allora potremmo fare un buon uso del nostro essere “persone”.

Da dove si inizia? da quella bizzarra composizione che chiamiamo famiglia, nella più complessa e colorata accezione che si possa concepire.

Si potrebbe iniziare a parlare. A parlarci.

Si potrebbe iniziare a raccontare ai nostri figli che andare a scuola non libera i genitori dalla presenza fastidiosa dei piccoli, scuola come sinonimo di parcheggio socialmente accettabile. Si potrebbe iniziare a imparare per primi e poi provare a insegnare ai nostri figli che le maestre o i maestri sono i custodi del cervello dei propri alunni, giardinieri dei loro pensieri, guerrieri di fede perché credono o meglio,  dovrebbero credere nella diversa capacità e particolare talento di ognuno e come tali, come persone prima e come professionisti poi, vanno rispettati.

Rispetto.

C’è vuoto di rispetto.  Vuoto di comprensione.  Vuoto di esempi.

Si potrebbe iniziare a insegnare che i colori sono universali. Sono i gusti ad essere particolari.

Se riuscissimo a spiegare con semplicità e verità che maschi e femmine non devono odiarsi, che non esistono privilegi per il fatto di appartenere ad un cromosoma, che gli errori così come la bravura appartengono al singolo individuo e alla sua azione e che i giudizi sono bombe che mutilano, etichette waterproof che definiranno la personalità e le scelte future, allora potremmo sperare di avere figli meno arroganti, di esserlo noi per primi. Mi rifiuto di educare mia figlia alla lotta per la sopravvivenza. Al principio filosofico hobbesiano per cui l’uomo è lupo per l’altro uomo, per cui la natura umana è fondamentalmente egoistica e saremmo spinti soltanto da un innato istinto di sopraffazione.

Mi ribello all’idea che ci sia costantemente un nemico da abbattere.

Sotto assedio.

Difesa. Attacco.

Se ci fosse un master di quinto livello supersayan per la trasformazione del genere umano in umano essere dotato di empatia e gentilezza, le aule dovrebbero essere stracolme.

Empatia.

Gentilezza.

Attenzione.

Sguardo.

La cosa più nobile che dovremmo insegnare a chi abbiamo avuto la fortuna di mettere al mondo è la capacità di guardare negli occhi, di osservare cosa stia accadendo fuori dal nostro microcosmo personale e sentirci parte della diversità che è bellezza.

Mi oppongo al giudizio e al pregiudizio di chi etichetta la sensibilità come debolezza.

Voglio e pretendo attenzione, da donare e da ricevere. Relegare i sospiri generosi e le mani che si stringono o le spalline che sostengono visi tristi ad aliene minoranze da bandire.

Essere attenti ai fiori di campo, quelli irriducibili, delicatissimi allo sguardo ma talmente potenti da riuscire a fiorire tra le fessure di un tombino o ai bordi dei marciapiedi, essere attenti a non calpestarli.

Essere attenti alle parole che si usano, che possono essere piedi che percuotono anime.

Essere attenti alle distrazioni degli altri; agli abissi che uno si porta dentro; essere attenti alla poesia e non provarne vergogna.

Considerare le cose belle del mondo. Quelle belle vere.

Siamo bravissimi a svincolarci sempre dalle cose che ci riscaldano. Stiamo lì, come irriducibili ragionieri pronti ad annotare sul file excel dell’esistenza le sciagure che sbucano nel nostro io.

Abbiamo tutti un dono che non va sfumato sulla carta carbone della vita.

Su un treno regionale veloce Torino-Milano, il mio sguardo e il mio pezzo di cuore si sono abbandonati alla bellezza di un papà non vedente che veniva accompagnato da un bimbo che avrà avuto più o meno l’età di Arya. Erano la cappella Sistina insieme,  quei due. Saliti ad un paio di fermate successive alla mia, le più affollate e dispersive. Lo gnometto era un abile capitano che fiero e indomito attraversava il corridoio in tempesta e portava in salvo il suo grande esploratore. La sua immagine, per me, è stato l’emblema di quanto serva spostarsi dalla piastrella in cui siamo per avere una visione completa, la messa a fuoco su alcuni dettagli fondamentali del nostro vivere. Erri De Luca scrive che “mantenersi” resta il suo verbo preferito. Tenersi per mano, tenersi stretti. Sorreggere pezzi dell’altro, senza parlare, con un tocco.

