22 Feb

Al velluto illuminato dalla polvere di Apollo

Acqua salata.

Dicono che la cura per ogni cosa sia l’acqua salata: il sudore, le lacrime e il mare.

Mare.

E’ il ponte d’oro tra la mia tristezza e la mia gioia.

Per Calvino era un grande urlo azzurro.

Per me è seta fresca in primavera, il suono del verde smeraldo in estate e un fondo di caffè nelle bufere autunnali. E’ la mia biblioteca, la mia memoria, la mia grammatica, lingue straniere mai studiate.

Provocatore e Seduttore.

Oro e Argento.

Le mie ali e le mie radici.

Nostalgia.

Il naufragio dei pezzi della mia anima che le onde mi riporta indietro.

La mia rete.

Culla.

La superficie è un posto strano, affascinante e bellissimo a seconda delle ore del giorno e della notte.

E’ nella profondità che dorme la vera tempesta. Misterioso labirinto.

L’anima emana sempre un profumo particolare quando il corpo è a pezzi.

Per me il mare è la bussola. E’ una macchina del tempo che conserva lo spirito del bambino e conosce i tratti della nostra vecchiaia.

Benedizione.

E’ il diario dei segreti con la carta colorata e profumata alle rose, di giorni bruciati, inzuppati, maltrattati, vuoti come gusci.

E’ il rastrello sulla pelle.

Rifugio.

Il patio con l’albero di pesco piantato al centro del cuore.

D’estate trattengo il respiro, mi lascio irrigare e fiorisco ogni volta risalga in superficie all’ombra della boa.

Movimento. Coreografia inarrestabile.

Il mare in inverno è uno stop all’incrocio della pazienza.

E’ la fabbrica di colori, un cantiere persistente di memoria.

Le canzoni di un tempo shabby chic, quando la melodia era un abito elegante e proteggeva la tenerezza di chi, inaspettatamente,  sistemava i capelli dietro gli orecchi, al riparo dal vento.

Il valzer con giro armonico classico.

Puro jazz.

E’. verbo essere.

Tamburi.

Quando è in tempesta il maestrale gioca a fare l’arredatore d’interni degli abissi, sovvertendone la composizione e tutto si trasforma.

Mi piacciono le onde.

Arriccio le sopracciglia se le vedo d’estate.

In inverno, invece, rimandano alla foto di una comitiva che occupa il muretto del tuo quartiere, quella che ti aspetta sempre. Il tempo è scandito dalle canzoni registrate sul mangianastri, sul lato A e lato B dell’adolescenza.

Moltitudine nella solitudine che ti porti dietro come un’ombra e si siede accanto a te sugli scogli dalle mille forme e pendenze.

Onde.

Mi conquistano quelle che si nascondono, che si amano segretamente con tutta l’immensità che noi terrestri non possiamo concepire e che poi esplodono, giungono in superficie in solitaria, mai dimenticandosi  di aver formato un mondo che han chiamato Noi.

La più temeraria procede in apparenza narcisa e vanesia, ma sa che sarà raggiunta in una danza ottocentesca o in un walzer disegnato da Vettriano.

A tutelare l’incanto volano i guardiani gabbiani che dominano l’altezza, come scudi tra tutto ciò che è infinito e quel mantello di velluto che pennellano quando si presentano al cospetto del reale.

Lo sento sotto la pelle, nella gola, dentro lo stomaco.

Definitivamente.

Come tutte le cose che odorano di verità.

Le riconosci dall’intensità misteriosa.

E’ al suo cospetto che ricordo che non esista un tempo rubato.

E’ lì che rincorro un tempo dilatato in luoghi clandestini, luoghi-rifugio dove l’unica regola che valga è quella di provare a vivere facendosi del bene, con tutto il bene a disposizione, fuori da ogni vetrina sociale.

Come dice Lucio Dalla: “conosco un posto nel mio cuore dove tira sempre il vento e basta sedersi e ascoltare”.

Concedere.

Concedersi un tempo antico senza che le cose si consumino. Ci consumino.

Immagini di cui mi cibo. La parola ci fa rischiare e nel momento in cui la pronunciamo, dopo averla pensata e sillabata sulle vene, ci mette a nudo, come il bisogno di un neonato. Quando sono al mare non fuggo più da ciò che mi ferisce, perché è nelle crepe delle ferite che la pelle si rigenera, bagnata dall’acqua salata.

E’ come quando danzo. Sentire di essere cuore. Dappertutto.

Ogni volta è un quadro diverso e mi ci tuffo come nei dipinti di Mary Poppins.

Da piccola ero una privilegiata. Avevo due case sullo ionio, a Porto Cesareo. Nella casa dei nonni paterni trascorrevo l’intero mese di luglio e gran parte di agosto. Un grande dondolo illuminato dalla luce del sole a est mi accoglieva ogni estate, facendosi ogni anno sempre più piccolo. Sento ancora l’odore della stoffa accecata dal Dio Apollo che combatteva contro le forze dell’umidità. Odore di salsedine al fuoco.

