25 Gen

Storia di una Comunità viaggiante, che difende i sogni realizzandoli!

C’è stato un tempo in cui avrei voluto cambiare il mondo. Il tempo in cui ti  brucia un indefinita massa nel cuore e nello stomaco e l’unica via da percorrere è quella dell’attivismo e della partecipazione, “perché se tutti restano indifferenti non è detto che debba farlo anche tu”. 

C’è stato un tempo in cui la bellezza significava anime che si univano per dare un senso o almeno provare a darlo, occhi sconosciuti che dialogano, cuori impazziti che si fondono e menti libere da fuorvianti sovrastrutture che pullulano di idee che a volte realizzano.  Di  quel tempo ho fatto un po’ parte e mi illudo di non aver mai scritto la parola fine, concedendomi il diritto e il dovere di esserci ancora, tra coloro che difendono i sogni.

“Ogni tempo ha il suo fascismo: se ne notano i segni premonitori dovunque la concentrazione di potere nega al cittadino la possibilità e la capacità di esprimere ed attuare la sua volontà. A questo si arriva in molti modi, non necessariamente col terrore dell’intimidazione poliziesca, ma anche negando o distorcendo l’informazione, inquinando la giustizia, paralizzando la scuola, diffondendo in molti modi sottili la nostalgia per un mondo in cui regnava sovrano l’ordine, ed in cui la sicurezza dei pochi privilegiati riposava sul lavoro forzato e sul silenzio forzato dei molti”. (da Un passato che credevamo non dovesse tornare piùCorriere della sera, 8 maggio 1974; ora in L’asimmetria e la vita, Primo Levi).

Forse ancora non abbiamo capito, forse non avremo mai delle risposte, ma abbiamo il diritto e il dovere di continuare a porci delle domande.

C’è chi non aspetta il 27 gennaio per salire sul carro e sventolare la bandiera dei ricordi, ingiallita e pregna di polvere. C’è chi quella bandiera la lucida ogni giorno, con olio di gomito, sudore, allegria e con tanta voglia di capire il passato, perché è da esso che si parla al presente e si guarda al futuro, in un continuo dialogo, non solo con se stessi.

C’è chi la diversità la considera una risorsa, un incredibile strumento di confronto per migliorarsi e modificarsi nel senso più sano del termine, in quanto la conoscenza e l’informazione non hanno connotazioni geografiche.

C’è una comunità viaggiante che considero patrimonio dell’Italia intera,  una realtà nazionale. Il primo treno della memoria è partito nel gennaio del 2005, con a bordo circa 700 ragazzi leccesi e piemontesi, grazie all’ Associazione Terra del Fuoco, organizzazione non governativa italiana, nata a Torino nel 2001 ma con sedi decentrate sull’ intero territorio nazionale. Così come in un vero e proprio viaggio si percorrono strade, si cambiano direzioni, si prendono decisioni e si fanno scelte più o meno importanti, ogni tappa ha un senso, in un percorso educativo rivolto agli studenti delle scuole secondarie superiori e dell’università, che culmina a Cracovia per visitare gli ex campi di sterminio di Auschwitz e Birkenau. Quello polacco è unico nella storia per l’uso che il nazismo ne ha fatto, divenendo lo strumento principe di eliminazione razionale e sistematica dei deportati, nella micidiale demolizione dell’uomo contro l’uomo.

In un preciso momento storico in cui i giovani vengono appellati in vari modi, a torto o a ragione, in cui la precarietà e il senso di insicurezza corrodono e avvelenano i pensieri, in cui il giudizio e l’indifferenza la fanno da padroni, c’è chi ha bisogno di spogliare la propria anima e rivestirla con mille indumenti provenienti da culture ed esperienze diverse, per sentirsi meno soli nella lotta delle idee,perché “quando si sogna da soli è solo un sogno. Ma quando si sogna insieme è già l’inizio della realtà” (Tdf).

Anche se non lavoriamo nel fango, se non moriamo per un sì o per un no, se non patiamo la pochezza del cibo, non possiamo permetterci di avere vuoti gli occhi. Questi ragazzi hanno provato a riempirli i propri occhi, affidandosi non solo ai ricordi, alle esperienze e alla competenza di chi li ha “educati” ad essere a loro volta portavoce del progetto, ma anche a vivere uno spazio di condivisione, troppo spesso assente laddove prevalgano individualismi ed egocentrismi del nuovo Millennio.

I bambini piangono spesso.
E’ facile ricordare il loro pianto. Ma gli adulti no. Sono lacrime silenziose, che squarciano il volto già tagliato dal freddo pungente. Ci sono occhi che non osserveranno più il mondo. Pianti che non si udiranno.

Dachau, Mauthausen Auschwitz, Chelmno, Ravensbruck, Fossoli.

Sotto lo stesso cielo, alzo lo sguardo e ricordo.

Scarpette, minuscole scarpe di chi non correrà, non intraprenderà la strana strada della vita. Capelli, ciocche che non saranno mai più scompigliate dal vento, che non conosceranno vanità, la grande bellezza, assaporando la propria immagine riflessa allo specchio.

Le stelle non si possono rubare, dimorano sopra di noi, custodi dei nostri sogni.

Eppure le hanno strappate dal cielo e obbligato a cucirle sulla stoffa.

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Betulle.
Al di là del filo spinato. Non sento alcun odore. Tutto è maledettamente coperto dalla neve così tanto candida da far paura.

Ordine caotico.

Silenzio assordante.

Solitudine nella moltitudine.

Assenza che deve farsi presenza, affinché i “vuoti occhi” possano colmarsi di una storia che è LA storia, per non sentirsi più estranei nella terra natia né ospiti in quella che si sceglie per metter radici.

Ricordo. La sensazione di perdere se stessi, il coraggio per preservare la propria anima, sporca, che si vergogna e si cela di fronte a tutta questa nuda verità di morte, ma financo di vita.