Nei periodi di totale oscurità scegliamo gli occhi che possano guidarci.

Provare ancora stupore. Di quando lo scirocco improvvisamente ti raggiunge sotto al viale di pini, ti beffa sollevando la gonna del tuo vestito e provi una gioia inaspettata, un imprevisto che non punge ma solletica.

Vorrei provare ad insegnare a mia figlia a sentirsi fragile. Abbiamo sempre paura di mostrarci fragili e invece è il salvagente dell’ umanità. Ciò che ci fa restare immensamente bambini.

Il mondo ripudia il tempo perso a provare dolore o a restare in silenzio e sentire il frastuono dei brutti pensieri.

Fragilità! Non è un sinonimo di friabilità. Non siamo biscotti friabili che si sbriciolano sotto il peso di paure ataviche. C’è tanta bellezza nelle cose fragili. Ci sono ancora persone che annusano le pagine dei libri appena acquistati e saltellano per aver scartato un regalo inaspettato. Ci sono ancora persone in grado di sorprendersi, provare meraviglia per qualcosa o per qualcuno.

Ci sono ancora persone che riescono a togliere la linguetta della felicità, quella che un bimbo trova quando maneggia un giocattolo a pile. Ci sono individui-musica. Persone-poesia che disinfettano alcune ferite ataviche e rimuovono le garzine alle ali,  mossi dalla strana magia che regala il verbo amore.

Poesia.

Facciamogliela vedere la luna ai nostri figli. Tutti con il naso all’ insù. Avremmo fatto buon uso della punteggiatura del quotidiano, dando nuovo senso alle virgole e ai punti. Balliamo sui puntini di sospensione sentendoci nudi sotto una pioggia di luce, saltellando da un passato a un presente pieno di colori. Si può vivere un pezzo di vita sgrammaticata e folle senza sentirsi in colpa, protetti dall’ incanto della favola senza principesse e principi, ma di pelle che sfiora altra pelle, di abbracci che il respiro te lo donano, di carne che trasuda fuoco.

Rarità!

Non ci prenderanno per pazzi e anche se lo fossimo, anche se fossimo alieni leggeri arrivati da un altro pianeta, ci sentiremo umili artisti che contribuiscono all’arte più grande di tutte, come scriveva Brecht: quella di vivere!

Possiamo ancora farcela. A sentire con gli occhi e a vedere col cuore intendo. Ad arrossire per un complimento inaspettato, a rispondere all’apatia con l’empatia, a commuoverci davanti alla notte stellata di Van Gogh senza vergogna, a opporre al qualunquismo la responsabilità dell’Io che si trasforma in Noi.

«Non so che poeta io sia stato in tutti questi anni. Ma so di essere stato un uomo:

perché ho molto amato, ho molto sofferto, ho anche errato cercando di riparare al mio errore, come potevo, e non ho odiato mai. Proprio quello che un uomo deve fare: amare molto, anche errare, molto soffrire, e non odiare mai».

Ecco, se Peppino Ungaretti fosse qui, sarebbe questo il regalo più bello per i miei impellenti 35 anni: con le sue parole mi ricorderebbe che posso amare molto, soffrire assai e sbagliare di più MA non odiare mai!

26 Mar

Pioverà luce!

Marzo 2020.

L’ultima volta che sono rimasta bloccata in un tempo “sospeso” in casa è stato quando eri nella mia pancia e mancavano 2 mesi al fischio finale, quando avrei dovuto considerarti come il libro più antico che sia stato mai trovato, nel luogo più sacro che potesse ospitarlo, letto in religioso silenzio e trattato come chi sa che oggetti di tale portata sono un’eterna rarità.

Ora tu hai 4 anni, la stessa età che avevo io quando il 9 novembre del 1989, mentre si pranzava tutti insieme a casa della nonna Italia, il telegiornale mandò in onda le immagini di un fiume di folla in festa, perché in una notte, la storia cambiò per il mondo intero, dissero.

C’era un piccone contro la cortina di ferro e un muro, a Berlino, che si stava sbriciolando.