Negli orecchi il tempo scandito dalle cicale e dal cigolìo degli ingranaggi da oliare, cui avrebbe pensato il nonno.

Con la guancia destra scavata nel cuscino dal bottone bollente e un piede penzoloni, osservavo il mio mondo con un solo occhio, dal basso, mentre Briciola, lo yorkshire dal codino alla Roby Baggio sulla fronte, stanava i ricci di terra e le lucertole che si intrufolavano in casa. E’ lì che ho scoperto di amare le cose fragili, quelle che lo sono solo in apparenza. Come i fiori di cera che abbracciavano il muro di fronte al dondolo.

Tenerezza.

Fragilità esplosiva di pulsione di vita. La bellezza era custodita nel secchiello pieno di acqua putrida e paguri. Non hai debiti e forse neppure crediti. Ricevi tutto senza sensi di colpa. Barattavi un ultimo posto in doccia pur di trattenere sulla pelle i merletti di sale, per non lavare via i ricami della felicità.

Doccia fredda.

Bellezza.

Onomatopeico sinonimo di felicità e di mare. Lavarsi era un rito. Una pratica da compiere in squadra, con le taniche di acqua potabile lasciate al sole a riscaldarsi.

Ricordi di odore di basilico che si tuffava nella salsa quando ancora la tua bava inumidiva il cuscino del letto.

Colazioni in pigiama al sapore di merendine comprate dal bagagliaio di un furgone-  just eat ante litteram, mentre speri che il tuo costume preferito abbia avuto il tempo di asciugarsi.

Quante volte l’ho indossato ancora umido e freddo, slegato dalle mollette della rete del terrazzo ancora non assolato.

La malinconia è subdola come un taglio con la carta. Non immagineresti mai che un oggetto così puro e sottile possa tramutarsi in una lama infuocata.

E’ sangue, carne e resistenza. E’ coraggio del sentirsi. E’ coraggio della retorica.

Sugli scogli, davanti al velluto illuminato dalla polvere di Apollo, mi congedo dalla persona che ero e lo uso per ripensarmi, per osservarmi e osservare il mondo che amo follemente, nonostante tutto.

Tutto.

Szymborska scriveva che tutto è una parola sfrontata e gonfia di boria. Andrebbe scritta tra virgolette. Finge di non tralasciare nulla, di concentrare, includere, contenere e avere. E invece è soltanto un brandello di bufera.

Il mondo che io amo è fatto da cose che sono talmente evidenti che mai nessuno prova a considerare.

E’ fatto da molteplici orologi che segnano tempi differenti con lancette a 3 dimensioni. Se saremo in grado di osservarle, allora potremo vivere non solo il tempo in cui viviamo, ma anche quello dei pensieri di persone vissute prima di noi, che hanno salvaguardato la bellezza, lasciandoci un mosaico immortale.

L’acqua ha memoria. Questo l’ho imparato una sera grazie al saggio Olaf e alla regina Elsa e Anna di Frozen.

L’acqua è quel vhs che vorresti non si logorasse mai. Come se i coriandoli della tua memoria fossero lì in quel nastro.  Casa.

Quando torni sulla terraferma, alla civiltà della città, trasportando granelli di sabbia tra le dita dei piedi e ti capita di passare la lingua sulla bocca, ti accorgi che al mare non vai solo per cercare qualcuno o qualcosa ma per imparare a conoscere una persona importante e quella sei tu.  E’ tutto rimescolato e riordinato. Ordine e caos. Armonia.

Non è mai troppo tardi per riempire le tasche di conchiglie e, nonostante il loro peso, concedersi di danzare sulle onde e sentirsi tempesta nella profondità.

Passioni.

Se ne abbiamo più di una allora siamo invincibili; è  la nostra più potente armatura nel momento in cui un virus deciderà di sovvertire l’ordine mondiale delle cose.

Le passioni sono  i tatuaggi sullo strato invisibile dell’epidermide, la mano delicata che scava  contro le macerie dei terremoti interiori, la guancia calda che coccola la tua nelle giornate gelide.

Nell’anima nessuno comanda. Lei resta dove si incanta. Pessoa aveva ragione.

E allora sono qui, sullo scoglio che ha segnato la mia pelle e chiudo gli occhi.

Sono viva.

24 Dic

Adda’ passà a nuttata!

Sono le 15.20 del 24 dicembre del duemilaventi. Sono davanti al pc e scrivo.

Fine.

Basterebbe questa frase per comprendere la portata rivoluzionaria di questo Natale in un mondo pandemico.

