25 Giu

“Il giorno più bello? Oggi. L’ostacolo più grande? La paura. La cosa più facile? Sbagliarsi. L’errore più grande? Rinunciare.”

“Si sa che i genitori di solito tendono ad assecondare le richieste dei propri piccoli, nei limiti del possibile, però si distinguono in 2 categorie: quelli che farebbero qualsiasi cosa purchè il figlio diventi QUALCUNO e quelli che sminuiscono le sue fantasie perchè con l’arte non si porta il pane a casa. La categoria di quelli normali, che ti accettano per quello che sei, io non l’ho ancora incontrata”.

Lo ha scritto Maria Francesca Garritano, etoile della Scala, dopo essere stata allieva dell’Accademia di danza più prestigiosa in Italia.

Quando ho scoperto di essere incinta di una mostriciattola col nastro rosa, si è spacchettato dinanzi a me un vaso di Pandora sui luoghi comuni universalmente riconosciuti validi nella nostra Italica patria.

Oltrepassata con sospiro la fase della “stregoneria alla Vanna Marchi dei poveri” sulla lunghezza e rotondità della panza, con cui si determina il sesso del nascituro, il nucleo, il quid, il nodo cruciale è diventato quello di far indossare l’abito professionale dei nostri feti sulla base di come se la godono nella PLACENTA SPA & WELLNESS.

E così, si schiera la tifoseria della squadra bianca e quella della squadra blu, ritrovandoci (nel luogo più comune e universalmente riconosciuto come tale e reale) a contrattare due opzioni:

  • Musica di Super Quark in sottofondo, grazie- Aria sulla quarta corda-

È quando testicolo e ovaio si incontrano, dopo essersi inviati note vocali della durata di anni, che lo spermatozoo più sveglio si trasforma in ciò che il pubblico votante desidera.

Se lo spermatozoo in questione raggiunge “in fallo” il gamete femminile, toccandosi là dove il sole non brilla, puntando gli occhi al cielo e mostrando il tatuaggio di Diego,

stu piccinnu, calciatore lu facimu”.

Se invece quel simpatico girino arriva alla meta con un grand jetè, inchinandosi davanti a cotanta bellezza, “quista ballerina ede”

Torniamo semiseri.

Siamo davvero arrivati a classificare, a distribuire le nostre etichette in omaggio e visioni della vita in due macromondi in cui, se nasci pisello e per puro e fortuito caso ti capita di tirare un calcio, la tua unica ragione di vita sarà quella di correre dietro ad una palla con annessa bionda da amare, mentre se nasci farfalla e muovi la testolina con la fontanella ancora aperta, azzeccando il ritmo di Alvaro Soler, potrai fare i provini per Amici duemilacredici, perché è evidente che senti il ritmo dentro e sei portata???

Da quando abbiamo annichilito, invalidato il passaporto verso mete sconosciute ai più e meno modaiole, dissolto lo sguardo verso l’arcobaleno, preferendo puntare tutto sul bianco o sul nero? È inverosimile credere nella fattibilità di crescere bimbi pisello e bimbe farfalla che godano del più ampio spettro di opportunità di emozionarsi durante la loro speciale vita e ardere di passioni che scaturiscano dall’arte e dallo sport e conoscenze incredibili che l’umana specie , coadiuvata dalla natura e da secoli di evoluzione, (fino ad ora) ci hanno lasciato in eredità?

Quale diritto abbiamo noi genitori di rasare il giardino delle sperimentazioni, proponendo strade già calpestate, inducendoli a provare emozioni falsate e falsificate da una vita già vissuta o non vissuta da mamma e papà?

Quando ho saputo che Arya sarebbe stata quella bambina tante volte sognata nelle poche ore rem tra pipì e cambi di posizione di panza, con i capelli biondi e ondulati e occhi grandi da perdere le bussole, la voce di Conte (l’allenatore) tuonava negli orecchi: è agggghhhhiacccianteeee.

Il cuore si è tuffato dal più alto scoglio in una scatola di latta di sardine puzzolenti, stritolato in un abbraccio senza fiato, come quando l’onda dello ionio in giugno ti schiaffeggia la pancia e tu, dopo il breve ma intenso sussulto, puoi godere immensamente della freschezza del tuo mare.  Una femmina. Perdincibaccoseccoebrillo è una femmina.