Avevo 4 anni, la tua stessa età, eppure ricordo benissimo quei ragazzi che applaudivano, che si abbracciavano in lacrime e la gioia che invadeva quello schermo. Ed è viva dentro me la riflessione che fece nonna ad alta voce: “ha cangiatu lu munnu”.

 E il mondo era cambiato davvero. Erano arrivati gli anni 90, i pomeriggi dopo la scuola rinchiusi in cameretta, a salutare i germogli di lenticchia che fioriva,  interrata in batuffoli di cotone rubati al cassetto “sanitari” mentre ti sentivi figlia di Marie Curie o nipote di Mendel, con la stessa identica espressione beota che disegnava il volto mentre si cantava la sigla di Bim Bum Bam e Uan diventava il nostro migliore amico rosa. La nostra fervente agenda quotidiana era scandita dagli orari degli episodi dei cartoni animati, i più importanti Maestri di vita, grazie ai quali abbiamo imparato il valore dell’attesa, con il Sommo Oliver Hutton di Holly e Benji, che rimanda all’idea zen di dover aspettare il giorno dopo per sapere se , quella palla che il campione dalla maglia bianca aveva calciato con vigore e rimasta sospesa in  aria  come uno tsunami, fosse davvero entrata in porta e non esisteva il telecomando magico che metteva pausa o la didascalia in basso a destra: “riproduci episodio successivo”. Quello era. Ti doveva andare bene. Dovevi porre attenzione. L’appuntamento era per il giorno dopo, stesso posto stessa ora. Dovevi sognare con ansia. Grande festa alla corte di Francia, canticchiavi e la domanda esistenziale che ormai frullava nella testa era se davvero Oscar fosse contenta di essere donna, perché poi tifavi per Andrè; Dio quanto tifavi per quel gran figo di Andrè, quell’Amore impossibile durato quanto una Rivoluzione ma rimasto immortale. E  iniziavi ad innamorarti chiusa in camera, davanti alla tv e la colonna sonora dei nostri anni migliori veniva registrata su musicassetta con tanto di nastro adesivo, la stregoneria che ti consentiva di  registrare tutte le volte che potevi senza cambiare cassetta, tappando dei buchetti. Si piangeva stringendo il walkman sony con Bryan Adams

e speravi di diventare grande per fare parte del mondo anche tu.

E poi grande lo sono diventata davvero, mediamente, ecco.

Per chi come mamma e papà tuo ha scelto di frequentare l’Università fuori città, l’#restoacasa ha tratti famigliari. Durante la preparazione di un esame, quando non avevi la necessità di varcare l’uscio per immergerti nel mondo dei mezzi pubblici romani che ti avrebbero condotto nel sottosopra demogorgonico della Sapienza (perché figlia mia, io ho questo ricordo: l’immagine di una città Eterna che odora di petali di rose che ricoprono di rosso il Lungotevere, Fellini vivo che passeggia sotto ponte rotto, il sole rosso di Mirò che illumina il Colosseo, la tua mamma che come Poppy dei Trolls saltella felice in via dei fori,  che si scontra con  la grigia e cupa e demoniaca sede di Scienze Politiche della Sapienza), quando si doveva studiare, dicevamo, si avvertiva il mondo con DPCM (DECRETO DI MARI MINISTERIALE) che veniva stampato in Times carattere 100 ed emanato con fare apocalittico, letto in conferenza, con gli occhi da posseduta e i capelli che a Samara glieli ho disegnati io: MI CHIUDO!

I giorni passavano ma era sempre un lunedì tetro e angosciante. Ma quando la data dell’esame era vicina, si annotavano gli orari di apertura del più vicino centro TSO per te e per quelle eroiche persone che si trovavano a dialogare con ciò che si era impossessato del tuo corpo e anima. La nonna Italia ad esempio. E’ sempre stata dotata di magia nera. La potentissima capacità di chiamarti nell’unico momento della giornata in cui decidi che puoi nutrirti, di quel nutrimento che poi è stato fornito proprio da lei, incalzando domande da sacerdotessa con in mano il Rosario. E via di domande:

avete mangiato la parmigiana? E tu, vestita di nero, testa china e cantilena da tarantata, rispondi siiiiiii.

