24 Gen

USQUE TANDEM?

Da circa un mese, da quando quel meraviglioso essere di 13 kg che ho generato, ha una cameretta tutta sua e quindi un letto tutto suo e quindi io un posto tutto mio nel letto per metà mio e per metà del padre di quella cosetta che , per 3 lunghissimi anni, ha monopolizzato il “matrimoniale”, donandoci -per carità- le notti e i ricordi più belli della vita intera, dicevo, da circa un mese io e marito ci concediamo maratone notturne di Narcos, la serie tv Netflix.

Il punto non è Narcos.

Dopo un paio di puntate, tra sparatorie, torture, soldi insanguinati, pezzi di uomini condotti nei frigoriferi come regali, corruzione, cocaina e aguardiente a litrate, chiudo gli occhi e riesco ad addormentarmi, poiché alla fine, nonostante i colpi di scena, ne conosco la fine.

Poi, la mattina mi sveglio, ohbellaciao, chino la testa sul cellulare, apro i “social” e mi vengono fortissimi conati di vomito.

Di quelli che neppure quando ero gravida, di quelli talmente intensi che ti si annebbia la vista e perdi i sensi e forse li vorresti perdere davvero i sensi, per riaddormentarti e credere che siano solo incubi prodotti dalla plurivisione di serie tv drammatiche.

Invece è la realtà.

Molti dei miei “contatti” avevano condiviso i versi di Sergio Guttilla, “Se fosse tuo figlio…” così l’ho letta anche io con un solo respiro, silenziosamente e non ho potuto fare a meno di scorgere echi assordanti e bellissime al tempo stesso di “Se questo è un uomo” di Primo Levi, parole che hanno cicatrizzato la mia esistenza, che ho letto, studiato, spolverato, parafrasato e anche un po’ odiato.

Poi, conati di vomito, ancora.

Buio. Paura.

Eccolo il punto. Il punto non è Narcos. Il punto non è il sangue.

Il punto è la paura, quella fottuta paura con cui vogliamo combattere il terrore cui ci stanno costringendo, cui ci stiamo abituando.

Ebbene, la domanda è questa:

perché diavolo il mio AK-47per combattere la realtà  dovrebbe essere la paura? Perché devo sperare, illudermi, immaginare, credere che in mare ci sia la faccia di mia figlia e quindi esserne devastata di paura per invadere il mio animo di umanità, un colpo emotivo così alto e straziante affinchè si possa ricordare che la vita di mia figlia è come la vita degli altri figli, nipoti, amici e quindi, come nei più semplici sillogismi aristotelici, deve riguardare l’intero cerchio degli uomini? Mi sento persa, smarrita, privata dei miei princìpi, in un limbo, avvelenata dal siero più potente che devasta il buon senso, un suicidio di massa, il nostro, in cui la vittima è la nostra dignità, poiché brucia viva la responsabilità sociale che prima è individuale.

E come diceva quel gran vecchio del Mahatma Gandhi: Il nemico è la paura. Si pensa sia l’odio, ma è la paura, quella che si aggrappa come un tumore al cuore e ci fa diventare ciechi di vita. Tutte le azioni, soprattutto le più meschine, sono ricondotte ad essa.

Perché dovrei sentirmi spaventata, oppressa, soffocata e vivere tutte queste emozioni per giungere finalmente a comprendere che la nostra vita è importante tanto quanto quella degli altri e provare la “pietas”?

Quo usque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?” 

    “Fino a quando abuserai della nostra pazienza?”

Usque tandem continueremo a giudicare sbagliato ciò che non conosciamo senza fornirci l’occasione per comprendere?

Usque tandem dovremo implorarci di restare umani, se faremo spallucce giustificandoci dietro al velo di una politica troppo grande e lontana da noi, dietro “cose” per cui o su cui non abbiamo potere, se diremo e penseremo nel nostro privato che tanto qualunque cosa si faccia, saremo sempre manipolati.

 Se accetteremo, senza batter ciglio, la perdita di contatto.

 Se continueremo a restare sommersi in questo fango, tanto, in fondo, a pensarci bene, la nostra vita continua “normalmente”.

Ma qual è la normalità?

La normalità è accompagnare la propria figlia a scuola nei primi giorni di inserimento all’”infanzia” e sentirsi dire dalla maestra, in confidenza, che proprio tua figlia, quel tenero fagottino borghese a “modino”,  ha mostrato e dimostrato- chiamiamole perplessità e dubbi- sulla possibilità di sedersi accanto al nuovo compagno di scuola dai tratti evidentemente indiani, evidenziando a chiare lettere, davanti all’interessato, la sua volontà, emulando l’atteggiamento di altri suoi simili non più alti di 1 metro ma così tanto decisionisti.