E via il coro dell’Antoniano, il santo rosario di Papa Francesco sotto quaresima, l’Infinito di Leopardi recitato per il suo anniversario: la domanda delle domande.

Sarà una ballerina proprio come la mamma, no?

Disagio. Tanto disagio. Ho sempre detestato questa domanda e ho sempre avuto profondo imbarazzo nel fornire risposte. Fuggivo e fuggo ancora dall’idea che un essere umano possa essere la copia carbone del precedente in ordine cronologico e genealogico e non per specialità ma per identità.

Così ho iniziato a fare mia la mitica riflessione di Rita Levi:

l’uomo senza incrinature, sarebbe una mostruosità.

“vorresti saper fare una cosa, non importa quale, eccezionalmente bene…tu pensi che eccellere in qualsiasi attività, debba dare un senso di grande sicurezza e probabilmente anche una grande gioia. Io non sono d’accordo con te e ritengo che eccellere in un’attività qualunque non serva che a stimolare la vanità e a fare da paraocchi. La sicurezza che ne deriva è schermo all’intima debolezza e la polarizzazione a coltivare quella particolare attitudine è a danno e non a vantaggio della personalità. Più avanzo negli anni e più sottovaluto le qualità che portano al successo e alla supremazia. Le mie simpatie vanno a quelli dotati di una profonda e acuta sensibilità, a quelli che sanno dimenticarsi completamente nella contemplazione dell’universo e o nella dedizione degli altri e a quelli non senza incrinature ma che fanno errori e sono vulnerabili. Aperti e Recettivi. 

Soltanto gli insetti non schiudono sino a quando non sono perfetti e da quel momento non cambiano nè pelo nè una cellula. Noi vertebrati o meglio primati, meno perfetti e meno predeterminati, continuiamo a crescere, bene o male, chi più chi meno. E il processo di crescita è più interessante dello sviluppo perfetto”.

Ho sempre desiderato che mia figlia fosse aperta e recettiva, meno perfetta e meno predeterminata.

Quando me l’hanno portata per la prima volta in braccio per iniziare a darle il succo della vita, presentandoci l’una all’altra, con gli occhi giganteschi che catturavano il mondo, ha iniziato a prendere ciò che voleva con una forza e un impeto così potenti, da evidenziarmi il fatto che fosse Arya, la bimba che non ha copie e non vuole averne.  

Un pomeriggio, di quando ancora era alta meno di un comodino giapponese, di quelli di stitichezza assoluta, di quelli di brividi e sudori freddi, quando la mia mano tiene forte la sua e le ripeto che ce la può fare, lei mi ha guardata e con una fermezza da trentenne mi ha reso esplicito un suo desiderio che io ho sempre fatto finta di non sapere:

“Mamma, io voglio ballare. Voglio venire a scuola di danza e mettere le punte, ti prego.”

La danza è di tutti, ma forse non per tutti e quando affermo questo non sto facendo un ragionamento razzista o elitario.

La danza è arte e quindi come tale è universalmente riconoscibile e fruibile, come la Gioconda.

La danza è per le bimbe con le gambe con le pieghette da mordere, dal movimento molto più leggiadro di quelle a spaghetto ma privo di condimento.

La danza è per i bimbi che ancora, nel 2020, si sottomettono al volere dei luoghi comuni e dello sguardo schifato di padri che evidenziano una concezione retrograda della vita, da madri che nulla farebbero senza il consenso dei loro mariti, dalla società intera che marchia il bimbo pisello, bullizzandolo e beffeggiandolo se solo ipotizza di entrare in una sala con specchi e parquet.

Lo stereotipo del ballerino gay è ancora ben incastrato nella buca di menti anche “acculturate”.

E così milioni di bimbi pisello con forti inclinazioni alla danza, senza filtri e senza sovrastrutture tipiche del mondo adulto, vengono schiacciati dalla pressa del mondo moderno, inducendoli a credere di non sentire quello che sentono e di non volere quello che vogliono: scoprire il proprio essere attraverso movimenti che naturalmente vengono creati da parti del corpo, a volte lasciandosi trasportare dalla musica, altre volte ancora dal suono che la natura ci fornisce come dono più prezioso.