Più una cosa è grande e meno si riesce a vederla. Ma non lì. L’oscurità pervade e non puoi girare la testa per far finta che non ci sia. Tutto passa, persino dopo le tempeste più devastanti torna la quiete. Dentro, piccoli cambiamenti che tormentano, domande che generano rabbia, solida, concreta, come tale deve essere il ricordo, scolpito nel cuore. Esso è eterno, oltre i numeri tatuati.

 Nomi. Nomi di chi non ha più una casa, gli abiti, le persone amate. Di coloro cui è stata lacerata la dignità, avendo perso tutto, giacendo sul fondo.

E allora, quanti ancora, oggi, devono partire verso il niente; quanti ancora, oggi, vengono fatti schiavi e marciano “scalzi” su strade di discriminazione e terrore. Quanti ancora,oggi, sono obbligati alla fatica muta, alla gioia sommessa, al dolore che toglie il fiato e a una morte anonima?
Attuare il ricordo, perché le cose possano andare al giusto posto.
La storia siamo noie come canta Francesco De Gregori:

“la storia non ha nascondigli, la storia non passa la mano, la storia siamo noi, siamo noi questo piatto di grano”.

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Raccontare del male, spingersi oltre la naturale autoconvinzione che tutto vada bene, è un atto coraggioso e crudele. Denuda l’uomo, lavando l’ipocrisia e l’egoistico senso di beatitudine nel guardare il più bel quadro della vita, poiché troppe sono le sofferenze quotidiane.
Un impetuoso senso di vergogna e turbamento mi accarezzano la mano, da quando ho sceso le scale del pullman, dando lo sguardo alla “banalità del male”, da quando la nostra anima e i nostri corpi infreddoliti sono stati avvolti e travolti dal cielo color fumo di Auschwitz e Birkenau.
Poi, arrivano i sensi di colpa, forse stupidi, forse legittimi.

Morsi di pudore lasciano i segni violacei sulla pelle. Non c’è pace, per nessuno. Né per i morti, né per coloro che camminano sulle loro ceneri, perché ingiusta la fortuna, il caso, la sorte di essere nati in un luogo o in un altro, in epoche lontane o vicine, eredi di religioni o miti differenti. Silenzio. C’è il frastuono delle domande interiori che generano terrore e rabbia. Nuda la verità davanti a noi. La storia si è fatta verbo e carne e non c’è modo di schivarla, è uno schiaffo in pieno viso, un calcio potente che ti spinge più in là, per osservarla più da vicino.

Silenzio, ancora il tumulto del silenzio. Blocco dopo blocco, latrina dopo latrina, le lacrime si cristallizzano sul viso gelido. Sguardi attenti e inconsolabili si incrociano. Sono gli occhi la nostra bocca, la loro luce il mezzo più idoneo a formulare parole di commemorazione. Non esistono più gerarchie, ruoli, età, distinzione di sesso. Tutti lì, in quell’ immenso luogo di memoria, devastazione e morte, siamo uguali, nella più bella forma di eguaglianza che esista al mondo. Perché se qualcuno avrà dato il nome a quella parola, eguaglianza, avrà pensato sicuramente a questo.

Tutti sostanzialmente uguali nel provare delle emozioni, visibili e tangibili, tutti estremamente uguali nel vivere un’esperienza, di quelle che ti squarciano. Il nostro viaggio non è stato verso il nulla, perché lì abbiamo trovato il tutto, tutto il male del mondo, un viaggio verso il fondo.

Tutti scoprono, più o meno nella loro vita, che la felicità perfetta non è realizzabile, ma pochi si soffermano invece sulla considerazione opposta:che tale è anche una felicità perfetta. Sono stati proprio i disagi, le percosse, il freddo, la sete, che ci hanno tenuti a galla sul vuoto di una disperazione senza fondo, durante il viaggio e dopo. Non già la volontà di vivere, né una cosciente rassegnazione: chè pochi sono gli uomini capaci di questo, e noi non eravamo che un comune campione di umanità. (Primo Levi)

Ogni suono che sia umano è spento. Troppo “umano” sarebbe stato viaggiare in primavera o in estate. Basta poco per sentirsi infreddoliti nel corpo e nell’ animo. E’ il freddo il primo dei problemi. Quel freddo che taglia, ti soffoca, cancella ogni forma di pensiero. Eppure si aveva addosso l’intero negozio sportivo più cool del momento.

Il tempo passa goccia a goccia.
Le parole sono state inventate da noi uomini e in quanto frutto dell’umana mente godono degli stessi nostri limiti. Come potremmo, senza sfiorare l’eterna retorica, riuscire mai a esprimere con dignità l’esemplare devastazione dell’uomo?


Si immagini ora un uomo a cui, insieme con le persone amate, vengano tolti la sua casa, le sue abitudini, i suoi abiti,tutto infine, letteralmente tutto quanto possiede: sarà un uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno, dimentico di dignità e discernimento, poiché accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso; tale quindi, che si potrà a cuor leggero decidere della sua vita o morte al di fuori di ogni senso di affinità umana; nel caso più fortunato, in base ad un puro giudizio di utilità. Si comprenderà allora il duplice significato del termine Campo di annientamento e sarà chiaro cosa intendiamo esprimere con questa frase: giacere sul fondo. (Primo Levi)


E ritorna il senso di colpa, per quella fame cronica mai conosciuta, per quelle piaghe mai avute, per quel ventre gonfio e il viso tumido mai visto. E anche i più impavidi, persino coloro che avevano già immaginato come potesse essere lì,  con estrema compostezza e con profondo rispetto hanno accarezzato la mano di chi popolava l’inferno.


Se dall’interno dei Lager un messaggio avesse potuto trapelare agli uomini liberi, sarebbe stato questo: fate di non subire nelle vostre case ciò che a noi viene inflitto qui…Noi abbiamo viaggiato fin nei vagoni piombati; noi abbiamo visto partire verso il niente le nostre donne e i nostri bambini; noi fatti schiavi abbiamo marciato cento volte avanti e indietro alla fatica muta, spenti nell’anima prima che dalla morta anonima. Noi non torneremo. Nessuno deve uscire di qui, che potrebbe portare al mondo, insieme col segno impresso nella carne, la mala novella di quanto, ad Auschwitz, è bastato all’uomo di fare all’ uomo”.