Buio. Paura. Conati di vomito. Tachicardia.

Mentre ascoltavo le parole della Maestra, di quelle con la m maiuscola, la mia laurea e formazione in diritti umani bruciavano come Giovanna d’Arco. Pezzi di dignità e Carta universale dei diritti urlavano contro il mio utero che aveva generato quella tipetta. Ho immaginato lo sguardo di quel bimbo di 3 anni che si è sentito rifiutare da una sconosciuta, poiché tale era nei primi giorni di scuola, il suo disagio, quella violenza gratuita ricevuta. Ho pianto. Tanto. Mi sono messa in discussione come persona, prima ancora che come madre. Mi sono interrogata. Ho preso il coraggio a denti stretti e sorriso sincero e ho parlato a mia figlia, poiché se era stata in grado, insieme agli altri gringos suoi pari, di emulare atteggiamenti negativi, allora poteva essere abile anche a generare qualcosa di positivo, a catena. Mi sono armata di pazienza. Le ho spiegato, con parole vere e non banali, semplici ma efficaci, la bellezza della diversità evidenziata persino dal colore della pelle. Che quel gesto aveva fatto soffrire un suo amico. Che bisognava rimediare a quell’ingiustificato dolore. Siamo andate immediatamente a comprare un oggettino. Una piccola cosa materiale ma tangibile, abbiamo sventolato bandiera bianca, segno e cicatrice di scuse.

Quella notte non ho dormito. Ho di nuovo pensato al cuore di quel bimbo. Poi ho portato Arya a scuola e ho atteso con ansia il risultato di quell’azione.

La bellezza aveva vinto. Le scuse,  sincere, capite. Il sorriso bianchissimo sulla pelle nere aveva azzerato tutti i colori perché solo la luce aveva illuminato tutto. Quel gesto aveva generato positività. E anche tutti i gringos companeros reticenti hanno abbassato il muro della diffidenza contro il diverso.

Ora, a metà anno scolastico,  in classe di Arya si parla di ricchezza culturale, di bellezza uguale unicità, di arte che non conosce barriere. Quel bimbo è uno dei compagni maggiormente nominati dalla tipetta borghese, con cui resta fino a tardi a giocare.

 Se non insegneremo ai nostri figli la bellezza della diversità, se eviteremo di invitare alle feste tutti i compagni facendo la selezione all’ingresso, se non ci libereremo dai luoghi comuni, se resteremo immobili di fronte ad una piccola “ingiustizia” quotidiana, se etichetteremo i compagni di scuola davanti ai nostri figli, se daremo risposte banali, se non approfondiremo, se prevarrà il “sono fatto così”, se insegneremo anche con gli esempi che la prevaricazione vince sempre, che fallire è abominevole, che il percorso deve essere uguale per tutti e chi sta indietro è un fesso, che per farsi valere occorre sgomitare ed essere forte, che il colore blu è dei maschi col pisellino mentre il rosa è delle femmine, che se si dimostra la debolezza sei frocio e ti fottono, meglio puttaniere che avere due papà; se il “pensa al tuo che il mio vale doppio”, se continueremo a non avere tempo e se perderemo tempo con  e per le cose che poi rinnegheremo, se il disinteresse verso argomenti sociali supera l’interesse verso il conveniente, se si elogia la furbizia e mai la volontà di chi ci riesce magari con poca intelligenza ma con tanto impegno, se non ci vergogneremo più, se non arrossiremo per bellezza o per pudore, se Lino Banfi all’Unesco ci rende “normali” e additeremo come il peggiore dei criminali un ragazzo che vorrebbe studiare, addirittura commettere la più cruenta delle azioni di laurearsi, divenire un plurilaureato; se dovremo nasconderci come estradati, a seconda del grado di cultura, se giustificheremo l’abdicazione alla cultura, e si badi bene, ho scritto cultura e non laurea come pezzo di carta, se parlare bene in italiano è roba da fricchettoni con il rolex, se parlare bene e scrivere correttamente in italiano e in una seconda lingua è perdita di tempo tanto paga papà, tanto le ossa te le fai sul lavoro, sottopagato e maltrattato, tanto vale non accomodare il tuo sedere sulla sedia:a pagare è l’approssimazione, in tutti i campi, in ogni settore.