La danza è per coloro che sentono la propria risata attraverso i piedi, non importa dove, è un bisogno che va placato: un camerino di Zara, mentre la mamma prova i pantaloni in saldo; il corridoio di una Chiesa mentre si celebra un matrimonio; davanti allo specchio in un grande supermercato mentre si fa la spesa settimanale; per strada, durante una passeggiata, in pizzeria, in lavanderia, ovunque resti visibile l’anima, potente e infuocata. È lì che si gode di pura estasi incontrollata e incontrollabile ed è lì che possiamo ricordare che non ci sono barriere, né filtri, né scalata sociale, né carriere, né gay, etero, bicolor, coloriunitiperbenetton, arcobaleni, nulla di tutto quello che le costruzioni mentali varie e avariate ci hanno imposto di credere, ma solo la bellezza di sentire la propria anima, mentre si denuda, per vedere l’assoluto.

La sala azzera le differenze sociali. Quando la mano si posa leggera e nello stesso istante forte, accarezzando la sbarra, fasci di luce illuminano ciò che si è in quel momento e non conta se i piedi calzano le migliori marche di scarpette da punta o se le dita escono dalla tela logora e in attesa di essere cestinate appena sarà possibile l’ennesimo acquisto. Davanti allo specchio, scrutiamo i nostri limiti, li odiamo, rabbrividiamo davanti ad una nostra imperfetta esecuzione, ma poi, una volta accettati, quei limiti li superiamo, perché nulla è impossibile.

È nella crisi, nella stanchezza più acuta, quando le braccia non reggono più il peso, le gambe tremano e tu le scuoti, le schiaffeggi sperando si riprendano, quando i piedi fanno fatica a flettere e stendere, è in questo momento che il cervello si palesa fortissimo, è lui che governa il corpo, mentre il cuore non molla mai la presa.

La danza è per chi vuole spingersi oltre.

È per chi ha il cuore in fiamme e vuole accendersi e scaldare attraverso le emozioni che vengono fuori con un movimento e non una esecuzione sterile.

Per chi crede nella magia, quella che ti raccontano quando entri in sala a 3 anni, la polvere magica sprigionata dal tulle del tutù, per chi la conserva sempre quella fanciullesca sensazione di meraviglioso stupore nel credersi magiche e speciali, senza presunzione.

Essere adulte e bambine nello stesso tempo. Riconoscere la stanchezza, la resistenza e la resilienza.

La danza è per chi accetta come valore assoluto l’educazione, profonda e limpida.

Per chi crede nel potere dell’insegnamento e del Maestro che sceglie di seguire. Per chi ha sempre presente la meta da raggiungere, che non ha mai fine poiché non esistono vittorie, nessuna coppa, alcuna medaglia d’oro, per chi vive sinceramente e affronta senza piegarsi dolori e delusioni, con dignità maggiore di chi è stato spinto da un vento favorevole e leggero.

Per chi non può permettersi questo sogno ma, con tutta la famiglia, lotta a denti stretti, testa alta, spalle dritte e scarpe consunte.

Arya voleva stare lì, voleva essere parole e poesia, sentire il vento che faceva capolino tra le posizioni di braccia e piedi, insinuandosi.

La danza è per chi non potrebbe fare altro che questo, chiamare Casa la scuola che si sceglie, famiglia tutti gli altri allievi con cui ci si scambia sudore, fatica, sorrisi e vita, vissuta per terra, sul parquet, a mezz’ aria e tra le nuvole. Terra e cielo.

Impossibile non essere, impossibile non farlo. Essere ogni movimento, sempre diverso, verso e rima.

Chi vuole danzare, a 3 anni come a 30, non lo fa per le audizioni o per lo spettacolo di fine anno. Non lo fa per il successo o la gloria o peggio ancora perché la cugina, l’amica del cuore, la zia, la nonna, la migliore amica si è iscritta a danza.

Chi sente il vulcano dentro lo fa senza limiti, privo di condizionamenti,

dipingendo nell’aria, disegnando il proprio credo, mentre la musica sospira e ammira la poesia.

Gli occhi di un ballerino mentre danza, parlano più dei suoi piedi che tecnicamente eseguono un passo.

La ricchezza di chi entra in sala e poi  in teatro è la libertà di volare oltre ogni cosa. Al di là delle apparenze, oltre l’obiettivo e gli stimoli terreni, la danza è per chi offre al mondo e a se stesso la possibilità di vivere, toccando la profondità delle cose.