 Ogni anno, in quasi 800 siamo tornati e ritorneremo.

Perché quel messaggio mai trapelato realmente è messo in opera, ogni anno.
Per non diventare bestie. Per vivere e non sopravvivere. Per raccontare. Per testimoniare. Perché non ci siano più schiavi, perché vengano attuati i diritti che si chiamano umani.

Dlin dlon:

…consigli per gli acquisti intelligenti:

Molto spesso si legge di film ispirati completamente o in parte a libri divenuti Best Seller o inizialmente poco conosciuti, che raggiungono la vetta del successo in seguito all’uscita del film.
C’è chi a Hollywood ci ha visto lungo. Qualcuno di nome Brad e di cognome Pitt ha pensato bene di acquistare i diritti di un libro, scritto da Edwin Black, dal titolo IBM e l’Olocausto: I rapporti fra il Terzo Reich e una grande azienda americana
L’attore ha espresso il forte desiderio di produrre, con la sua Plan B, il film della storia drammatica, un intreccio tra tecnologia e nazismo, statistica e ideologia. Scartata l’ipotesi di farne una serie televisiva, Pitt è deciso a portare la storia sul grande schermo, cercando qualcuno disposto a distribuirlo. Invece di parafrasare quanto scritto dall’autore, sembra più opportuno riportare alcune parti dell’introduzione, per riuscire a capire, riflettere, criticare o semplicemente venire a conoscenza della millesima sfaccettatura del periodo più buio e oscuro della nostra Storia.


Leggere questo libro sarà molto inquietante. E’ stato molto inquietante anche scriverlo. Il volume infatti spiega come, in modo diretto o attraverso le sue filiali, l’IBM abbia partecipato consapevolmente all’Olocausto e abbia consentito il funzionamento della macchina bellica nazista che uccise milioni di persone in tutta l’Europa. L’Umanità non si accorse nemmeno della silenziosa comparsa del concetto di informazioni altamente organizzate, concetto che poi sarebbe diventato un mezzo di controllo sociale, un’arma da guerra e uno strumento per la distruzione etnica. L’avvenimento che diede il via all’ intero processo si verificò nel giorno più funesto del secolo scorso, il 30 gennaio 1933, quando Adolf Hitler salì al potere. […]
Gli scienziati e gli ingegneri svilivano la loro nobile vocazione per progettare gli strumenti e trovare le giustificazioni della distruzione. Gli esperti di statistica utilizzavano infine la loro disciplina, poco conosciuta ma potente, per identificare le vittime, calcolare e razionalizzare i vantaggi dello sterminio, organizzare le persecuzioni e persino valutare l’efficienza del genocidio. E’ a questo punto che entrano in scena l’IBM e le sue filiali estere. Egocentrica e abbagliata dal suo stesso vortice di possibilità tecniche, l’IBM agiva obbedendo a un’immorale filosofia aziendale: se possiamo farlo, dobbiamo farlo. […] Quando Hitler salì al potere, i nazisti si prefissero l’obiettivo di identificare e distruggere i seicentomila membri della comunità ebraica tedesca…solo dopo essere stati identificati, gli ebrei avrebbero potuto diventare il bersaglio della confisca dei beni, della ghettizzazione, della deportazione e infine dello sterminio. Ma nel 1933 i computer non esistevano ancora. Tuttavia, esisteva un’altra invenzione:la scheda perforata dell’IBMe il sistema per la selezione delle schede, una sorta di precursore del computer. La filiale tedesca dell’IBM, progettò, creò e fornì, grazie al proprio personale e alle proprie apparecchiature, l’assistenza tecnologica di cui il Terzo Reich di Hitler aveva bisogno per raggiungere un obiettivo mai realizzato in precedenza: l’automazione della distruzione di massa. Oltre duemila apparecchi multifunzionali vennero distribuiti in Germania, e altre migliaia raggiunsero i Paesi europei sotto il dominio tedesco. In ognuno dei principali campi di concentramento esisteva un centro per la selezione delle schede. Le persone venivano trasferite da un posto all’altro e costretto a lavorare fino allo sfinimento, e i loro resti venivano catalogati mediante fredde operazioni meccaniche. […]
Le schede perforate potevano essere progettate, stampate e vendute da un’unica azienda: l’IBM.
Le macchine non venivano vendute, bensì noleggiate e venivano regolarmente sottoposte a migliorie e interventi di manutenzione da parte di un’unica azienda: l’IBM. Le filiali addestravano gli ufficiali nazisti e i loro rappresentanti in tutta Europa, creavano succursali e stringevano accordi commerciali in tutti i paesi occupati sfruttando l’inesauribile schiera di dipendenti dell’ IBM e gestendo gli stabilimenti in modo che producessero ben un miliardo e ben cinquecento milioni di schede perforate l’anno nella sola Germania.
Come riuscirono i nazisti a procurarsi le liste degli ebrei?
I censimenti e altre sofisticate tecnologie di conteggio e registrazione ideate dall’IBM in Germania hanno permesso ciò. L’IBM era stata fondata nel 1896 da Herman Hollerith, un inventore tedesco che aveva voluto creare una società tabulazioni per censimenti. Quando la filiale tedesca strinse l’alleanza ideologica e tecnologica con la Germania nazista, ai censimenti e alle registrazioni fu però affidata una nuova missione. L’IBM Germania inventò il censimento razziale, che rilevava anche la discendenza. Era questo il sogno dei nazisti: non solo contare gli ebrei ma anche identificarli.
Tuttavia, se pensiamo che senza l’IBM , sostiene l’autore, l’Olocausto non avrebbe avuto luogo, ci sbagliamo. L’Olocausto sarebbe andato avanti grazie ai proiettili, alle marce della morte, ai massacri condotti con carta e penna.
Grazie a questa lettura potremo analizzare gli straordinari risultati che Hitler ottenne quando decise di sterminare milioni di persone in breve tempo, comprendendo altresì il ruolo cruciale dell’automazione e della tecnologia.