Usque tandem ci imploreremo di restare umani Se non mettiamo a disposizione quel poco che abbiamo per condividerlo, che sia materiale e immateriale, se convenienza,  testa china, occhi digitali, mani fredde su schermo battono strette di mano e occhi profondi in grado di sentire l’altrui sguardo con cuore aperto, se la soluzione più semplice è la via che appare più interessante  al mio ego, se non abbiamo mai tempo, se non abbiamo il coraggio di scegliere da che parte stare, se scegliere è complicato, se tutto è a pagamento, se restiamo “al nostro posto” per paura di essere etichettati, se non lottiamo per abbattere le etichette, se non attribuiamo importanza al sentire dell’altro, se ci fermiamo alla forma, se ci fa comodo restare sull’uscio, se non coltiviamo i sentimenti  e i legami, se ci lasciamo immobilizzare e plagiare dalla paura costruita dall’alto,

se pensiamo che i nostri figli ci appartengano e li educhiamo come se non appartenessero anche ad una comunità, se continueremo ad essere tutto questo,

a morire nelle acque fredde e buie, senza scialuppa, saremo noi e i figli e i nipoti che abbiamo cresciuto con l’apatia del presente e privi di empatica condivisione della bellezza dell’animo che si congela come iceberg.

Buio.

Prendo una candela. Per fortuna sa di vaniglia.

15 Feb

Avrai vento tra i capelli.

Consiglio la lettura, ascoltando:

Il tuo respiro è una bizzarra e incantevole sorpresa, un per- sempre istantaneo che viaggia sul treno dell’irreale.

Hai visto come ci sorprende la vita? Sfacciata giocatrice di dadi con la morte, ha vinto lei, hai vinto tu, cinquantenne tutta cromata.

Usignolo pronto a morire.

Sei come la gatta che alberga sull’ uscio di casa, appollaiata sul tappeto senza timori di venir scacciata, zingara gitana dalle 7 vite, sei nata fenice, come racconta tua madre.

Mia nonna.

Tutti ti credevano morta ma sei venuta alla luce, testarda e prematura, fragile d’aspetto ma aquila nell’animo.

Ci siamo preparati una vita intera alla tua morte.

Ti bruci. Ci incendi. Esplodi. Saltiamo. Vedi la musica. Ascolti la danza dell’impossibile che diventa possibile e rinasci. E viviamo. In ogni fase. Lo fai da 50 anni.

Per i prossimi 50 anni, ti propongo una lista di “cose” che avrai, tu donna immortale, poiché  la nonna ha ragione, sempre ragione: ti danno per morta ma tu sei più viva tra i vivi che si fingono tali ma muoiono ogni istante nell’oblio dell’apatia della sopravvivenza.

Avrai l’alba più cupa, desolata, in cui i brividi svaniranno quando le scintille dei piedi gelidi riscalderanno il piumone troppo grande per te, laddove ti perderai tra i tuoi sogni interrotti da ricordi che ti squartano, ti accartocciano, ti strappano la carne, ma ti alzerai senza ferite aperte, senza sangue sgorgante, solo cicatrici che ti schiaffeggiano sull’ altare della quotidianità, così che nessuno possa accorgersi di nulla.

Ma quel nessuno non siamo noi. Quel nessuno è tutti. Tutti non siamo noi.

Avrai superficialità, inquietante cattiveria.

Avrai sguardi, occhi pietosi che impietosiscono.

La compassione è regale. La pietà è negli occhi deformanti di chi guarda. Di chi aspetta che l’altro, qualsiasi altro, porti la croce più grande della propria, così che possa finalmente sguazzare nel mare dell’ipocrisia.

Il nostro è un altro mare.

Tua nipote è figlia del vento e del mare. Quello cristallino, puro, trasparente nei giorni di tramontana, fermo e immobile, ma guerriero, arrabbiato e rabbioso in quelli di scirocco.

È quello il nostro mare.

E da esso ritornerai. Arya ti condurrà da lui. Sedute. Mano nella mano. Ad ascoltarlo.

Avrai solitudine.

Avrai porte chiuse.

Avrai indifferenza.

Avrai diffidenza.

Avrai il tempo che non c’è mai, nel momento in cui è necessario ci sia.

Avrai pillole da gustare come olive in un Martini.

Avrai freddo a luglio. La tua pelle si gonfierà. Avrai chili in più e chili in meno.