A quest’ora, in un anno qualunque, da quando ho memoria e contezza della realtà delle cose che accadono intorno a me, al di fuori dell’ immaginaria storia che scrivo nella mia testolina in modo parallelo a quella che vivo, a quest’ora dicevamo,  la regina Madre avrebbe già dato di matto.

La follia si evince da evidenti tratti distintivi: tono di voce superiore di  3 ottave, patologica ossessione che il cibo non possa bastare mai, così forte da obbligare una persona a turno a indossare un cappotto per essere pronta a entrare in un supermercato e salvare il cenone dalla triste e misera inedia; si sceglie accuratamente la tovaglia, che poi è sempre la stessa da saecula saeculorum e quando lo si fa notare, gli occhi della Regina Madre da verdi si trasformano in rosso focara di Sant’Antonio con tanto di strozzato pianto interiore e lapalissiana tendenza a farti ricordare che il tavolo di casa non è “normale” (che manco un pezzo di legno lungo sul quale mangiamo poteva esserlo a casa nostra) e trovare pezzi di stoffa che possano coprirlo non è semplice. Mutismo. Selettivo.

Vai avanti e procedi nel tuo compito assegnato.

Sì, perché il Natale a casa mia è rigorosa e meticolosa osservanza di riti apotropaici, la cui preparazione viene decisa durante l’ultimo boccone dell’ultimo piatto mangiato durante la festa di Sant’Oronzo il 26 agosto. La festa dell’Immacolata è un test. Un rodaggio di resistenza e resilienza, un esame a cui non puoi e non devi essere bocciato.

Prima dell’era “gruppi di whatsapp”, la regina Madre coadiuvata dalla Regina Madre Superiore, inizia il tour telefonico, tipo chiamata alle armi insomma, in cui si apre la prima fase:

Fase1: riunione telefonica per decidere la riunione per decidere il chi, il come e il quanto, perché per fortuna il quando, ce l’ha già imposto gesù bambino. Parola chiave: decisione!

Fase2: riunione “In presenza”. E’ la fase più divertente ma anche patologica che possa esistere. Il consiglio dei Ministri, per stilare i vari Dpcm di questo meraviglioso anno, ha chiesto l’aiuto da casa componendo il prefisso 0832, con tanto di chiacchierate in dialetto con la promessa di un pacco da giù. Muniti di quaderni, penne ed evidenziatori, le “femmine” delle varie casate danno vita a dolci melodie pennute, mentre i “maschi” si accasciano sui divani intimando di svegliarli appena tutto sarà finito e per tutto si intende il rientro dalla Befana. Si vola alto. Altissimo. Che il Natale non è mica una domenica bestiale qualunque. Ormai siamo abituati a mangiar da Cracco grazie a MasterChef e fare dolci che Igino levati proprio. Ed ecco che entra in gioco la politica. Il partito della tradizione vs il partito dell’innovazione. Il primo, capitanato dalla Regina Madre Superiore, è teatro puro. Commedia dell’arte. Napoli ricorda ancora la sua performance migliore. Il plot? Si punta alla compassione e ai sensi di colpa sui più giovani, iniettando in vena il farmaco della memoria. E’ di fondamentale importanza scrivere ed evidenziare sul quaderno che si potranno pure creare piatti gourmet, ma bisogna passare sul cadavere della Regina Madre Superiore se non le si lascia l’onore e l’onere di pensare ai soli 300 piatti della tradizione culinaria leccese dei giorni in rosso natalizio. Il partito dell’innovazione ci prova. Le nobil-donne delle casate non si arrendono, attingendo a tutte le fonti di creatività. Si guardano negli occhi, scrutano il nemico, in un misto di paura, mistero e ammirazione. Annotano le idee.

Fase 3: divisione dei compiti, moltiplicati per i giorni di festa. La dimora della Regina Madre è una costante che non può e non deve diventare variabile, pena una pandemia devastante. Ah, questa è un’altra storia.

Spoiler- sui 300 piatti della tradizione, la Regina Madre Superiore con l’aiuto del Padre di colui che si festeggia nella mangiatoia, attua la moltiplicazione dei pani e dei pesci e non si sa mai bene come, il bagagliaio sforna teglie che Mary Poppins è entrata in analisi dopo aver osservato la maestria della suddetta.

Il Natale a casa mia è sempre stata una tragicommedia. Abbondanza. Rumore. Discussioni lunghe 3 giorni, messe in pausa e poi riaperte per altri 3 giorni. Quantità.  Abitudini. Le cose che restano sempre intatte. Parole che sai già quando saranno pronunciate. Risate fragorose che fanno male le costole. Come quella volta che si decide di prendere un vestito di Babbo Natale in prestito da un amico salumiere. Era come indossare caciocavallo e salame ungherese. Risate che restano immortali.