La danza insegna a non abbandonare, a non mollare, a non avere bisogno di pressanti, superficiali, innumerevoli stimoli per sorridere alla vita e per amarsi. Arriverà la vocina che dice di mollare, il demone che abbatte e batte, se ne varrà ancora la pena o se è il caso di lasciare stare.

Ma se non ci sarà altro posto che sentirai tuo come il corpo che vibra come corde di violino, se crederai di avere dentro la luce d’oro dell’alba e rossa del tramonto, se ti immaginerai finestra che accoglie i raggi del sole con il mare all’orizzonte, se vedrai il mondo in un granello di sabbia e l’infinito racchiuso in quello che interpreti, allora non ci saranno luoghi comuni e universalmente riconosciuti come tali e reali nell’Italica patria.

Saremo coloro che accetteranno una figlia per quello che è, hic et nunc, ora e per sempre, nell’evoluzione e rivoluzione degli anni che avremo da gustare, liberi da sovrastrutture, sporchi di pece per non scivolare e se inciamperai, se scivolerai anche con la pece, dentro e fuori la sala, avrai la giusta leva che ti permetterà di alzarti, pulirti, sporcarti ancora e ricominciare, da dove hai lasciato o da zero.

È vero. L’aspettativa più nobile e importante che un genitore dovrebbe porsi per i propri figli è quella che diventino qualcuno: ovvero quello che sono nella profondità del loro carattere e delle loro inclinazioni, monitorando sorrisi e suoni generati dalla loro felicità senza limiti.

24 Gen

USQUE TANDEM?

Da circa un mese, da quando quel meraviglioso essere di 13 kg che ho generato, ha una cameretta tutta sua e quindi un letto tutto suo e quindi io un posto tutto mio nel letto per metà mio e per metà del padre di quella cosetta che , per 3 lunghissimi anni, ha monopolizzato il “matrimoniale”, donandoci -per carità- le notti e i ricordi più belli della vita intera, dicevo, da circa un mese io e marito ci concediamo maratone notturne di Narcos, la serie tv Netflix.

Il punto non è Narcos.

Dopo un paio di puntate, tra sparatorie, torture, soldi insanguinati, pezzi di uomini condotti nei frigoriferi come regali, corruzione, cocaina e aguardiente a litrate, chiudo gli occhi e riesco ad addormentarmi, poiché alla fine, nonostante i colpi di scena, ne conosco la fine.

Poi, la mattina mi sveglio, ohbellaciao, chino la testa sul cellulare, apro i “social” e mi vengono fortissimi conati di vomito.

Di quelli che neppure quando ero gravida, di quelli talmente intensi che ti si annebbia la vista e perdi i sensi e forse li vorresti perdere davvero i sensi, per riaddormentarti e credere che siano solo incubi prodotti dalla plurivisione di serie tv drammatiche.

Invece è la realtà.

Molti dei miei “contatti” avevano condiviso i versi di Sergio Guttilla, “Se fosse tuo figlio…” così l’ho letta anche io con un solo respiro, silenziosamente e non ho potuto fare a meno di scorgere echi assordanti e bellissime al tempo stesso di “Se questo è un uomo” di Primo Levi, parole che hanno cicatrizzato la mia esistenza, che ho letto, studiato, spolverato, parafrasato e anche un po’ odiato.

Poi, conati di vomito, ancora.

Buio. Paura.

Eccolo il punto. Il punto non è Narcos. Il punto non è il sangue.

Il punto è la paura, quella fottuta paura con cui vogliamo combattere il terrore cui ci stanno costringendo, cui ci stiamo abituando.

Ebbene, la domanda è questa:

perché diavolo il mio AK-47per combattere la realtà  dovrebbe essere la paura? Perché devo sperare, illudermi, immaginare, credere che in mare ci sia la faccia di mia figlia e quindi esserne devastata di paura per invadere il mio animo di umanità, un colpo emotivo così alto e straziante affinchè si possa ricordare che la vita di mia figlia è come la vita degli altri figli, nipoti, amici e quindi, come nei più semplici sillogismi aristotelici, deve riguardare l’intero cerchio degli uomini? Mi sento persa, smarrita, privata dei miei princìpi, in un limbo, avvelenata dal siero più potente che devasta il buon senso, un suicidio di massa, il nostro, in cui la vittima è la nostra dignità, poiché brucia viva la responsabilità sociale che prima è individuale.