Avrai lacrime. Buio. Fallimenti. Cadute. Capelli nella vasca.

Avrai turbanti rosso fuoco, il tuo colore preferito, perché tu lo sai che non esistono né il bianco né il nero, persino quando il tunnel sembra impraticabile.

Sarai attraversata dalle gocce d’acqua rimaste in sospensione, dopo la tempesta, e sarai tu l’arcobaleno.

Avrai sonno e insonnia.

Avrai vaffanculo da regalare ma anche da ricevere.

Avrai subdole debolezze. Muscoli molluschi. Braccia inermi. Torace plastificato.

Potrai restare immobile.

Saremo noi le tue braccia. Custodiremo le tue ali. Le spolvereremo, faremo in modo che restino forti e libere.

Disinfetteremo le ferite, laverò il tuo sangue, tamponerò con delicatezza i tagli. Giorno dopo giorno. Medicazione dopo medicazione, il tuo dolore sarà incerottato, coperto, sterilizzato.

Avrai la nausea senza essere incinta.

Avrai giorni di inappetenza e giorni di bulimia.

Avrai chi ti comprerà il gelato a mezzanotte passata, in estate e in pieno e rigido inverno piovoso.

Avrai chi ti accompagnerà in aeroporto, in silenzio, quello che ti aspetti e speri.

Le parole sono spesso assordanti.

Avrai manie di persecuzione. Smania di perfezionismo.  Eccessivo ottimismo e iper-attività.

Avrai lentezza. Coperte sul divano. Specchi in cui riflettersi e riflettere, insieme, sul senso vero della bellezza.

Avrai giorni da donna.  Banali. Semplici. Litigi. Urla strazianti. Urla mute. Sogni infranti. Sogni in costruzione. Sogni altrui che diventano propri. Scelte. Sbagliate. Prese. Perse.  Egocentrismo.  Altruismo. Eccentrica visione del sé in versione nuda e cruda.

Avrai da dire Grazie. Avrai da scostarti. Sarai altro. Altrove. Sarai i luoghi che visiterai. Cambierai pelle ad ogni scoperta che aprirà il varco dinanzi a te, tu unica compagna di viaggio che hai scelto per trovarti e ritrovarti.

Avrai l’odore della gente che incontrerai. Lo sguardo dei bambini che accarezzerai, tu bimba tra i bimbi, piccola tra i grandi.

Avrai incertezze. Alture. Montagne. Valanghe. Noia.

Sarai etichetta, avrai etichette: ragazza madre, moglie bambina, capo-donna, venuta al mondo dopo il coma, guerriera contro la bestia, vedova, ancora guerriera.

Saremo il tuo scudo. Noi 5. Le tue polsiere. Le tue cavigliere. Fianco contro fianco. Saremo la tua memoria. La tua agenda. I tuoi paracolpi. La lampadina accesa di notte contro i mostri. La ragione per cui puoi decidere di mollare. La ragione per cui hai deciso di lottare. Il cuore. Saremo le tue mamme. Le tue suocere. Le migliori amiche. L’uomo che hai perso. L’uomo che avrai.

Avrai spalle su cui abbandonarti. Spalle che vengono da lontano, che fanno chilometri per viverti, anche solo per 24 ore, per rendere omaggio alla tua forza e debolezza insieme, per scrutarti nell’anima e farti capire che non si è mai soli, che forse ci fa comodo incolpare gli altri della loro poca comprensione e assenza, ma la verità è che siamo umani, incredibilmente umani, e viviamo la bellezza e l’inferno ogni minuto, ogni secondo e i tuoi 50 anni racchiudono l’incredibile certezza che la vita sia vita, banalmente vita a cui possiamo dare milioni di sensi compiuti se solo riuscissimo a non essere così pregni di rabbia, di sensi di colpa, di rancori e incompletezza.

Così ti auguro, mamma, piccola guerriera come ti appellano gli altri,

di prendere in mano il tuo presente. Tutto quanto. Le nostre ali ce le stiamo costruendo, pezzetto dopo pezzetto e non abbiamo più paura, di nulla, o in verità, abbiamo così tanta paura che non la sentiamo più.

Ora tocca a te.

Non avere più paura per noi. Non avere più rabbia. Sii l’imprenditrice del tuo essere. Del tuo corpo.

Rischia.

Punta tutto sul piatto del presente, perché:

Avrai chignon da pettinare.

Fiabe da leggere.

Tabelline da ripetere.