Edwin Black ha raccolto oltre 20mila pagine di documentazione provenienti da cinquanta archivi, collezioni bibliotecarie di manoscritti , registri di musei e altre fonti. Ha avuto accesso a migliaia di documenti segreti del dipartimento di Stato, dell’Ufficio dei servizi strategici e altri documenti governativi un tempo riservati. E’stato creato un raccoglitore per ciascun mese dagli anni 1933 al 1950. Nessuno di questi ventimila documenti ha fornito informazioni univoche. Nessuno di essi era in grado di rivelare la vera storia. Anzi, molti erano fuorvianti se utilizzati come testimonianze autonome. Acquistavano significato solo se accostati ad altri documenti, spesso provenienti da altre fonti. “Solo riportando alla luce ed esaminando i fatti realmente accaduti, il mondo della tecnologia potrà finalmente adottare il motto che ormai abbiamo sentito pronunciare tante volte: Mai più”.
Successivamente all’uscita del libro di Black, una organizzazione del popolo rom ha denunciato l’IBM per aver venduto macchine punzonatrici e altre strumentazioni utili, facilitando le stesse operazioni naziste di distruzione. Una Corte d’appello di Ginevra ha stabilito che l’azienda è processabile in Svizzera perché nel 1936 aprì una filiale, dichiarando inoltre che non possa essere del tutto esclusa la sua complicità attraverso assistenza materiale o intellettuale agli atti criminali dei nazisti. L’IBM ha richiesto un intervento della Corte Suprema Svizzera.
Il ricordo è un macigno, gelido vento che taglia il viso. La strada della conoscenza conduce al ricordo. Sapere, questo il verbo più invocato dai superstiti della brutalità umana. Anche nei sentieri più contorti e mai percorsi.
Buona lettura!

05 Ott

Capitolo 34. L’età ibrida.

“Nonna, io non voglio che la mia mamma sia triste”.

La più profonda, impulsiva, pura e allo stesso tempo egoistica dichiarazione d’amore che mi potessero fare a pochi passi dai 34 anni, è arrivata da mia figlia, una mattina di agosto, quando il sole giocava a deformare le ombre sull’acqua verde-cobalto-tiffany di Porto Cesareo, mentre l’estate era una vecchietta arzilla che gioca a bridge e beve Martini.

Serve una grande quantità di immaginazione per capire la realtà e Arya, la mostriciattola dai capelli miele, una mattina di agosto ha compreso bene che anche le mamme possono essere strani esseri dagli occhi che assomigliano a pozzanghere come quelle di Peppa Pig.

In questa mia età ibrida, chediciamocelatutta, i 34 sono come i 15, i 26, un po’ carne e un po’ pesce, un po’ ristorante-pizzeria dove ti trovi a mangiare senza infamia e senza lode, un po’ come quando in autunno cadono le foglie, le caldarroste ti fissano da lontano ma tu hai ancora i teli mare in borsa, in questi 34 anni credo di non aver capito una beata ceppazza di ceppa riguardo a quel vortice libidinoso che chiamiamo vita.

Ma di una cosa credo di essere certa: la tristezza è necessaria così come è imprescindibile che i nostri figli possano leggerla sul volto di noi genitori, senza vergogna e senza turbamenti.

Si possono e si devono cercare vie d’uscita al dolore e per fare questo, occorre attraversarlo, nominarlo, scrutarlo, guardarlo da vicino e da dentro, raccontarlo tutto quanto, fino all’ultima parola, fino all’ultima goccia.  I bimbi sono persone, di statura estremamente bassa, ma persone. Ti costringono a dare un nome a quello che vorresti non dire entrando nel regno proibito del tuo Io, generando quel tumulto di sentimenti che invano provi a domare. 

Per lunghi anni sono rimasta in compagnia dell’idea di ciò che poteva non esserci più e di quello che non c’è, con l’illusione che bastassero ordine e dovere e binari già segnati, tanto c’è sempre tempo per vivere di ciò che bramiamo, ostinata a cercare un senso e un tempo che odia l’improvvisazione, il tempo che è speso a tenere stretto l’alone, l’ombra, il profumo.

“Le nostre paure sono draghi a guardia dei nostri più profondi tesori”.  L’ho letto una volta nelle mie bracciate nel mare aperto degli aforismi. Così tutti noi dovremmo avere la capacità insita di trasformare in forza la nostra debolezza. Mi sento un ramo che si immaginava forte ma che ha ceduto quando meno se l’aspettava.  Ho atteso troppo ciò che non c’è e ciò che manca, dimenticandomi di provare ad essere ciò che sento nel tempo in cui vivo.  Ora.  A 34 anni è giunto il momento di capire che quando uno cade fa meno fatica se  tende una mano e afferra stretta quella salvifica. Che nessuno si salva da solo già lo sappiamo, ma scegliere da chi e da cosa e con chi farlo è un capitolo da scrivere.  A volte mi chiedo perché dovrei avere paura smisurata della morte visto che non c’è più morte dopo la morte e che non potrò mai sapere se ci sia qualcosa di più pauroso assai di questo e alla domanda rispondo che dovrei fare amicizia con questo concetto, come quando Arya scioglie le briglie della timidezza misto studio clinico della personalità altrui e prende per mano un bimbo incontrato due minuti prima, dichiarandogli amicizia eterna.  

Non voglio che la mamma sia triste. Da quando abbiamo incasellato e stereotipato la tristezza, rifiutando bruscamente persino di nominarla come fosse sinonimo di morte interiore? I bimbi non conoscono i nomi delle loro emozioni e quando sono piccoli piangono a prescindere, nel bene e nel male loro piangono. Se ci pensiamo, piangiamo da quando veniamo al mondo, la prima espressione verbale, il primo sentimento, la prima forma di liberazione e libertà è avvenuta tramite ciò che invece adesso tendiamo a celare, dissacrare, cancellare.