E come diceva quel gran vecchio del Mahatma Gandhi: Il nemico è la paura. Si pensa sia l’odio, ma è la paura, quella che si aggrappa come un tumore al cuore e ci fa diventare ciechi di vita. Tutte le azioni, soprattutto le più meschine, sono ricondotte ad essa.

Perché dovrei sentirmi spaventata, oppressa, soffocata e vivere tutte queste emozioni per giungere finalmente a comprendere che la nostra vita è importante tanto quanto quella degli altri e provare la “pietas”?

Quo usque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?” 

    “Fino a quando abuserai della nostra pazienza?”

Usque tandem continueremo a giudicare sbagliato ciò che non conosciamo senza fornirci l’occasione per comprendere?

Usque tandem dovremo implorarci di restare umani, se faremo spallucce giustificandoci dietro al velo di una politica troppo grande e lontana da noi, dietro “cose” per cui o su cui non abbiamo potere, se diremo e penseremo nel nostro privato che tanto qualunque cosa si faccia, saremo sempre manipolati.

 Se accetteremo, senza batter ciglio, la perdita di contatto.

 Se continueremo a restare sommersi in questo fango, tanto, in fondo, a pensarci bene, la nostra vita continua “normalmente”.

Ma qual è la normalità?

La normalità è accompagnare la propria figlia a scuola nei primi giorni di inserimento all’”infanzia” e sentirsi dire dalla maestra, in confidenza, che proprio tua figlia, quel tenero fagottino borghese a “modino”,  ha mostrato e dimostrato- chiamiamole perplessità e dubbi- sulla possibilità di sedersi accanto al nuovo compagno di scuola dai tratti evidentemente indiani, evidenziando a chiare lettere, davanti all’interessato, la sua volontà, emulando l’atteggiamento di altri suoi simili non più alti di 1 metro ma così tanto decisionisti.

Buio. Paura. Conati di vomito. Tachicardia.

Mentre ascoltavo le parole della Maestra, di quelle con la m maiuscola, la mia laurea e formazione in diritti umani bruciavano come Giovanna d’Arco. Pezzi di dignità e Carta universale dei diritti urlavano contro il mio utero che aveva generato quella tipetta. Ho immaginato lo sguardo di quel bimbo di 3 anni che si è sentito rifiutare da una sconosciuta, poiché tale era nei primi giorni di scuola, il suo disagio, quella violenza gratuita ricevuta. Ho pianto. Tanto. Mi sono messa in discussione come persona, prima ancora che come madre. Mi sono interrogata. Ho preso il coraggio a denti stretti e sorriso sincero e ho parlato a mia figlia, poiché se era stata in grado, insieme agli altri gringos suoi pari, di emulare atteggiamenti negativi, allora poteva essere abile anche a generare qualcosa di positivo, a catena. Mi sono armata di pazienza. Le ho spiegato, con parole vere e non banali, semplici ma efficaci, la bellezza della diversità evidenziata persino dal colore della pelle. Che quel gesto aveva fatto soffrire un suo amico. Che bisognava rimediare a quell’ingiustificato dolore. Siamo andate immediatamente a comprare un oggettino. Una piccola cosa materiale ma tangibile, abbiamo sventolato bandiera bianca, segno e cicatrice di scuse.

Quella notte non ho dormito. Ho di nuovo pensato al cuore di quel bimbo. Poi ho portato Arya a scuola e ho atteso con ansia il risultato di quell’azione.

La bellezza aveva vinto. Le scuse,  sincere, capite. Il sorriso bianchissimo sulla pelle nere aveva azzerato tutti i colori perché solo la luce aveva illuminato tutto. Quel gesto aveva generato positività. E anche tutti i gringos companeros reticenti hanno abbassato il muro della diffidenza contro il diverso.

Ora, a metà anno scolastico,  in classe di Arya si parla di ricchezza culturale, di bellezza uguale unicità, di arte che non conosce barriere. Quel bimbo è uno dei compagni maggiormente nominati dalla tipetta borghese, con cui resta fino a tardi a giocare.