Era buona? Siiiiiiiiiii

Era abbastanza? Siiiiiiiiiii

Forse non era sufficiente? Siiiiiiiiiiiiiiiiiiiii

Amen.

Netflix ancora non era entrata nei nostri cuori e portafogli ma esisteva il fantastico sottobosco borderline dello streaming. 40 minuti di pura estasi cerebrale in stand by che ti spingeva financo a lavarti per dignità umana tua e di chi condivideva il divano con te. I resti di questa esperienza mistica li conserviamo ancora negli armadi. Tute detronizzate a pigiama e pigiami con cui si poteva prendere fuoco per riscaldarsi nelle fredde giornate romane. L’irritabilità portava il mio nome. L’apatia giocava a roulette russa con la parte new age della tua anima.

E’ faticoso lottare contro se stessi ogni minuto del giorno, ogni giorno per anni.

Il coronavirus, quel buffetto virus respiratorio che ha la punta a forma di corona e che tu a 4 anni ne conosci a menadito i sintomi, soprannome amichevole covid-19, un lunedì di un marzo di un anno bisesto, mi ha schiaffeggiata e ha aperto la scatola nera dei ricordi.

Ricordi di anni che puzzano di spreco. Quando un senso di onnipotenza mi spingeva a pensarmi capace di un dominio completo sulla mia esistenza. Erano gli anni in cui non conoscevo altro modo di vivere che l’impegno perpetuo nel tentativo di soddisfare l’ideale di eccellenza, famelica ricerca di specialità, fame di superiorità emotiva che non conosceva tregua. Per una ragazza che soffre di disturbi alimentari come l’anoressia, il grande Inverno è terrificante. Prima di vivere in quarantena, (tempismo perfetto da covid 19) ho cestinato quegli orribili pigiamoni di puro pile 100% formato famiglia dentro ai quali celavo il corpo macilento. Il mio stile di vita era insostenibile. Potevo funzionare perfettamente nutrendomi solo di carote e una mela al giorno. L’ossessione era una radio sempre accesa, h24. Non taceva mai. Credo che il mio peso minimo sia stato 38kg per 1.72 di altezza, che a pensarci bene non so come una fragilità su due gambe abbia potuto avere tutta quella energia. Sentivo le cose con troppa intensità. Prima del tuo arrivo, amore mio, non avevo mai provato o forse mai voluto imparare a spegnere l’interruttore. Non ero abituata a mostrare pubblicamente le mie debolezze. Rallentare è un verbo che odora di cambiamento e coniuga la vita. Bisogna avere coraggio.

Essere costantemente in movimento sembrava dondolarmi, mi concedeva la quiete dopo la tempesta che io stesso creavo. Io ero tempesta. Una volta, un po’ di anni fa, lessi che per sconfiggere la malattia era necessario qualcosa di più grande di essa, perché nulla è impossibile.

Ogni volta che sfidi la paura, ogni volta che fai qualcosa di impossibile, la paura si sgretola come quel muro che ho visto in tv quel 9 novembre. La malattia mi ha resa vulnerabile e al tempo stesso capace di reagire alle avversità. Mi ha evidenziato il lato oscuro scarnificato e illuminata da una luce accecante negli occhi, famelici di vita.  Mi ha costretto a fermarmi, a guardarmi dentro per ammettere che si può essere deboli, soli, conoscersi e riconoscersi nella solitudine. Disgusto. Bisogna arrivare a provare disgusto per essere pronti a smettere di vivere come il mostro di se stessi.

Talvolta ci si deve fermare. Stop. Pausa. Accettare la sospensione. L’assenza.

Arriva un momento in cui addomesticare le proprie fragilità potrebbe essere la sfida più grande. La frenesia cui ero abituata colmava la consapevolezza che se mi fossi fermata a pensare, avrei voluto afferrare qualcosa che non esisteva.

Accettare.

Si può.

Si può accettare di non andare di fretta come se il tempo sia più prezioso della vita stessa; si può accettare che non sia un peccato mortale se il tempo corre più velocemente di noi. Alzarsi di notte mentre tutti dormono per allenarsi per terra accanto al letto che dovrebbe sentirti addosso e svegliarsi mentre ancora tutti dormono per mangiare libri non è lucidare con polvere d’oro le lancette dell’orologio che abbiamo a disposizione. Il mondo non è un binario.