La mamma, cara Cosetta, mostriciattola dai capelli miele, vorrebbe tanto lottare contro i kakamora dell’anima sua, i piccoli pirati guerrieri di noci di cocco, dalle facce spaventosamente buffe. Muti, comunicano battendosi il petto a ritmo. Tutte le volte che vediamo Oceania/Moana, tutte le trilionesime di volte, resto ammaliata dal coraggio puro e autentico di Vaiana, dalla prontezza che ha avuto nel partire in compagnia di un pollo per affrontare l’Oceano e trovare Maui, il semidio.

 Ci vuole coraggio ad avere coraggio. Ci vuole coraggio a guardare in faccia i kakamora dell’anima mia per accorgersi che il vero vulcano esploso sia io.  Una bomba di lava. Magma. Colate dagli effetti devastanti.  Esplosiva ed effusiva insieme.

L’età ibrida si porta dietro la consapevolezza che la felicità sia estremamente sopravvalutata, assolutizzata, estremizzata, santificata a tal punto che è quasi sempre impossibile stringerla forte.

Falsifichiamo la realtà modellandola come la plastilina, copiando la forma di disegni già abbozzati da altri.

La felicità. Se non la provi, se non la ricerchi, se non la trovi, non ha senso vivere. È questo ciò che ci insegnano, ci propinano, ci costringono a sospettare.

A 34 anni voglio sottovalutare quella parola accentata. Voglio valutare altri tipi di sentimenti , ponderarli, invitarli a cena e chiacchierare con loro.

A 34 anni voglio inventare il sentimento della LUMINOSITA’. Tutti dovremmo essere pervasi dal fascio di luce luminoso in un momento della quotidianità e sentirci immensamente luminosi.

Mi illumino di immenso. Sublime forma di amore che ci è stata donata, se solo riuscissimo a catturare, ricevere, diffondere e utilizzare la luce delle cose animate e inanimate.

Una torcia fiammeggiante nel cammino oscuro dell’anima. L’età ibrida mi ha donato la capacità di imbarazzarmi davanti alla mia stessa cattiveria, di vergognarmi con estremo pudore del mio egoismo, di riflettermi allo specchio deformante della bruttezza dell’anima mia, con gli occhi neri di rabbia e silenzi assordanti che immobilizzano.

Questa età né carne né pesce mi ha regalato la consapevolezza che dove c’è luce c’è indissolubilmente anche ombra. A 34 anni sogno di sentirmi un libro di Arya dell’età della lallazione. Pochissime parole ma piena di colori. Non ho ancora capito come usare tutte le tonalità. Da tempo ho acquistato l’astuccio triplo maxi in offerta, quello più assortito, eppure la maggior parte dei colori sono rimasti intrappolati nell’elastico.

Tutto è filato più o meno dritto, fino a quando ho desiderato di non essere più una farfalla travestita da baco ma un baco vero. Da qualche parte, nel mio corpo covavo quel tipo di stati d’animo che ti consumano piano piano, internamente, come un morbo di cui non puoi informare nessuno perché altrimenti crolla tutto ma quell’abbozzo di mostro è sottopelle, come il “demo gorgone” di Stranger things, perché sì, di cose strane si tratta. La normalità non mi piace. La stranezza è il mio humus famigliare, mentre riconquistiamo il terreno che ci è stato espropriato, con ardente necessità di sopravvivenza, resistenza e la voglia matta di rimanere umani in situazioni difficili, persino quando il cuore diventava stagno, quando la solitudine causata dall’oscurità delle cose perdute, delle cose ricevute e di quelle abbandonate ti fanno precipitare nel tunnel dell’idiozia. Quella stranezza mi ha salvata, ha messo il corsivo sulla vita che è più forte di tutto. Sempre. Nella nostra carne abbiamo un sacrosanto compito: vivere.

Mi è stato insegnato che la purezza è negli occhi di chi guarda, come la stranezza a dirla tutta.

Mi è stato insegnato a non scusarmi sempre, ma a provare a dire grazie e sentirmi meno in colpa se ricevo molto più di quello che dono. Non voglio più accontentarmi di essere una pianta grassa, di crescere senza dare disturbo a coloro che amo, con un goccio d’acqua al ricordo e la luce naturale.

Diceva un foglio bianco come la neve: ‘Sono stato creato puro, e voglio rimanere così per sempre. Preferirei essere bruciato e finire in cenere che essere preda delle tenebre e venir toccato da ciò che è impuro.’ Una boccetta di inchiostro sentì ciò che il foglio diceva, e rise nel suo cuore scuro, ma non osò mai avvicinarsi. Sentirono le matite multicolori, ma anch’esse non gli si accostarono mai. E il foglio bianco come la neve rimase puro e casto per sempre – puro e casto – ma vuoto.

(Khalil Gibran) 

A 34 anni dico no al colesterolo, agli acidi ialuronici e alla trappola della purezza.

Voglio strappare quel foglio bianco come la neve rimasto puro per sempre e soprattutto vuoto.

Voglio essere fotografia a colori. Tutti i colori che esistono nel triplo maxi astuccio assortito. Tutti quanti. E’ in questa vita che siamo umani. E’ in questa vita che ho bisogno di sentire, urlare, restare in silenzio, piangere, ridere, dare, ricevere troppo senza imbarazzanti paturnie psicosomatiche, perdermi, trovarmi, essere trovata, essere ritrovata, cercata, voluta, desiderata e desiderare, amare, fare l’amore fino a quando le lancette diventano liquide, il tempo si scioglie, il mondo fuori non esiste, le stagioni si alternano e io leggera, stretta e protetta in un abbraccio che sa di infinito, nella più carnale essenza dell’essere umano, appunto.