 Se non insegneremo ai nostri figli la bellezza della diversità, se eviteremo di invitare alle feste tutti i compagni facendo la selezione all’ingresso, se non ci libereremo dai luoghi comuni, se resteremo immobili di fronte ad una piccola “ingiustizia” quotidiana, se etichetteremo i compagni di scuola davanti ai nostri figli, se daremo risposte banali, se non approfondiremo, se prevarrà il “sono fatto così”, se insegneremo anche con gli esempi che la prevaricazione vince sempre, che fallire è abominevole, che il percorso deve essere uguale per tutti e chi sta indietro è un fesso, che per farsi valere occorre sgomitare ed essere forte, che il colore blu è dei maschi col pisellino mentre il rosa è delle femmine, che se si dimostra la debolezza sei frocio e ti fottono, meglio puttaniere che avere due papà; se il “pensa al tuo che il mio vale doppio”, se continueremo a non avere tempo e se perderemo tempo con  e per le cose che poi rinnegheremo, se il disinteresse verso argomenti sociali supera l’interesse verso il conveniente, se si elogia la furbizia e mai la volontà di chi ci riesce magari con poca intelligenza ma con tanto impegno, se non ci vergogneremo più, se non arrossiremo per bellezza o per pudore, se Lino Banfi all’Unesco ci rende “normali” e additeremo come il peggiore dei criminali un ragazzo che vorrebbe studiare, addirittura commettere la più cruenta delle azioni di laurearsi, divenire un plurilaureato; se dovremo nasconderci come estradati, a seconda del grado di cultura, se giustificheremo l’abdicazione alla cultura, e si badi bene, ho scritto cultura e non laurea come pezzo di carta, se parlare bene in italiano è roba da fricchettoni con il rolex, se parlare bene e scrivere correttamente in italiano e in una seconda lingua è perdita di tempo tanto paga papà, tanto le ossa te le fai sul lavoro, sottopagato e maltrattato, tanto vale non accomodare il tuo sedere sulla sedia:a pagare è l’approssimazione, in tutti i campi, in ogni settore.

Usque tandem ci imploreremo di restare umani Se non mettiamo a disposizione quel poco che abbiamo per condividerlo, che sia materiale e immateriale, se convenienza,  testa china, occhi digitali, mani fredde su schermo battono strette di mano e occhi profondi in grado di sentire l’altrui sguardo con cuore aperto, se la soluzione più semplice è la via che appare più interessante  al mio ego, se non abbiamo mai tempo, se non abbiamo il coraggio di scegliere da che parte stare, se scegliere è complicato, se tutto è a pagamento, se restiamo “al nostro posto” per paura di essere etichettati, se non lottiamo per abbattere le etichette, se non attribuiamo importanza al sentire dell’altro, se ci fermiamo alla forma, se ci fa comodo restare sull’uscio, se non coltiviamo i sentimenti  e i legami, se ci lasciamo immobilizzare e plagiare dalla paura costruita dall’alto,

se pensiamo che i nostri figli ci appartengano e li educhiamo come se non appartenessero anche ad una comunità, se continueremo ad essere tutto questo,

a morire nelle acque fredde e buie, senza scialuppa, saremo noi e i figli e i nipoti che abbiamo cresciuto con l’apatia del presente e privi di empatica condivisione della bellezza dell’animo che si congela come iceberg.

Buio.

Prendo una candela. Per fortuna sa di vaniglia.

16 Lug

“SII REALISTA! CHIEDI L’IMPOSSIBILE”

Qualche giorno fa mi capitò di leggere una frase:

“Si vive con la speranza di arrivare ad essere un ricordo” e subito dopo l’occhio abbracciò un altro aforisma, di uno che insomma, di aforismi se ne intende: “Vivere è la cosa più rara del mondo. La maggior parte della gente esiste, e questo è tutto” – O. Wilde.

E mi sei venuto in mente tu.

Per 4 volte lo scirocco, umido, pesante, sfiancante ha portato con sé il 16 luglio.

Abbiamo smesso di cercare il senso. Da quando è scoppiata la morte, ho acceso una gigantesca miccia di voglia di vita. Io ti vedo. Sei lì, a sorseggiare il tuo ghiacciato mojito ne La Bodeguita, a la Habana Vieja.

Indossi i tuoi rayban , la barbetta incolta, la fede al dito, un signor sigaro in bocca e le mani sul tavolino riproducono i suoni della musica cubana che il bar propone.

Sei invisibile. Ma non assente. Sei vento.