Perché a cui dare risposta. Cartoni animati da vedere, milioni e milioni di volte.

Confidenze da custodire. Lacrime da asciugare. Sorrisi da lucidare. Abiti da scegliere.

Abiti da provare. Avrai musica. Sarai musica. Avrai ninna nanne. Idee. Progetti. Avrai debiti. Avrai crediti. Avrai una tela bianca su cui dipingere. Avrai la tua adolescenza interrotta. Avrai tiramisù da preparare. Avrai l’onnipotenza. Avrai vento tra i capelli. Inanellati.

Non sarai speciale per le malattie che ti abitano.

Lo sarai per il fatto che avrai vissuto senza pensare che vivere una sola volta sia troppo poco, ma abbastanza, se avrai mantenuto le promesse, colto le opportunità, superato il dolore, accettato le sfide, cambiato il destino, svelato bugie, fatto danni, riparato i cocci.

Avrai l’immortalità.

Immortale è colui che si strappa il cuore, ne fa coriandoli e li sparge sull’ anima di chi ama incondizionatamente.

Immortale è la donna, ogni donna, che ha il diritto di lamentarsi.

Cinque infiniti e immensi minuti di perdincibaccomannaggialapuffettabuffadelpisoloinbruttitononcelafacciopiù,

superati i quali quel tempo è sprecato, come l’auto-palpazione con unguenti mistici che ci propiniamo 20 minuti prima che si apra la stagione dei costumi da bagno, illudendoci che la cellulite possa andare via e che sia applicato il filtro Chiara Ferragni.

Tempo sprecato. La cellulite è dietro. Ci viene il torcicollo a scrutarla.

La bellezza è avanti. Davanti. Dentro. Abbiamo l’immortalità.

Avremo l’immortalità. Come la mia mamma. Super figona di cinquantanni tutta cromata che tiene botta.

e come diceva quella stra figa di E. Roosevelt:

“ogni giorno, fai qualcosa che ti spaventa”

 

 

 

 

 

 

 

07 Mar

LA VITA DEGLI ALTRI

Mentre in Africa ogni giorno il leone si sveglia e sa che al suo posto c’è un minchione che mangia le gocciole quelle vere,

con più cacao e meno olio di palma, consapevole che per smaltirle, quelle gocciole, dovrà correre più di una gazzella, in Italia la divina rete,  gli indiavolati mass media ci forniscono, h24,  perle di saggezza e pillole di ansietà e nevrosi, grazie all’elargizione gratuita di titoloni da premio Oscar (quello con la busta sbagliata però, come tra LALALAND E MOONLIGHT). Totalmente indigenti, ci svegliamo ogni mattina con l’urgenza stringente, oltre che di rimuovere “le scame” dagli occhi (granelli macroscopici di cacchina giallo- verdolina, le quali trascorrerebbero volentieri l’intera giornata in nostra compagnia a meno di  ricorrere ad attrezzi agricoli) e procedere a passo di bradipo verso la caffeina, di informarci su quanto non abbia senso la nostra vita, trascorsa qui nel Paese della generazione perduta, di leggere quanto tempo stiamo perdendo a restare in una Nazione che non ci vuole, non ci rispetta, che gli altri, tutti gli altri, persino i bambini che impugnano un Ak 47 in Africa, hanno più coraggio di noi poveri sfigati e totalmente privi di eroismo e risolutezza, e via con articoli che esortano se non addirittura impongono a lasciare tutto e tutti, perché tanto non abbiamo né il tutto né conosciamo tutti e andare altrove, financo sulle 7 sorelle che la Terra ha scoperto di avere, ovunque ma non in Italia, non al Sud. E chissà, magari il team di astronomi è riuscito a osservare la presenza dei nuovi 7 pianeti proprio per evitare che altri salentini restino ancorati alle cozze aperte all’ampa sotto i piedi della statua di sant’Oronzo.

Siamo arrivati a valutare l’intelligenza di una persona sulla base dei km percorsi e sulla distanza che la divide dal posto in cui è nato e quello in cui vive. La mia, la nostra generazione sta proiettando fuori dal mondo della tv, la sfida a squadre in tutina tra bianchi e blu nella vita reale, irradiando di una luce oscura con macchie di sangue i giorni che passano, in una ormai consolidata e interminabile lotta intestina tra fratelli, amici, conterranei, connazionali, umani esseri che sono nati in questa terra nella buona e nella cattiva sorte.