Bene-male

Vero-falso

Sì-No

Zero-cento

Finito-infinito

Possiamo incepparci. Le pile possono scaricarsi. Abbiamo il diritto di perdere il filo. 

Ci può sfuggire qualcosa.

Contaminazione.

La vita è un gigantesco imprevisto. Non è mai pura e non è mai del tutto sporca, amore mio.

La vita è come la tua mano che colori di arcobaleno. E’ un dolce compromesso. E’ litigio e rottura. Stanchezza.

E’ perdono. E’ respiro.

Non occorre dare un senso ogni giorno per avere il diritto di esistere. Agitare i secondi per ricavarne piacere non ha senso. Ci siamo incatenati ad una idea di libertà fasulla e falsificata del nostro fare quotidiano pseudo produttivo che ci fa sedere sul trono della realtà, ma a penzoloni.

La mancanza di pianificazione è un reato.

Poi è successa una cosa che mai avremmo ipotizzato accadesse e che ha cambiato le nostre vite. Non lo so se le ha cambiate per sempre, ma di sicuro ha rivoluzionato la quotidianità. Quando le cose mutano per tutti, allora c’è un effetto domino e tutto resta in aria, come dondolato da un vento leggero.

Io non so nulla della vita, ma forse tra gli errori più grandi che possiamo inserire nella categoria “da non fare” c’ è quello di prepararsi sempre al peggio.

Stiamo provando una sorta di vertigine. Montagne russe.

C’è chi vede tutto con estrema lucidità e chi potenzia la propria  propensione al disfattismo. Ci sono momenti, come questo del buffo coronavirus- monello come lo chiami tu, che non bussano alla porta. La abbattono ed entrano in casa con un boato. E quando arrivano ci sentiamo disarmati.  Ma non è una guerra.

Quella che stiamo vivendo, figlia mia, non è una guerra. Dovremmo smetterla di cercare ovunque un nemico contro cui batterci. Non esistono frontiere, cartine geopolitiche, nazioni più o meno strategiche.

Il virus è democratico, hanno detto.

Il virus porta ognuno di noi a fare i conti con l’arma fondamentale di cui tutti dispongono: la responsabilità.

“Il solo scopo per cui si può legittimamente esercitare un potere su qualunque membro di una comunità civilizzata, contro la sua volontà, è per evitare danno agli altri…perché la costrizione o la punizione siano giustificate, l’azione da cui si desidera distoglierlo deve essere intesa a causar danno a qualcun altro. Il solo aspetto della propria condotta di cui ciascuno deve render conto alla società è quello riguardante gli altri. La costrizione è giustificabile solo per la sicurezza altrui. Rendere chiunque Responsabile del male che fa agli altri è la regola. La mente umana ha una qualità. La fonte di tutto ciò che vi è di rispettabile nell’uomo inteso come essere intellettuale e morale è la possibilità di correggere i propri errori, di rimediarvi con la discussione e l’esperienza. Mantenersi aperti alle critiche riguardanti la sua opinione e la sua condotta”.

Lo scriveva John Stuart Mill nel 1859 nel suo Saggio sulla Libertà.

Considerarci in guerra ci arroga il diritto di crederci superiori o inferiori, inserisce il tarlo crudele di avere il diritto di odiare. Contro.

Sentirci in uno stato di costrizione permanente voluta dall’ alto ci legittima a considerare persino nell’ uguaglianza della situazione catastrofica, differenze sociali e status quo da recriminare.

La tua casa è più grande della mia. La tua noia è più ricca della mia. La tua creatività è più nutrita della mia. La tua strumentazione digitale è più aggiornata della mia. La tua voglia di correre contro la mia pedissequa accettazione delle restrizioni. Perché diciamocela tutta, siamo tutti Osho con il virus degli altri e poi sotto sotto celiamo idee hitleriane quando ci saltano i 5 minuti. La paura potrebbe renderci ciechi.

Sappiamo cosa farne del TEMPO che ora abbiamo a disposizione nel mondo surreale che ci ha fatto visita?