Sei la luce tra le nuvole dopo la pioggia estiva.

Sei il signor silenzio.

Sei il mare a cui ho rivolto il mio sguardo nei giorni della tua malattia. All’alba. Arya cresceva nella mia pancia, come cresceva un dolore che ho accarezzato, come se non fosse mio nemico. Quell’ acqua mi cullava, come ho imparato a fare con mia figlia e come ha fatto la mamma con te, prima che la morte ti rapisse e ti portasse in quel posto di luce, colori, suoni e bellezza, da cui ci osservi e ci proteggi.

Aveva ragione Platone, sai? Siamo tutti Immortali nella misura in cui i ricordi infuocano l’animo di chi resta.

Così sei immortale, poiché conosco l’amore puro e incondizionato di un padre a cui poco importava se quella fosse la figlia nata grazie al suo pisellino.

Mi hai amata, senza se e senza ma. Senza preoccuparti che il mio cognome fosse diverso dal tuo.

Mi hai insegnato a cercarmi tra le righe di un libro ma al contempo, mi hai spinto a scrivere il romanzo della mia vita, offrendomi costantemente gli strumenti per mettere tutto nero su bianco, a mio modo.

Poiché il più grande segno che profuma di egoismo da parte dei genitori è la loro imposizione sui figli, a vivere come i primi desiderano vivere.

Invece tu vento, hai reso carne il verbo tentare, seguito da fallire. Non importava per te.

Si poteva fallire, anche meglio, sempre di più. L’importante  era rischiare, lavorare duramente, tenacemente, sino a notte fonda, sino a quando gli occhi chiudevano le serrature della concentrazione e i polsi impietriti dall’uso del mouse sventolavano bandiera bianca e poi, abbracciare il meritato riposo svegliandoci all’alba, pronti per un’avventura,  on the road.

4 estati fa abbiamo capito che la cosa più terribile che potesse capitarci fosse quella di voltare le spalle alla paura, stringendo gli occhi sino a farci male, pur di non vederla.

Non abbiamo permesso alla morte di consegnare la cosa più preziosa che abbiamo ad alcuno.

Persino quando non eri tu la persona a cui era collegato il concetto di lasciarci per sempre fisicamente.

Non c’è idea cui non si finisce per fare abitudine. Così ci siamo sporcati, noi 5 superstiti e abbiamo corso.

Poi fermati, insanguinati, abbiamo masticato il miele e la cera, abbiamo sputato rabbia, ingoiato false promesse, aiuti decantati e mai giunti, incomprensioni. Siamo ripartiti, contro il tempo e per il tempo.

Ci hai insegnato, a tutte noi, le donne della tua vita, che le parole sono importanti a tal punto che ad ogni parola corrisponde un’azione e reazione. Se dico che non so fare qualcosa, mi assale il tuo ricordo che si fa presenza nell’azione che andrò a compiere, annullando la pigrizia e rispondendo alla silenziosa domanda che mi avresti posto: sei sicura di non saperlo fare, se non ti sei mai avvicinata al problema per risolverlo? Ci hai mai provato prima di pronunciarti al negativo?

La nostra vita ha reso possibile credere a qualsiasi cosa, soprattutto a quelle incredibili.

Siamo pozzi riempiti pregni di acqua del tuo amore e sapere.

Il laboratorio della nostra memoria è sempre a lavoro. Il dolore non è più necessario. Abbiamo smesso di accusare il destino che ha giocato una brutta partita con noi. Ci stiamo incontrando nel ricordo, come quando nella sala studio mi venivi a bussare, chiedendomi per favore di smetterla di svegliarmi così presto per studiare, che avrei potuto prendermi una pausa, che non era sano ciò che facevo, che mi avrebbe spento piano piano, che un 9 al compito di storia o un 30 all’ esame di diritto erano importanti certo, ti inorgoglivano, ma lo era di più l’attitudine al rischio, a pretendere ciò che meritavo, a far sentire la mia voce.  Ci hai insegnato a difendere la nostra spontaneità e nello stesso tempo a non farla schiacciare da nessuno. Ci hai dimostrato che occorre perdersi per trovare percorsi migliori, come quando litigavi spesso con la mamma sul percorso stradale o raccontavi la storia di Gesù per arrivare ai tempi moderni.