Luminosità. Ad Arya farò inserire il grassetto a questo concetto. A sorprendersi per uno spicchio di luna dipinta dalla realtà nel cielo nero della notte; a commuoversi di fronte ad una palla infuocata che lentamente si immerge nel blu di acque cristalline; di nutrirsi di sorrisi condivisi, quelli che disegnano rughe sul volto, serrano gli occhi perché la luce che vi dimora quando si ride col cuore è troppo pura per il mondo esterno e va tutelata con l’anima e il battito del cuore. Gli occhi nascondono tutto e proteggono ogni cosa. Si illuminano quando si accorgono di essere testimoni della perfezione che la natura ha creato per noi, in una giornata di sole inaspettato, quando il silenzio è solo per orecchi pigri, ma tutto intorno è vivo e finalmente lo sei anche tu, vivo come lo scoglio che si asciuga a metà, il turista che si sorprende della rara bellezza che gli si apre dinanzi, come un sipario sul palcoscenico della più geniale opera d’autore, mentre il mare si conferma il tuo migliore amico e ti porge un saluto, chiamandoti a sé, anche se l’acqua è fredda e ci sei solo tu a nuotare, protagonista della storia più bizzarra che potessi scrivere. Luminoso è il tempo in cui ti imbatti in un paguro dalla casa maestosa e ti immagini tu stessa paguro.

Breve pausa – momento Alberto Angela-

Lo sapete che questi crostacei vivono portandosi dietro la propria conchiglia e quando crescono o incontrano nel proprio cammino una casa piùmiglioreassai, abbandonano la vecchia e si rifugiano in quella nuova, soprattutto nel momento di maggior pericolo? Io l’ho scoperto un giorno in cui ho abbandonato le mie armature e ho riso e pianto nello stesso istante, un giorno in cui sono stata musica, canzoni, testi, parole, cappello, cielo, azzurro, verde, blu, rosso sangue, un giorno in cui ho cercato di comprendere che i nostri figli non ci appartengono e la loro vita va attraversata come una strada con due marciapiedi vicini vicini ma con una spessa fessura.

A 34 anni continuo a pensare che Arya sia il libro più antico che potessi mai trovare, nel luogo più sacro e di estrema rarità. Intanto io sono labirinto, intricato ma colmo di peonie e tulipani, quando credi di essere alla fine ti ritrovi all’inizio della ricerca, con lo stesso bisogno platonico, con le vecchie e le nuove fragilità ma tanta musica e luce, famelica voglia di accartocciare gli occhi e trasformare la bocca in uno spicchio di limone.

Spesso l’uscita, la mia uscita è l’entrata in una sala di danza, il mio mondo perfetto, dove posso cadere, fallire, provare e riprovare e ancora fallire, esagerare, drammatizzare e sdrammatizzare, portare agli estremi corpo e anima mia, sentire la terra, bruciare e volare insieme, improvvisare e attenersi alla lettera agli esercizi.  Quando danzo non sono più una macchina, nessuna maschera, nessun senso di colpa, nessun desiderio di protezione, nessuna felicità falsata dalla felicità altrui, dimentico il mio nome e mi illumino senza che questo implichi sofferenza per nessuno, ma luce solo per me. Quando danzo il labirinto diventa un giardino segreto in cui dimorano le specie più delicate e originali. Si possono scombinare i piani, mettere accenti, farsi male, tatuarsi le note sui piedi e renderle animate con la magia di un passo, uguale per tutti, ma straordinariamente diverso per lo stile e l’intensità. Speciale.

Mamma, vorrei che tu facessi la festa dei gonfiabili per il tuo compleanno.

Arya ma la mamma è grande per questo tipo di feste, lo sai?

No, non lo sei, perché tutti possono divertirsi e salire sui gonfiabili, grandi e piccoli e io voglio che la tua festa sia bella perché tu sei bellissima.

Hai ragione, sai? Come sempre.

Voglio salire sul gonfiabile più alto e colorato che ci sia, chiudere gli occhi, salvare un pezzo di cuore, allontanare le paure e cadere giù, senza fretta, sentirmi viva ad ogni pezzo di pelle che scivola e odora di luce.

25 Giu

“Il giorno più bello? Oggi. L’ostacolo più grande? La paura. La cosa più facile? Sbagliarsi. L’errore più grande? Rinunciare.”

“Si sa che i genitori di solito tendono ad assecondare le richieste dei propri piccoli, nei limiti del possibile, però si distinguono in 2 categorie: quelli che farebbero qualsiasi cosa purchè il figlio diventi QUALCUNO e quelli che sminuiscono le sue fantasie perchè con l’arte non si porta il pane a casa. La categoria di quelli normali, che ti accettano per quello che sei, io non l’ho ancora incontrata”.

Lo ha scritto Maria Francesca Garritano, etoile della Scala, dopo essere stata allieva dell’Accademia di danza più prestigiosa in Italia.

Quando ho scoperto di essere incinta di una mostriciattola col nastro rosa, si è spacchettato dinanzi a me un vaso di Pandora sui luoghi comuni universalmente riconosciuti validi nella nostra Italica patria.

Oltrepassata con sospiro la fase della “stregoneria alla Vanna Marchi dei poveri” sulla lunghezza e rotondità della panza, con cui si determina il sesso del nascituro, il nucleo, il quid, il nodo cruciale è diventato quello di far indossare l’abito professionale dei nostri feti sulla base di come se la godono nella PLACENTA SPA & WELLNESS.

E così, si schiera la tifoseria della squadra bianca e quella della squadra blu, ritrovandoci (nel luogo più comune e universalmente riconosciuto come tale e reale) a contrattare due opzioni:

  • Musica di Super Quark in sottofondo, grazie- Aria sulla quarta corda-

È quando testicolo e ovaio si incontrano, dopo essersi inviati note vocali della durata di anni, che lo spermatozoo più sveglio si trasforma in ciò che il pubblico votante desidera.

Se lo spermatozoo in questione raggiunge “in fallo” il gamete femminile, toccandosi là dove il sole non brilla, puntando gli occhi al cielo e mostrando il tatuaggio di Diego,

stu piccinnu, calciatore lu facimu”.

Se invece quel simpatico girino arriva alla meta con un grand jetè, inchinandosi davanti a cotanta bellezza, “quista ballerina ede”

Torniamo semiseri.