E poi ci sono gli odori. Io le ho testate le fragranze delle nuove candele limited edition Natale 2020 o le creme corpo create dagli elfi. Ma mai nessuno riuscirà a imbottigliare quella magia olfattiva che ti pizzica e stuzzica mentre studi, china sui libri, incosciente e pronta a illuderti di cambiare il mondo. Mentre niente e nessuno può distrarti dalla secchionitudine, una squadra di donne in cucina scrive la storia dell’eterno. Buccia di mandarino e olio bollente e nota alcolica che abbraccia un tenero pan di spagna. Mandorle che diventano pasta e si trasformano in pesce dall’occhio di cioccolata e colorati zuccherini che nessuno mai mangerà, adagiati sul piatto di portata, rigorosamente scansati e per sempre incollati dal miele del pucceddruzzo.

Darei indietro tutti i miei esami universitari pur di sentire ancora quell’odore che invadeva casa per giorni, intrappolato in ogni fessura e sugli abiti del giorno prima. E tu sei felice, nel frattempo. Come dice il buon Tabucchi, le persone possono essere felici nei loro frattempi.

Quella squadra di donne capitanata dalla Regina Madre Superiore è la condivisione ante-facebook. La storia di instagram prima che fosse creato. Testimonianza. Mani che toccano e bocche che parlano per raccontare, perché sia fatta la storia, La storia, dei ricordi vissuti occhi dentro occhi. L’assaggio è obbligatorio, pena la morte, quasi. E si canta. Anche quando le ferite sono ancora sanguinanti, anche quando la morte ha spalancato tutte le porte facendo volare pezzi di noi, anche quando le rughe diventano sempre più belle e le cartilagini più deboli, si canta per esorcizzare la paura, per ribadire che siamo vivi per i vivi e per chi quel vento se l’è portato via.

La regina Madre Superiore canta di continuo. Ininterrottamente. O parla o canta e a volte riesce a farlo anche in simultanea. La tv è accesa h24. Ha bisogno di non sentirsi sola. Mai.

 Da Nilla Pizzi a Renato Zero, da Paolo Conte a Iva Zanicchi nella versione pre centoooo centoooo centooo. Mi stringeva il mignolino nella sua 126 bianca in cui entravamo in 6 e mentre cambiava la marcia della macchina, cambiava anche canzone. Sicurezza. Erano momenti di vita quotidiana, sempre gli stessi, momenti che ti facevano sentire parte di un cosmo che ti voleva, che ti stringeva il mignolino con le sue certezze, perché ci sarà sempre qualcuno che se ti ama ti chiede se hai mangiato e ti canta una canzone al telefono e io quei momenti li ho vissuti sul serio, non erano un sogno, li ho fatti miei, sono miei e la vita è meravigliosa, malinconica e allegra al tempo di un cambio di una marcia di auto.

A casa mia, Natale significa-(va) spettacolo. Un anno ci ho persino comprato la colazione con il cachet diviso con i debuttanti della cuginanza srl. Che a noi ci piace ridere assaje. Prendendoci in giro. Ironia.  Bellezza.

Sono certa che questa parola così pregnante e importante per me provenga da quei giorni che profumano di mandarino e cannella. L’ho respirata, sfiorata, fuori tempo e senza tempo.

Attese lunghe una cotta di frittura. Cura.

In questo tempo sospeso e che mai avremo indietro, penso ad Arya.

Vorrei donarle pezzi di storia che ho avuto la fortuna di scrivere e vivere. Vorrei consegnarle in dono la spensieratezza, la presunzione, la “moltezza” dei giorni dei Natali passati, di quando i pensieri sono sempre stati pesanti ma la leggerezza calviniana era più coraggiosa. I nostri figli sono fortunati. Questo è da scrivere a caratteri cubitali. Nonostante tutto. Crediamo siano così immensamente fragili che proviamo a disegnare per loro un mondo un cui non esista il “nemico”, in qualsiasi forma e sembianza possa svelarsi.

Io ci provo, sul serio. A parlarle di un mondo di persone che possano fidarsi vicendevolmente, in cui gli errori sono ammessi e il perdono è il più audace tra i doni. Ci proviamo a mostrarle la strada della paura. Che si può percorrere, tutta quanta. Che la perfezione è da scarabocchiare e che si deve cadere per sentirsi parte di un tutto che è colorato. In un attimo di lucidità, realizzo che io sia stata una piccola coccinella che ha permesso di trasportarla da noi e che non mi appartiene. Vorrei insegnarle il potere della risata. Farle sentire il suo fragore ed educarla a riconoscerlo. La risata che rende magico un momento. Quella che viene dalle vene. Ma anche la bellezza nascosta dietro una lacrima scaturita da un’emozione.

Natale, per esempio, è il periodo dell’anno in cui piango di più. Lacrime in cui dimora una gigantesca forza che mi spinge a sentirmi viva. Caos emotivo. Confusione. Presenza. Assenza.