Senza accorgercene, senza premeditazione, ognuno di noi ha preso il tuo posto, in alcune delle cose che eri solito fare per noi.

Sei nel caffè. Lo bevo senza zucchero per assaporarne l’aroma, come facevi tu.

Tua figlia la menzana e tuo genero l’ingegnere,  lo preparano nelle occasioni di riunioni famigliari o agli ospiti di casa.

Sei nelle favole che raccontiamo ad Arya, accompagnandola nel mondo della fantasia e delle emozioni, donandole quel tempo prezioso che tu hai fortemente voluto ritagliarti per noi.

Sei nella Toyota Rav, nel suono del suo clacson, nella cintura che allacciavi con una mano già al volante, mentre eri in moto e che mi dava un fastidio esagerato.

Sei nella fermezza della piccola Chiara.

Nel suo amore per la scienza, per la logica, per la risoluzione del problema a tutti i costi.

Sei in Andrea, nelle sue espressioni facciali, nel suo modo di affrontare la solitudine, nella sua bravura ad orientarsi nei percorsi che la vita ha delineato per lei o che ha disegnato sulla sua mappa.

Stanno crescendo divinamente. Le cicatrici le hanno rese decisamente più donne e nello stesso più bimbe e sono certa che sia merito anche tuo, della persona che sei stata, non solo come padre ma come uomo e dello stile di vita dignitoso che ci hai donato.

Sei nelle mie passioni che odorano di ossessione, tutte.  Sei nella danza, tu primo tra tutti a credere più di me stessa che fosse arrivato il momento di chiamare per nome questa passione, di darle forma,   di non arrendermi di fronte ad un rimorso dell’incompiuto, come una melodia lasciata a metà, un pianoforte senza diesis.

Sei nella reflex, nella voglia di offrirmi l’arte a portata di mano, per sfruttare le mie capacità. Per guardare il mondo con i miei occhi e renderlo immortale a mio modo, con uno scatto senza tempo e spazio.

Sei nei biglietti di viaggio, nella scoperta di nuove culture, nel confronto, nella voglia di sentirsi sempre viaggiatore e mai turista.

Sei nelle espressioni verbali che qualche volta proferisce “marito”.

Poi c’è la mamma.

Ci siamo illusi e arrogati il diritto di non essere al suo fianco, ma di essere il suo fianco, di essere le  parti mancanti del suo corpo, di essere la sua medicina e di contarle le pillole.

Il tempo ha strappato i falsi super poteri e ha reso visibile la realtà che chiede l’impossibile e noi ce la mettiamo tutta.

E’ lei l’ “impossibile” su due gambette che cammina goffamente ma a schiena drittissima e testa ancora più su.

Ci sono quei periodi dell’anno in cui mi assale l’insensata voglia di abbattimento della struttura emotiva che mi pervade per mesi,  e mi lascio dondolare, seduta sull’altalena dei ricordi.

Così realizzo quanto sia facile e apparentemente figo sentirsi come una matita dalla punta sempre temperata in un barattolo di matite senza punta.

Ma con uno sguardo più attento e profondo ci accorgeremo che quest’ultime hanno scritto, disegnato, riscritto, miscela di grafite e argilla, grezze, spesse, che diventano di nuovo vergini, pronte a lasciare un nuovo segno, a sporcare le mani di nero, pregne di carbone.

Forse lei, la tua lei, non è mai stata la matita dalla punta sempre perfetta, e sinceramente, esclamerei, “che culo!”

A tua nipote ripeto come un mantra:

Fa che la tua vita non sia un’edizione economica. Rendila un capolavoro, un’edizione limitata, una carta pregiata su cui disegnare opere d’arte, perché ogni mattina al suono della sveglia, imporrai a te stesso di fare qualcosa che ti spaventa, scoprendo l’infinito e l’infinitamente piccolo che risiede in noi, decidendo cosa fare col tempo che ci viene donato.

Come diceva il maestro con cui ho iniziato a scriverti, il “tipo degli aforismi”:

“Giocare con il fuoco ha il vantaggio di non farci scottare mai. Si scottano solo coloro che con il fuoco non sanno giocare”.

Ora ti lascio gustare il tuo mojito. Saziarti di tramonti. Cibarti di musica. Vestirti delle nostre anime che si spogliano davanti ai ricordi indissolubili e ti rendono mito.