Siamo davvero arrivati a classificare, a distribuire le nostre etichette in omaggio e visioni della vita in due macromondi in cui, se nasci pisello e per puro e fortuito caso ti capita di tirare un calcio, la tua unica ragione di vita sarà quella di correre dietro ad una palla con annessa bionda da amare, mentre se nasci farfalla e muovi la testolina con la fontanella ancora aperta, azzeccando il ritmo di Alvaro Soler, potrai fare i provini per Amici duemilacredici, perché è evidente che senti il ritmo dentro e sei portata???

Da quando abbiamo annichilito, invalidato il passaporto verso mete sconosciute ai più e meno modaiole, dissolto lo sguardo verso l’arcobaleno, preferendo puntare tutto sul bianco o sul nero? È inverosimile credere nella fattibilità di crescere bimbi pisello e bimbe farfalla che godano del più ampio spettro di opportunità di emozionarsi durante la loro speciale vita e ardere di passioni che scaturiscano dall’arte e dallo sport e conoscenze incredibili che l’umana specie , coadiuvata dalla natura e da secoli di evoluzione, (fino ad ora) ci hanno lasciato in eredità?

Quale diritto abbiamo noi genitori di rasare il giardino delle sperimentazioni, proponendo strade già calpestate, inducendoli a provare emozioni falsate e falsificate da una vita già vissuta o non vissuta da mamma e papà?

Quando ho saputo che Arya sarebbe stata quella bambina tante volte sognata nelle poche ore rem tra pipì e cambi di posizione di panza, con i capelli biondi e ondulati e occhi grandi da perdere le bussole, la voce di Conte (l’allenatore) tuonava negli orecchi: è agggghhhhiacccianteeee.

Il cuore si è tuffato dal più alto scoglio in una scatola di latta di sardine puzzolenti, stritolato in un abbraccio senza fiato, come quando l’onda dello ionio in giugno ti schiaffeggia la pancia e tu, dopo il breve ma intenso sussulto, puoi godere immensamente della freschezza del tuo mare.  Una femmina. Perdincibaccoseccoebrillo è una femmina.

E via il coro dell’Antoniano, il santo rosario di Papa Francesco sotto quaresima, l’Infinito di Leopardi recitato per il suo anniversario: la domanda delle domande.

Sarà una ballerina proprio come la mamma, no?

Disagio. Tanto disagio. Ho sempre detestato questa domanda e ho sempre avuto profondo imbarazzo nel fornire risposte. Fuggivo e fuggo ancora dall’idea che un essere umano possa essere la copia carbone del precedente in ordine cronologico e genealogico e non per specialità ma per identità.

Così ho iniziato a fare mia la mitica riflessione di Rita Levi:

l’uomo senza incrinature, sarebbe una mostruosità.

“vorresti saper fare una cosa, non importa quale, eccezionalmente bene…tu pensi che eccellere in qualsiasi attività, debba dare un senso di grande sicurezza e probabilmente anche una grande gioia. Io non sono d’accordo con te e ritengo che eccellere in un’attività qualunque non serva che a stimolare la vanità e a fare da paraocchi. La sicurezza che ne deriva è schermo all’intima debolezza e la polarizzazione a coltivare quella particolare attitudine è a danno e non a vantaggio della personalità. Più avanzo negli anni e più sottovaluto le qualità che portano al successo e alla supremazia. Le mie simpatie vanno a quelli dotati di una profonda e acuta sensibilità, a quelli che sanno dimenticarsi completamente nella contemplazione dell’universo e o nella dedizione degli altri e a quelli non senza incrinature ma che fanno errori e sono vulnerabili. Aperti e Recettivi. 

Soltanto gli insetti non schiudono sino a quando non sono perfetti e da quel momento non cambiano nè pelo nè una cellula. Noi vertebrati o meglio primati, meno perfetti e meno predeterminati, continuiamo a crescere, bene o male, chi più chi meno. E il processo di crescita è più interessante dello sviluppo perfetto”.

Ho sempre desiderato che mia figlia fosse aperta e recettiva, meno perfetta e meno predeterminata.

Quando me l’hanno portata per la prima volta in braccio per iniziare a darle il succo della vita, presentandoci l’una all’altra, con gli occhi giganteschi che catturavano il mondo, ha iniziato a prendere ciò che voleva con una forza e un impeto così potenti, da evidenziarmi il fatto che fosse Arya, la bimba che non ha copie e non vuole averne.  

Un pomeriggio, di quando ancora era alta meno di un comodino giapponese, di quelli di stitichezza assoluta, di quelli di brividi e sudori freddi, quando la mia mano tiene forte la sua e le ripeto che ce la può fare, lei mi ha guardata e con una fermezza da trentenne mi ha reso esplicito un suo desiderio che io ho sempre fatto finta di non sapere:

“Mamma, io voglio ballare. Voglio venire a scuola di danza e mettere le punte, ti prego.”

La danza è di tutti, ma forse non per tutti e quando affermo questo non sto facendo un ragionamento razzista o elitario.

La danza è arte e quindi come tale è universalmente riconoscibile e fruibile, come la Gioconda.

La danza è per le bimbe con le gambe con le pieghette da mordere, dal movimento molto più leggiadro di quelle a spaghetto ma privo di condimento.

La danza è per i bimbi che ancora, nel 2020, si sottomettono al volere dei luoghi comuni e dello sguardo schifato di padri che evidenziano una concezione retrograda della vita, da madri che nulla farebbero senza il consenso dei loro mariti, dalla società intera che marchia il bimbo pisello, bullizzandolo e beffeggiandolo se solo ipotizza di entrare in una sala con specchi e parquet.

Lo stereotipo del ballerino gay è ancora ben incastrato nella buca di menti anche “acculturate”.

E così milioni di bimbi pisello con forti inclinazioni alla danza, senza filtri e senza sovrastrutture tipiche del mondo adulto, vengono schiacciati dalla pressa del mondo moderno, inducendoli a credere di non sentire quello che sentono e di non volere quello che vogliono: scoprire il proprio essere attraverso movimenti che naturalmente vengono creati da parti del corpo, a volte lasciandosi trasportare dalla musica, altre volte ancora dal suono che la natura ci fornisce come dono più prezioso.