 Al “come stai?” abbiamo sostituito il “dove sei ?”, in quale parte del globo ti trovi adesso per godere di una carriera alla Jordan Belfort (il lupo di Wall Street) o alla Carrie Bradshaw, in quante lingue mi risponderai e di quanti benefits mi narrerai? E alla domanda “un giorno ritornerai?” mi risponderai come la voce registrata dell’ ufficio ISTAT, con dati alla mano, che il PIL italiano non cresce, che la disoccupazione giovanile è da paura, che gli investimenti nella ricerca non superano il 2% contro la media dell’Ue, che le diseguaglianze sociali sono enormi e la meritocrazia quasi inesistente. Chi me lo farebbe fare? E tutto questo impugnando un pacco di friselle e uno di caffè Quarta, perché per quanti soldi avrai nella busta paga, a volte niente è più importante dell’odore che sa di mani forti di papà che avvita la moka e del sapore di pomodori appesi e raccolti da una mamma che profuma di olio e di salsa.

Le nostre opinioni su ciò che sia lodevole o meno, sono senza dubbio condizionate da numerose variabili che influenzano la vita, con annessi i pregiudizi e l’invidia sociale.

Adoro quei giornali o quegli opinionisti che dispensano saperi come noccioline agli scoiattoli, sulla generalizzata idea della mediocrità che ci sta avvelenando in Patria e della felicità imminente appena atterrati altrove.

A me piace pensare che la verità sia come l’uomo di Leonardo, unione simbolica tra arte e scienza, al centro, mai agli estremi.

Per mesi ho lasciato che i miei tormenti interiori prendessero il sopravvento, che domande sul dualismo partire/restare diventassero ossessione, poiché in fondo, se fuori c’è la luce e dentro si naviga a vista, è da scellerati restare su una barca destinata ad affondare.

Tuttavia, il punto è proprio questo. Siamo tutti sulla stessa barca e a volte anche chi si trova nella zona di poppa vorrebbe stare a prua e viceversa, poiché ci sono giorni in cui il sole luminoso può accecare e si desidera che le nuvole portino pioggia e a chi vede spesso la Luna, ricorda melanconicamente quel pallone infuocato che scalda gli animi. Poiché diciamocelo chiaramente. Siamo degli eterni insoddisfatti e tale frustrazione è endemica, è virulenta, è vecchia quanto lo sono Adamo ed Eva.

 I nostri genitori, eterni infelici anche loro,  innamorati perdutamente dei figli procreati, ci hanno quasi obbligati a ipotizzare un futuro, il nostro, uguale pari pari a quello dei cartoni animati che ingurgitavamo tra la fine degli anni 80 e metà dei 90, perché se puoi sognarlo, puoi anche farlo.

E la colpa non è loro, ovviamente e lo dico senza un filo di ironia.

 Timorosi che anche noi potessimo fare la loro stessa fine, chini a contare soldi, intrappolati in lavori sicuri, alcuni in giacca e cravatta, altri in scarpe antinfortunistiche, in cui bastava fare il concorsone per trasformarsi in fantozziane maschere,  8 ore di eterna libidine grazie alla quale hanno potuto generarci, ci hanno iniettato in vena aria di convinzione e fiducia illimitata sulle nostre capacità, ci hanno imboccato pillole di Supercalifragilistichespiralidoso e, seppur con incredibili sacrifici, hanno affittato un parcheggio a strisce blu per l’Università, dopo aver frequentato le “scuole alte”, ma “pure per la gente” che possa sempre “sciacquarsi la bocca”prima di pronunciare il nostro nome.

Nessun tipo di fallimento è stato messo in conto. Il termine mai contemplato. La ruota di Iva Zanicchi, per noi generazione de “il mistero della pietra azzurra”, avrebbe dovuto fermarsi sempre sul 100, con livelli di aspettativa lunghi dalle Alpi alla Ande e se qualcuno a metà gara, si fosse ritirato, una croce grande quanto tutto il corpo avrebbe dovuto trasportare, segnalato dalla freccia della sconfitta e sotto l’ascella il termometro per rilevare quanto sia alta la febbre della comparazione della propria vita con quella degli altri e pochi avrebbero retto al confronto, se le variabili in gioco sono studio, carriera, stile di vita, salute, amore, famiglia.

La vita degli altri.