E’ nella perdita che si trovano cose inaspettate. E’ nella confusione che si varcano i confini di spazi impolverati e dimenticati.

A Natale mi metto sempre un po’ in discussione. Molto spesso resto delusa ma non importa. Significa che ho vissuto sul serio. Pianificare fa rima con odiare, se stessi e la possibilità della scoperta di nuovi orizzonti. Andare in frantumi.

Il venti –venti ha accelerato questa operazione-rivoluzione interiore.

Ho lentamente imparato a evitare di riflettere la mia immagine nello stagno con l’acqua gettata dalle etichette degli altri. Eccesso.

Ci hanno insegnato che la fragilità è una colpa,

invece spesso le cose più belle dell’esistenza

sono fragili, vanno protette

e allora anche al perdere

diamogli un’accezione bella.

Come perdere i pregiudizi.

Oppure quando capita di perdersi

in una città nuova

e per conoscerla ci affidiamo a uno sconosciuto.

Perdere, perdersi, per comprendere meglio.”

(Ezio Bosso)

Il mio desiderio, in questo atipico e fuori-luogo periodo natalizio, è quello di educare mia figlia alla consapevolezza. Quella che ti fa agire senza dover piacere a tutti ma con l’innata sensibilità di provare empatia per la felicità o il dolore altrui e poter fare qualcosa, se necessario. Riconoscere la strada interrotta dalla sofferenza e averne cura e rispetto, per sé e per gli altri. Quel rispetto che ho visto massacrato da ogni forma di sgradevole e illusoria onnipotenza umana, di chi pensa di sfidare la sorte, di chi “meglio vivo e vissuto oggi che morto chissà quando” fanculo il covid faccio quello che voglio”.

E’ che facciamo più caso alla pioggia che ci bagna, ci sporca e ci rende tristi, restando intrappolati, con la testa bassa, infastiditi dalla pozzanghera, ma il colore del cielo quando piove, lo conosciamo sul serio?

Dovremmo trattare le parole piene di odio come i cuochi usano le spezie e quelle piene di amore sincero come lo sguardo degli astronauti in orbita.

Ri-conoscere. Conoscere nuovamente l’importanza dell’assenza che si fa presenza. La mancanza. Persino di tutto quel sub-strato natalizio che ci infastidiva, procurandoci un’orticaria che durava il tempo di una vacanza. La mancanza. Di rituali, intrecci e incastri di incontri e scontri. Di quando “si scendeva” dal norde e la prima domanda, appena sbarcati sulla luna salento era: emmmoh quando ve ne andate?

Amicizia. Di quando, se volevi trovare un amico “emigrato”, sapevi che c’era un luogo, certo e comprovato da anni di statistiche accurate: il caffè letterario( si chiama caffè letterario ma io, in anni e anni di onorata carriera,in qualità di  amica di persone che lo hanno frequentato, non ho mai visto nessuno bere quella bevanda in tazzina).

La mancanza. Degli auguri porta-a-porta che Vespa levati proprio, città-periferia-paese. Che ti ci devi sedere per forza a tavola, dopo aver mangiato l’equivalente in lunghezza dei lavori per la Salerno- Reggio Calabria e non puoi rifiutare, mai dire di No ad una mamma-zia-nonna dei tuoi amici, con l’imbarazzante momento sguardo-pietà che si scioglie solo dopo i primi sorsi dell’ennesimo caffè della giornata e il piatto di dolce fatto in casa aperto proprio per l’occasione. In pochi secondi ti chiedi il motivo che ti ha portato a non chiedere al tuo amico di incontrarti sulla tangenziale, ma poi, osservi la rughetta che l’anno prima non solcava il viso della mamma, ascolti i racconti della lontananza o gli emblematici eventi che hanno scandito il tempo passato.

Ed è in quel momento, tra presepi e alberi di natale scintillanti e a volte imbarazzanti, che sospiri e ti immergi nell’aria che sa di certezze.

Le piccole cose. I cerotti sulle ferite della propria solitudine, gli evidenziatori, i fari sulle persone che restano. Sono proprio loro i luoghi dove fermare la nostra frenesia e incontrare la nostra anima.

Quelle persone che odorano di Natale, tutto l’anno.

E allora va bene così. Non ci sarà nulla di quel magnifico caos nel quale sguazzavo ogni Natale. Ma ci siamo. Siamo qui. Tutti o quasi tutti.

Vivi, nonostante tutto!

Buon Natale. Addà passà a nuttata.

23 Set

“Al tempo…signore distratto”

Ci abbiamo davvero provato? Ad essere migliori intendo.