La danza è per coloro che sentono la propria risata attraverso i piedi, non importa dove, è un bisogno che va placato: un camerino di Zara, mentre la mamma prova i pantaloni in saldo; il corridoio di una Chiesa mentre si celebra un matrimonio; davanti allo specchio in un grande supermercato mentre si fa la spesa settimanale; per strada, durante una passeggiata, in pizzeria, in lavanderia, ovunque resti visibile l’anima, potente e infuocata. È lì che si gode di pura estasi incontrollata e incontrollabile ed è lì che possiamo ricordare che non ci sono barriere, né filtri, né scalata sociale, né carriere, né gay, etero, bicolor, coloriunitiperbenetton, arcobaleni, nulla di tutto quello che le costruzioni mentali varie e avariate ci hanno imposto di credere, ma solo la bellezza di sentire la propria anima, mentre si denuda, per vedere l’assoluto.

La sala azzera le differenze sociali. Quando la mano si posa leggera e nello stesso istante forte, accarezzando la sbarra, fasci di luce illuminano ciò che si è in quel momento e non conta se i piedi calzano le migliori marche di scarpette da punta o se le dita escono dalla tela logora e in attesa di essere cestinate appena sarà possibile l’ennesimo acquisto. Davanti allo specchio, scrutiamo i nostri limiti, li odiamo, rabbrividiamo davanti ad una nostra imperfetta esecuzione, ma poi, una volta accettati, quei limiti li superiamo, perché nulla è impossibile.

È nella crisi, nella stanchezza più acuta, quando le braccia non reggono più il peso, le gambe tremano e tu le scuoti, le schiaffeggi sperando si riprendano, quando i piedi fanno fatica a flettere e stendere, è in questo momento che il cervello si palesa fortissimo, è lui che governa il corpo, mentre il cuore non molla mai la presa.

La danza è per chi vuole spingersi oltre.

È per chi ha il cuore in fiamme e vuole accendersi e scaldare attraverso le emozioni che vengono fuori con un movimento e non una esecuzione sterile.

Per chi crede nella magia, quella che ti raccontano quando entri in sala a 3 anni, la polvere magica sprigionata dal tulle del tutù, per chi la conserva sempre quella fanciullesca sensazione di meraviglioso stupore nel credersi magiche e speciali, senza presunzione.

Essere adulte e bambine nello stesso tempo. Riconoscere la stanchezza, la resistenza e la resilienza.

La danza è per chi accetta come valore assoluto l’educazione, profonda e limpida.

Per chi crede nel potere dell’insegnamento e del Maestro che sceglie di seguire. Per chi ha sempre presente la meta da raggiungere, che non ha mai fine poiché non esistono vittorie, nessuna coppa, alcuna medaglia d’oro, per chi vive sinceramente e affronta senza piegarsi dolori e delusioni, con dignità maggiore di chi è stato spinto da un vento favorevole e leggero.

Per chi non può permettersi questo sogno ma, con tutta la famiglia, lotta a denti stretti, testa alta, spalle dritte e scarpe consunte.

Arya voleva stare lì, voleva essere parole e poesia, sentire il vento che faceva capolino tra le posizioni di braccia e piedi, insinuandosi.

La danza è per chi non potrebbe fare altro che questo, chiamare Casa la scuola che si sceglie, famiglia tutti gli altri allievi con cui ci si scambia sudore, fatica, sorrisi e vita, vissuta per terra, sul parquet, a mezz’ aria e tra le nuvole. Terra e cielo.

Impossibile non essere, impossibile non farlo. Essere ogni movimento, sempre diverso, verso e rima.

Chi vuole danzare, a 3 anni come a 30, non lo fa per le audizioni o per lo spettacolo di fine anno. Non lo fa per il successo o la gloria o peggio ancora perché la cugina, l’amica del cuore, la zia, la nonna, la migliore amica si è iscritta a danza.

Chi sente il vulcano dentro lo fa senza limiti, privo di condizionamenti,

dipingendo nell’aria, disegnando il proprio credo, mentre la musica sospira e ammira la poesia.

Gli occhi di un ballerino mentre danza, parlano più dei suoi piedi che tecnicamente eseguono un passo.

La ricchezza di chi entra in sala e poi  in teatro è la libertà di volare oltre ogni cosa. Al di là delle apparenze, oltre l’obiettivo e gli stimoli terreni, la danza è per chi offre al mondo e a se stesso la possibilità di vivere, toccando la profondità delle cose.

La danza insegna a non abbandonare, a non mollare, a non avere bisogno di pressanti, superficiali, innumerevoli stimoli per sorridere alla vita e per amarsi. Arriverà la vocina che dice di mollare, il demone che abbatte e batte, se ne varrà ancora la pena o se è il caso di lasciare stare.

Ma se non ci sarà altro posto che sentirai tuo come il corpo che vibra come corde di violino, se crederai di avere dentro la luce d’oro dell’alba e rossa del tramonto, se ti immaginerai finestra che accoglie i raggi del sole con il mare all’orizzonte, se vedrai il mondo in un granello di sabbia e l’infinito racchiuso in quello che interpreti, allora non ci saranno luoghi comuni e universalmente riconosciuti come tali e reali nell’Italica patria.

Saremo coloro che accetteranno una figlia per quello che è, hic et nunc, ora e per sempre, nell’evoluzione e rivoluzione degli anni che avremo da gustare, liberi da sovrastrutture, sporchi di pece per non scivolare e se inciamperai, se scivolerai anche con la pece, dentro e fuori la sala, avrai la giusta leva che ti permetterà di alzarti, pulirti, sporcarti ancora e ricominciare, da dove hai lasciato o da zero.

È vero. L’aspettativa più nobile e importante che un genitore dovrebbe porsi per i propri figli è quella che diventino qualcuno: ovvero quello che sono nella profondità del loro carattere e delle loro inclinazioni, monitorando sorrisi e suoni generati dalla loro felicità senza limiti.