Tra realtà quotidiana e realtà facebookiana il confine ormai è senza dubbio labile. E questo ci autorizza a galleggiare nell’assoluta individualità e approssimativa gestione delle relazioni con gli altri. Ci basta ciò che vediamo sullo schermo. Ci fa comodo immaginare che una foto pubblicata sia sinonimo di conoscenza di quella persona,  che qualche carattere scritto su sfondo colorato equivalga a considerare amicizia quello scambio di battute tra i commenti. E ci arroghiamo il diritto di ergerci a giudici delle scelte vere o apparenti di tutti gli altri, sulla base di presunte informazioni e pontifichiamo la giustezza e la fallacità delle decisioni di questo o quello,  liberandoci da tutto ciò che dovremmo o potremmo fare noi, durante la nostra di vita.

Così mi viene in mente John Stuart Mill, quando diceva che “la sola libertà che meriti questo nome è quella di perseguire il nostro bene a nostro modo, purchè non cerchiamo di privare gli altri del loro o li ostacoliamo nella loro ricerca”, perché gli “uomini traggono maggior vantaggio dal permettere a ciascuno di vivere come gli sembra meglio che dal costringerlo a vivere come sembra meglio agli altri”.

E io ho paura.

Ho paura che un giorno, Arya, possa essere più interessata a criticare e giudicare le scelte altrui rispetto a compiere azioni che possano permetterle di vivere nel bene e nel male la sua di vita.

Ho paura che un giorno, tu piccolo mostriciattolo dai mucci costanti, possa sguazzare nel mare della superficialità dei rapporti umani poiché credi di non poter perdere tempo,  popolata dai demoni dell’arroganza e dell’arrivismo.

Così, ecco alcune delle cose che voglio, pretendo ed esigo che tu riesca ad imparare:

– Ma ci sono sogni che probabilmente resteranno impolverati e altri che moriranno insieme a te. Non tutto ciò che si desidera si ha. Non tutto quello che credi tu possa diventare, diventerai. Niente è assoluto. Ricorda ogni istante della tua giornata che c’è sempre un qualcosa che dipende da mille variabili ed è per questo che, a volte, non riuscirai ad arrivare al traguardo. Ma per ogni premio perso, ci sono infiniti e piacevoli percorsi che avrai battuto.

-Socrate diceva che “chi non è soddisfatto di ciò che ha non sarebbe soddisfatto neppure se avesse ciò che desidera”.  Sii orgogliosa dei successi altrui, senza invidie. Non soffrire troppo per il molto che non hai, ma apprezza molto il poco che invece hai.

La vita è sempre buona con te. La tua essenza non è pari alla percezione che il resto del mondo ha di te. Non sarai mai quello che fai per guadagnarti da vivere. Non accontentare mai nessuno. Hai il diritto e il dovere di dare conto solo alla tua dignità e coscienza.

  • Non vivere in un limbo. Non credere che il presente sia maledetto. Così facendo stai solo anelando ad un futuro che essendo tale tarderà ad arrivare e ti perderai in un passato che non tornerà, dissolvendoti in ritmi spazio-temporali privi di senso, perché non esistono. Non avere fretta.
  •  disse qualcuno. I problemi che preoccupano i giovani che faranno capolino alla vita da adulti come te sono sostanzialmente simili a quelli che hanno lacerato la mia generazione e quella dei tuoi nonni. È la lente di ingrandimento che può differenziarti. Usa quella dell’impegno e del disinteresse e fa in modo che l’ansia non deformi l’immagine pura che potresti avere. Le difficoltà che incontrerai possono favorirti nel percorso. Ed è per tal motivo che ti auguro di avere molte delusioni, perché significa che tu avrai vissuto sul serio e avrai incontrato persone che non saranno state affatto buone con te. Non importa. Sii sempre gentile e generosa, anche quando ti chiederai se ne vale la pena.
  • Il peggior nemico che tu possa incontrare lungo il tuo cammino sei sempre tu. Quindi osserva la tua ombra, ti conosce bene.
  • Perditi
  • Perdi
  • Sii debole e sola. Vorrà dire che non hai timore a dialogare con il silenzio della tempestosa anima che dimora in te e ti perseguita spingendoti a rispondere a mille domande che tu stessa porrai. Come dice tuo padre, non esistono domande stupide, esistono solo risposte stupide.

 A volte è bello persino restare ignoranti su determinati aspetti della nostra esistenza. Ci rende liberi di pensare che il sole sorgerà ancora e ancora e così è e sarà per sempre.