Non parlo della bontà del genere umano in quanto tale, della correttezza di una comunità di persone che hanno dovuto indossare guanti e mascherina e salutarsi con il gomito. Ci abbiamo davvero provato a scendere dall’Olimpo della nostra individuale esistenza e a metterci al servizio delle reali esigenze? In fondo,  bramiamo tutti di essere visti da qualcuno, persino i più timorosi introversi sognano che qualche sguardo si posi delicatamente come piuma, solleticandone l’esistenza. Sentirsi toccati dagli occhi. Ci abbiamo davvero provato a sfidare ogni giorno il nostro destino con l’umiltà di chi sa di essere ad ogni costo fortunato?

 Ci abbiamo provato ad avere paura e a raccontarcela?

«Non devi mai dire che hai paura, piccola Samia. Mai. Altrimenti le cose di cui hai paura si credono grandi e pensano di poterti vincere.»

L’ho letto in un libro dalla copertina color pastello che profuma di campo in primavera, il frinire delle cicale in lontananza, mentre le farfalle vanitose si mettono in posa. La delicatezza dell’immagine in copertina confonde il lettore. Lo accarezza e poi lo prende a schiaffi dopo aver tolto l’ àncora e iniziato a navigare tra le parole di Giuseppe Catozzella, lo scrittore Premio Strega, che ha dipinto con la sua penna il quadro di NON DIRMI CHE HAI PAURA, la storia della piccola somala Samia Yusuf Omar. E’ la vita di chi, con gambe magrissime e piedi veloci , voleva dare senso alla verità tumultuosa dei sogni, oltre la guerra del suo Paese, al di là della estrema povertà. La storia di una ragazza nata per correre durante la crudeltà della guerra civile a Mogadiscio, tra clan ed etnie. Correre è un bisogno. Un’esigenza e urgenza di riscatto, come donna, come simbolo del suo Paese martoriato. A soli 17 anni è riuscita a partecipare alle Olimpiadi di Pechino del 2008, correndo i 200 metri in 32 secondi e 16 primi, realizzando l’ultimo tempo di tutte le batterie.

“Ho tagliato il traguardo quasi dieci secondi dopo la prima, Veronica Campbell-Brown – si legge nel libro – Dieci secondi, un’infinità. Non ho provato vergogna, in ogni caso. Solo un forte senso di orgoglio per il mio paese. Istantaneo, appena passata la linea del traguardo. La gente ha continuato ad applaudire”.

Dopo Pechino, Londra. Era lì che voleva arrivare. Alle Olimpiadi del 2012.

È suo padre che la incoraggia a diventare un simbolo di speranza e di liberazione per le donne somale.  “Vincere per me, vincere per dimostrare a me e a tutti gli altri che la guerra poteva fermare alcune cose ma non tutto, vincere per fare felici aabe e hooyo”.

La libertà costa sempre troppo quando ci sono degli “ismi” di mezzo. Gli integralisti prendono il sopravvento  e  Samia, ormai orfana, si rende conto che ha solo un’opportunità per inseguire i suoi sogni: fuggire.

Fuggire per la libertà.

“Ma il destino con me poteva scegliere di fare quello che voleva. Io sapevo benissimo dove volevo arrivare. Il vento, con il mio magro corpo, ha sempre avuto vita dura. Sono io che l’ho sempre mosso, al mio passaggio. Sono io che ho imparato ad usarlo come spinta dietro la schiena, per farmi volare”.

Il viaggio verso la libertà è lungo ottomila chilometri fino ad arrivare al mare “dei migranti”,  quello nostro.

Non dire che hai paura, Samia. Glielo sussurrava con fermezza il papà.

Voglio pensare che il suono di quelle parole abbiano cullato la piccola atleta durante l’infernale viaggio.

Ma, mentre leggevo,  immobile e testa china su quelle pietre nello stomaco, avrei voluto acconciare i capelli di Samia, spettinati dal vento, sistemarli dietro le orecchie con una mollettina colorata,  come faccio con Arya, e dolcemente stringerle la mano, sulla quale avrei scritto con un dito senza inchiostro, lettera dopo lettera:

   v  a  b e n e  s e  h a i  P a u r a.  P u o i.

Le mancava l’aria persino per i sogni.

 Puoi dirlo che hai paura piccolo cerbiatto dalle gambe lunghissime. Paura di deludere te stessa e le persone che ti amano. Per una volta non sentirti invulnerabile, invincibile. Puoi sentire il peso della tua fragilità e della tua angoscia. Puoi pensare di aver fallito o di aver sbagliato tutto. Il tuo sogno non sarà meno potente e tu non sarai meno Samia. Ci si può guardare allo specchio e non riconoscere l’immagine che si ha di fronte.

Si può dare un nome alle ombre nere cucite sotto i talloni della nostra esistenza.

Corri, Samia, corri come se non dovessi arrivare in nessun posto…

Vivi, Samia, vivi come se tutto fosse un miracolo! Quel miracolo sei stata tu.

Ammettere di avere paura è un atto di coraggio e di amore. Provare ad alzare la polvere magica dei sogni per sentirsi vivi è da super eroi senza mantello e senza maschera in questo mondo indaffarato e inconcludente.