Arya,

perdonami se da quando il monello virus ci ha sbattuto la porta di casa non esistono più regole.

Scusami amore mio se non ho stampato tutti i lavoretti che amorevolmente e giustamente le tue Maestre inviavano nel gruppo WhatsApp della classe. La festa del papà del 2020 non avrà testimonianza di una poesia da te recitata. Ci perdonerà papo tuo.  Per una volta, la lentezza ha conservato l’ossigeno di cui avevamo bisogno tutti. Se il virus ci costringe alla distanza sociale e se il contatto fisico è vietato, possiamo riscoprire la potenza del verbo sentire.

“E’ da distesi che si vede il cielo” così ti porto a vedere le nuvole, dal nostro balcone che mai prima d’ora era stato così calpestato. Quei bizzarri batuffoli di cotone giganteschi che cambiano forma e colore col passaggio del vento e del sole. Inventi neologismi per dare il nome al disegno che vedi nel cielo. Credo che spesso, in questi giorni, la bimba più piccola tra le 2, sia io. Stiamo sperimentando l’ignoto. Navighiamo su una zattera a forma di punto interrogativo, nel mare aperto dei “non so.”

Vivere il tempo senza lancetta.

Al bando l’ansia e il terrore di perderci qualcosa che gli altri stanno vivendo e di cui noi non possiamo goderne. Che poi, dobbiamo per forza fare qualcosa? Tra i decreti ministeriali che “lu compare Giuseppi” di cui ormai conosci ciuffetto e timbro alla perfezione, (chiamandomi da una stanza all’altra -che ora danno Conte-), non c’è l’obbligo di trasformarsi in giullari, youtubers, cantautori, artisti di strada e di cucina, mangiafuoco, Mila e Shiro casalinghi, Carlicracchi e iginiMassari,

mamme Montessoriane vs mamme Rottermeier, papàRonaldi vs papàCamionistamediocolpaninazzoelabirrozza.

Non hai imparato la poesia della festa del papà. Scusami ancora.

Ma ti ricorderò di quando hai iniziato a svegliarti da sola, a infilare ai piedi le pantofole, una volta scesa dal letto. A prendere una salviettina che ti lascio nel comodino, perché –mamma! gli occhi sono pieni di caccoline tutte appiccicose sugli occhi e non vedo la strada del bagno per lavarmi-.

Così, come un cucciolo, hai imparato a gestire i primi gesti quotidiani e a preparare il tuo corpo  con i tuoi ritmi, senza il grillo parlante che sarei io, che ti incita come Maldini in panchina, a fare presto che è tardi. Stai crescendo. E io sto avendo la sorprendente fortuna di essere testimone oculare di questo meraviglioso cambiamento. L’odore. Il tuo odore che cambia così tanto durante una giornata intera. Sai di risveglio. Di dentifricio alla fragola incrostato sulle labbra dopo aver lavato i denti inginocchiata ai piedi del bidet del bagno di papo tuo. Sai di merendine sbriciolate sul divano e di cioccolato sulla maglietta bianca. Sai di pastina al formaggino pronunciata con diecigi come lo dici tu, mangiata a intervalli regolari di ore persino. Sai di profumo che spruzzi sui polsi e poi passi sul collo dopo aver fatto il bagnetto nella vasca, immaginando di essere al mare. Abbiamo iniziato ad abitare dentro, in ogni senso figlia mia.

Aspettare non è perdere tempo. Stiamo prendendo il tempo. Lo stiamo accettando. Accettare di avere capelli con la ricrescita. Unghie rotte bicolore. Baffi da siculo ottocentesco con la coppola in testa. Possiamo persino abitare il nulla. Tu sei portatrice sana di un ritmo personale, di una melodia unica che stai imparando a suonare, in autonomia, senza spreco. Abbiamo la fortuna di sfruttare questo tempo che prendiamo per conoscere o riconoscere quello interiore. C’è chi è tempesta. C’è chi è mare calmo. Senza sensi di colpa. Senza rumore. Senza silenzio. Non dobbiamo riempire contenitori vuoti. Il vizio supremo è la superficialità. E’ da quella che vorrei abituarti a prendere le distanze. In questi giorni di quarantena hai iniziato a fare domande di una maturità sconvolgente, mentre dipingi con il foulard in testa e con gli occhiali da sole, figlia illegittima di Frida. Ci sono parole che valgono più del loro apparente significato. Sotto le lenzuola, mentre ci nascondiamo dal drago, mi viene in mente che nei bambini c’è qualcosa che li lega in modo mistico alla natura. E sei bellezza. Sei poesia. I bambini lo sanno. Lo fanno ogni sera prima di donarsi a Morfeo. Vogliono ripetere la fiaba spaventosa fino a quando conoscono il drago talmente bene da considerarlo amico.