  • Non capire tutto e subito. La scoperta è una tra le numerose eccitazioni che la vita ci offre, insieme all’arte.
  • Non vincere sempre. Avrai vinto in purezza quando capirai che stai sfiorando la felicità prima che ci saluti in un arrivederci e l’avrai apprezzata veramente.
  • Non rincorrere fino allo stremo la genialità ma non perdere quella che è propria della fanciullezza.
  • Non temere, c’è tanta bellezza e dignità anche in  un bruco.  Non ti obbligheremo a diventare farfalla e a volare se tu non lo vorrai. Se e quando ti sentirai fuori luogo, chiediti se non sia il luogo, piuttosto, ad essere estraneo da te. Ed è in quel senso di estraneità che potrai provare l’ebbrezza di morire e rinascere, mille e mille volte ancora, come quell’araba fenice che ci piace tanto.
  • Cercati tra le righe di un libro, ma al contempo scrivi di tuo pugno il romanzo della vita reale.
  • Preoccupati dell’opinione di chi ti circonda solo se è la tua dignità ad essere messa in discussione.
  • Almeno tu esci dal vicolo cieco di autodistruzione in cui noi grandi ci siamo inseriti.
  • Se a 5 anni mi dirai che vuoi fare la speleologa io crederò insieme a te che possa essere vero. Se a 20 ti accorgerai che quello non è più il sogno della tua vita e vorrai dimorare su un albero a cibarti di bacche di goji, io sarò al tuo fianco e crederò nel tuo impegno a realizzare ciò che tu desideri. Se a 40 anni sarai pronta ad abbracciare la felicità studiando per scrivere un nuovo capitolo della vita, ti chiederò di impegnarti così come hai fatto per tutto. Qualunque decisione tu abbia preso per il futuro, non attanagliare l’idea che hai di questa in una morsa senza fine, non intrappolarti nell’illusoria tendenza a fare solo una cosa e bene, perché così è che si fa. Sei autorizzata e incoraggiata a sottoporla ad un continuo esame e dovrai e potrai essere pronta a cambiarla se non risponde più ai tuoi desideri. Hai riconosciuto che tale cambiamento non è un fallimento ma l’accettazione meravigliosa che l’attitudine di un’età non risponde poi necessariamente alla completa realizzazione in un’altra e che la consapevolezza di ciò che provi dentro nel momento stesso in cui prendi una decisione ti porterà a non sentirti mai e dico mai sbagliata quando imboccherai un’altra strada, in un altro istante, in un altro capitolo. L’importante è che tu lo abbia voluto sinceramente, abbia messo tutto l’impegno che una scelta richiede, cuore e mente, sul filo dei valori che spero possano segnare sempre il tuo cammino.
  • Se le variabili di cui parliamo sempre ti ostacoleranno, impegnati ad aggiungere sempre vita ai giorni che non giorni alla vita, come diceva Rita, la scienziata italiana di cui ti parlerò. Anche in questo caso, potrai scorgere la felicità nelle cose più insignificanti agli occhi di molti . Così potrai amare qualcosa o qualcuno come nessun vocabolo riesca ad esprimere.
  • Sbaglia, sempre, ogni giorno. Gli errori sono stati creati per far sì che si possano prendere nuove decisioni e intraprendere un nuovo viaggio, fisico e metaforico. Gli errori non sono per forza degli sbagli. Non vuol dire che tu sia stata debole. Tutt’altro. Hai avuto e avrai l’onestà intellettuale grazie alla quale riconosci che sei cambiata. Nulla è costantemente uguale.
  • Non ti obbligherò a partire. Non ti obbligherò a restare. Mi auguro di metterti nelle condizioni di poter contare sempre su di me, materialmente e umanamente, così come tua nonna ha fatto con me, per cambiare mille vite e ancora altre.
  • Ascoltati.
  • Chiedi alle persone a cui vuoi bene, come stanno e aspettati risposte sincere. Non giudicarle. Non criticarle. Loro, se ti considerano amica, si aspettano solo di sentirsi coccolati, in qualsiasi parte del globo saranno.

Le vite degli altri... lasciamo che sia solo un film e facciamo in modo che, almeno i nostri figli, spezzino quella catena di invidia, gelosia, opportunismo, vittimismo stereotipato e ad ampio raggio che ci perseguita a torto o a ragione.

Ma forse, in fondo, a iniziare da me stessa, dovrei applicare i precetti che spero Arya legga un giorno e liberarmi dalla morsa della taranta, dai sensi di colpa e da insensati e incessanti aneliti di perfezione.