La stessa paura che non ha bloccato Willy. La paura non ha vinto sull’egoismo, non ha avuto la meglio sull’indifferenza e sull’individualismo. Willy ha gettato la fune. Architetto di un ponte tra la solidarietà e l’odio, tra chi agisce mosso dall’amore e chi resta a guardare, non per paura ma per atavica superficialità.

Sì, un ponte.

Fare finta che non esistano decadenza, dispersione, rassegnazione, la semplificazione dei contesti, l’ignoranza della troppa informazione determina la costruzione di un acquario di plastica in cui nuotano pesci giganteschi. Prima o poi la base non riuscirà a reggere il peso e inonderà tutta la casa.

Fino a quando sarà sempre colpa del “cattivo”, del “diverso”, del “violento”, dell'”estremo”, ci troveremo assolti e sollevati dalla responsabilità individuale, sentendo queste “tragedie” come lontane da noi, storditi alla visione del servizio giornalistico in tv nel nostro rifugio personale, in fondo serenamente consapevoli che dimenticheremo anche questa volta.

 Fino a quando le parole suoneranno una musica che si sente solo in lontananza, fino a quando concetti su cui si basa il vivere umano resteranno catalogati come distanti, assenti, alieni, separati dalla realtà e delegati ai capri espiatori altrettanto imprecisi, saremo sempre più smarriti e impotenti e ci farà comodo.

Il VUOTO.

E allora per evitare di inciampare nel bandolo della matassa infinita delle colpe altrui, mi prendo io la colpa. Inizio da me. Come donna. Come mamma. Come moglie. Come amica. Come sorella.

Perché diversità, uguaglianza, mutuo soccorso, solidarietà, non sono confutabili. Non sono neve al sole.

Se smettessimo di pensare a loro come ideali, come prerogativa di una cosa troppo grande rispetto a noi piccoli individui; se la finissimo di giustificarci contro lo Stato, questo strano mostro a mille teste che non ci aiuta e la società chetelodicoafare mancopennienteh, allora potremmo fare un buon uso del nostro essere “persone”.

Da dove si inizia? da quella bizzarra composizione che chiamiamo famiglia, nella più complessa e colorata accezione che si possa concepire.

Si potrebbe iniziare a parlare. A parlarci.

Si potrebbe iniziare a raccontare ai nostri figli che andare a scuola non libera i genitori dalla presenza fastidiosa dei piccoli, scuola come sinonimo di parcheggio socialmente accettabile. Si potrebbe iniziare a imparare per primi e poi provare a insegnare ai nostri figli che le maestre o i maestri sono i custodi del cervello dei propri alunni, giardinieri dei loro pensieri, guerrieri di fede perché credono o meglio,  dovrebbero credere nella diversa capacità e particolare talento di ognuno e come tali, come persone prima e come professionisti poi, vanno rispettati.

Rispetto.

C’è vuoto di rispetto.  Vuoto di comprensione.  Vuoto di esempi.

Si potrebbe iniziare a insegnare che i colori sono universali. Sono i gusti ad essere particolari.

Se riuscissimo a spiegare con semplicità e verità che maschi e femmine non devono odiarsi, che non esistono privilegi per il fatto di appartenere ad un cromosoma, che gli errori così come la bravura appartengono al singolo individuo e alla sua azione e che i giudizi sono bombe che mutilano, etichette waterproof che definiranno la personalità e le scelte future, allora potremmo sperare di avere figli meno arroganti, di esserlo noi per primi. Mi rifiuto di educare mia figlia alla lotta per la sopravvivenza. Al principio filosofico hobbesiano per cui l’uomo è lupo per l’altro uomo, per cui la natura umana è fondamentalmente egoistica e saremmo spinti soltanto da un innato istinto di sopraffazione.

Mi ribello all’idea che ci sia costantemente un nemico da abbattere.

Sotto assedio.

Difesa. Attacco.

Se ci fosse un master di quinto livello supersayan per la trasformazione del genere umano in umano essere dotato di empatia e gentilezza, le aule dovrebbero essere stracolme.

Empatia.

Gentilezza.

Attenzione.

Sguardo.

La cosa più nobile che dovremmo insegnare a chi abbiamo avuto la fortuna di mettere al mondo è la capacità di guardare negli occhi, di osservare cosa stia accadendo fuori dal nostro microcosmo personale e sentirci parte della diversità che è bellezza.

Mi oppongo al giudizio e al pregiudizio di chi etichetta la sensibilità come debolezza.

Voglio e pretendo attenzione, da donare e da ricevere. Relegare i sospiri generosi e le mani che si stringono o le spalline che sostengono visi tristi ad aliene minoranze da bandire.