La bellezza è cominciata quando qualcuno ha cominciato a scegliere, ha detto un premio Oscar.

Se non vi innamorate, tutto diventa morto. Così in un tempo sospeso in cui la morte è tangibile, a 4 anni, tu amore mio padroneggi con naturalezza parole come cancro e virus, mascherine e disinfettanti. Si dice che ai bambini vada  detta la verità. Ma noi berremo sempre dalle tazzine di plastica in cui tu verserai un ottimo tè inglese preparato alle 23, quando le tue pile sono scariche solo a metà e noi esponiamo fieri la freschezza degli avvoltoi di Robin Hood che cantano che va tutto bene. Ci ho provato. Ci ho provato a incastrare i mattoncini lego che odio profondamente da quando ho memoria, ma ci provo. Per te. Nonostante i miei tic facciali ad ogni incastro che non so fare e che tu sbigottita richiedi. Tu chiedi tutte le legittime attenzioni e lo fai ininterrottamente h24, persino durante la notte invochi la mia presenza ed io, come un grillo danzante, ti vengo a proteggere e mentre mi osservi, come una sentinella, mi capita a volte che io voglia solo scomparire, sparire, altrove, per qualche secondo, piangere, urlare, danzare, scrivere, restare in silenzio che non è quello fuori per strada. Poi mi riporti sulla terra e mi ricordi quello che penso e che umilmente provo a insegnarti. La bellezza salverà l’umana specie.  Mi ricordi che la vita non deve essere per forza quello che manca e che possiamo smetterla di cercare ciò che non c’è. Vorrei che il verbo “sentire” potesse diventare il tuo preferito. C’è qualcosa di immortale nell ’odore di chi si ama. Forse da questa quarantena non ne usciremo migliori, ma mi auguro però che ci sia più consapevolezza della fortuna che abbiamo. Degli abbracci che stritolano. Della pelle che strapperesti per conservare un pezzetto del volto di chi ami e portarlo in giro con te, racchiuso nello scrigno segreto del cuore. L’amore invoca la fallibilità che è quanto di più carnale e reale ci sia, in un momento surreale. Ti spoglia. Ti scioglie i travestimenti esterni. Abbatte le fortezze. Quando sarai pronta, mi auguro che tu possa dare il tuo primo bacio con gli occhi. Perché sarai di chi alza lo sguardo, di chi riesce a dirti grazie. Sarai di chi si accorge che esistono i tramonti, che a pensarci bene durano solo pochi minuti, ma che sono, giorno dopo giorno, meravigliosamente unici. Sarai di chi disegna il tuo volto e lo dipinge con quel tocco che adesso ci è interdetto. Sarai pronta a donare il tuo essere poesia quando sentirai che la tua anima si accartoccia e sembrerà morire in preda alla mancanza. Quando sentirai, appunto, che c’è solo un luogo in cui il tuo respiro è sospeso, restando senza fiato, nemica di un tempo a cui chiedi di fermarsi, racchiuso nell’astuccio di un abbraccio. Senza fretta, un giorno, quando meno te l’aspetti, troverai l’ultimo pezzo del puzzle, il gheriglio di noce perfetto, la persona con cui sarai casa, ti sentirai casa e sarai a casa; la conchiglia più rara tra le centinaia insabbiate; l’aforisma più originale. Sarai di chi conoscerà il sapore delle tue lacrime, che asciuga con teneri baci sulle ciglia folte e bellissime che hai. Quando troverai verità nella bellezza del tempo che non è mai perso, mai sprecato ma regalato, mentre brilli con quegli occhi grandi che si illuminano al solo pensiero di aver trovato qualcosa che non ha copie. Sarai meravigliosa bufera. Sarai pioggia di luce sotto cui danzerai. Sarai di chi conosce ogni tratto di te eppure si stupisce ogni volta della bellezza che indossi. Di chi ti chiede come stai, più volte al giorno e si aspetta una risposta cruda e persino crudele, perché la quotidianità può essere cattiva con te. Di chi piange con te e per te. C’è qualcosa di sacro nelle lacrime versate con qualcuno che ami, che a sorridere siamo bravi tutti. Sarai di chi si nutre del tuo sorriso e ha sete di verità dai tuoi occhi stregati. Di chi è in grado di lucidare le tue gigantesche ali ma ti afferra con le radici di un ulivo secolare.  E non importa, amore della mamma, se sarà per sempre come nelle favole oppure no.