Essere attenti ai fiori di campo, quelli irriducibili, delicatissimi allo sguardo ma talmente potenti da riuscire a fiorire tra le fessure di un tombino o ai bordi dei marciapiedi, essere attenti a non calpestarli.

Essere attenti alle parole che si usano, che possono essere piedi che percuotono anime.

Essere attenti alle distrazioni degli altri; agli abissi che uno si porta dentro; essere attenti alla poesia e non provarne vergogna.

Considerare le cose belle del mondo. Quelle belle vere.

Siamo bravissimi a svincolarci sempre dalle cose che ci riscaldano. Stiamo lì, come irriducibili ragionieri pronti ad annotare sul file excel dell’esistenza le sciagure che sbucano nel nostro io.

Abbiamo tutti un dono che non va sfumato sulla carta carbone della vita.

Su un treno regionale veloce Torino-Milano, il mio sguardo e il mio pezzo di cuore si sono abbandonati alla bellezza di un papà non vedente che veniva accompagnato da un bimbo che avrà avuto più o meno l’età di Arya. Erano la cappella Sistina insieme,  quei due. Saliti ad un paio di fermate successive alla mia, le più affollate e dispersive. Lo gnometto era un abile capitano che fiero e indomito attraversava il corridoio in tempesta e portava in salvo il suo grande esploratore. La sua immagine, per me, è stato l’emblema di quanto serva spostarsi dalla piastrella in cui siamo per avere una visione completa, la messa a fuoco su alcuni dettagli fondamentali del nostro vivere. Erri De Luca scrive che “mantenersi” resta il suo verbo preferito. Tenersi per mano, tenersi stretti. Sorreggere pezzi dell’altro, senza parlare, con un tocco.

Nei periodi di totale oscurità scegliamo gli occhi che possano guidarci.

Provare ancora stupore. Di quando lo scirocco improvvisamente ti raggiunge sotto al viale di pini, ti beffa sollevando la gonna del tuo vestito e provi una gioia inaspettata, un imprevisto che non punge ma solletica.

Vorrei provare ad insegnare a mia figlia a sentirsi fragile. Abbiamo sempre paura di mostrarci fragili e invece è il salvagente dell’ umanità. Ciò che ci fa restare immensamente bambini.

Il mondo ripudia il tempo perso a provare dolore o a restare in silenzio e sentire il frastuono dei brutti pensieri.

Fragilità! Non è un sinonimo di friabilità. Non siamo biscotti friabili che si sbriciolano sotto il peso di paure ataviche. C’è tanta bellezza nelle cose fragili. Ci sono ancora persone che annusano le pagine dei libri appena acquistati e saltellano per aver scartato un regalo inaspettato. Ci sono ancora persone in grado di sorprendersi, provare meraviglia per qualcosa o per qualcuno.

Ci sono ancora persone che riescono a togliere la linguetta della felicità, quella che un bimbo trova quando maneggia un giocattolo a pile. Ci sono individui-musica. Persone-poesia che disinfettano alcune ferite ataviche e rimuovono le garzine alle ali,  mossi dalla strana magia che regala il verbo amore.

Poesia.

Facciamogliela vedere la luna ai nostri figli. Tutti con il naso all’ insù. Avremmo fatto buon uso della punteggiatura del quotidiano, dando nuovo senso alle virgole e ai punti. Balliamo sui puntini di sospensione sentendoci nudi sotto una pioggia di luce, saltellando da un passato a un presente pieno di colori. Si può vivere un pezzo di vita sgrammaticata e folle senza sentirsi in colpa, protetti dall’ incanto della favola senza principesse e principi, ma di pelle che sfiora altra pelle, di abbracci che il respiro te lo donano, di carne che trasuda fuoco.

Rarità!

Non ci prenderanno per pazzi e anche se lo fossimo, anche se fossimo alieni leggeri arrivati da un altro pianeta, ci sentiremo umili artisti che contribuiscono all’arte più grande di tutte, come scriveva Brecht: quella di vivere!

Possiamo ancora farcela. A sentire con gli occhi e a vedere col cuore intendo. Ad arrossire per un complimento inaspettato, a rispondere all’apatia con l’empatia, a commuoverci davanti alla notte stellata di Van Gogh senza vergogna, a opporre al qualunquismo la responsabilità dell’Io che si trasforma in Noi.

«Non so che poeta io sia stato in tutti questi anni. Ma so di essere stato un uomo:

perché ho molto amato, ho molto sofferto, ho anche errato cercando di riparare al mio errore, come potevo, e non ho odiato mai. Proprio quello che un uomo deve fare: amare molto, anche errare, molto soffrire, e non odiare mai».

Ecco, se Peppino Ungaretti fosse qui, sarebbe questo il regalo più bello per i miei impellenti 35 anni: con le sue parole mi ricorderebbe che posso amare molto, soffrire assai e sbagliare di più MA non odiare mai!