Avrai scritto la favola più importante della tua vita, perché avrai rischiato ad essere felice; avrai avuto coraggio; avrai lottato; è per M’illumino di immenso che Ungaretti ha fatto storia. Non importa la durata. Ti sarai sentita intera. Incanto e disperazione. Quando l’Amore si sdraia sulla tua schiena, non lo vedi, ma lo senti. E’ quel profumo che riconosceresti tra mille. Quel tocco che sa di magia. Il tempo, sempre lui, si ferma nel preciso istante in cui sussurri, nell’abbraccio più intimo: sei la mia vita e lascerai che quella vita di cui fai parte veda il pezzo più luminoso e a volte accecante e l’oscurità più profonda che ti porti dentro.

Siamo nati per rinascere ogni giorno.

 Allora forse non saremo migliori dopo la quarantena, ma spero che alla consapevolezza segua anche meno indifferenza.

Potremo assomigliare ai gesti che ripetiamo nelle ore di distanza sociale, di socialità interdetta come dicono quelli bravi. L’amore è un sentimento che è pace tra le bombe. Forse inizieremo a parlare con il silenzio dopo che lo avremo ascoltato per giorni. Saremo pronti a scavare tra le macerie di ciò che abbiamo vissuto e capiremo che la nostra unica opportunità è quella di riconoscere la felicità, quella tenera forza che ha la potenza del fuoco, perché in fondo siamo ancora vivi, storti, rotti, travolti e stravolti, meno lucidi, più vuoti o più saturi, ma forse non rinunceremo alle meravigliose sfumature che dipingono l’esistenza. Tutto è possibile. Come è possibile che un virus abbatta le porte delle nostre case, così è possibile che si possa mandarlo via a calci. Forse appenderemo la pesantezza e ci vestiremo di una leggerezza che, come diceva Calvino, non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore. Per rispetto alla morte che non ci ha toccato e alla vita che ci ha scelto, per rispetto di coloro che restano dopo aver perso qualcuno senza neppure salutarlo per l’ultima volta, potremo metterci in discussione. Porci delle domande. Su ciò che ci fa soffocare, perdere il sonno, ingoiare gusti amari. Forse, quando tutto questo sarà finito, non tutti avremo voglia di abbracciare il mondo con impeto. Forse qualcuno vorrà trovare la propria dimensione, in solitudine, quella reale, facendo i conti con un costo psicologico enorme, poiché avremmo pure avuto una agenda in quarantena pregna di videochiamate, incontri virtuali, sedute zen e yoga, lezioni di dizione o di come fare il lievito madre, ma ne usciremo diversi. Non saremo santi, neppure puri e neppure radicalmente migliori. Forse anche meno gentili o più tristi. Non lo so cosa saremo amore mio.

Quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro che sia finita per davvero. Ma su un punto non c’è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato. Murakami ha ragione da vendere.

Te lo ripeto, io non so nulla della vita, ma una cosa l’ho imparata e me l’ha insegnata quella tipa messicana che imiti mentre dipingi.

Non come chi vince sempre, ma come chi non si arrende mai!

Ma per una volta sarà stato bello persino vincere, tutti insieme, non contro qualcosa ma per qualcuno.

E il mondo sarà davvero cambiato! Perché avrà piovuto luce!

Pioverà luce e ci inzupperemo…