24 Gen

USQUE TANDEM?

Da circa un mese, da quando quel meraviglioso essere di 13 kg che ho generato, ha una cameretta tutta sua e quindi un letto tutto suo e quindi io un posto tutto mio nel letto per metà mio e per metà del padre di quella cosetta che , per 3 lunghissimi anni, ha monopolizzato il “matrimoniale”, donandoci -per carità- le notti e i ricordi più belli della vita intera, dicevo, da circa un mese io e marito ci concediamo maratone notturne di Narcos, la serie tv Netflix.

Il punto non è Narcos.

Dopo un paio di puntate, tra sparatorie, torture, soldi insanguinati, pezzi di uomini condotti nei frigoriferi come regali, corruzione, cocaina e aguardiente a litrate, chiudo gli occhi e riesco ad addormentarmi, poiché alla fine, nonostante i colpi di scena, ne conosco la fine.

Poi, la mattina mi sveglio, ohbellaciao, chino la testa sul cellulare, apro i “social” e mi vengono fortissimi conati di vomito.

Di quelli che neppure quando ero gravida, di quelli talmente intensi che ti si annebbia la vista e perdi i sensi e forse li vorresti perdere davvero i sensi, per riaddormentarti e credere che siano solo incubi prodotti dalla plurivisione di serie tv drammatiche.

Invece è la realtà.

Molti dei miei “contatti” avevano condiviso i versi di Sergio Guttilla, “Se fosse tuo figlio…” così l’ho letta anche io con un solo respiro, silenziosamente e non ho potuto fare a meno di scorgere echi assordanti e bellissime al tempo stesso di “Se questo è un uomo” di Primo Levi, parole che hanno cicatrizzato la mia esistenza, che ho letto, studiato, spolverato, parafrasato e anche un po’ odiato.

Poi, conati di vomito, ancora.

Buio. Paura.

Eccolo il punto. Il punto non è Narcos. Il punto non è il sangue.

Il punto è la paura, quella fottuta paura con cui vogliamo combattere il terrore cui ci stanno costringendo, cui ci stiamo abituando.

Ebbene, la domanda è questa:

perché diavolo il mio AK-47per combattere la realtà  dovrebbe essere la paura? Perché devo sperare, illudermi, immaginare, credere che in mare ci sia la faccia di mia figlia e quindi esserne devastata di paura per invadere il mio animo di umanità, un colpo emotivo così alto e straziante affinchè si possa ricordare che la vita di mia figlia è come la vita degli altri figli, nipoti, amici e quindi, come nei più semplici sillogismi aristotelici, deve riguardare l’intero cerchio degli uomini? Mi sento persa, smarrita, privata dei miei princìpi, in un limbo, avvelenata dal siero più potente che devasta il buon senso, un suicidio di massa, il nostro, in cui la vittima è la nostra dignità, poiché brucia viva la responsabilità sociale che prima è individuale.

E come diceva quel gran vecchio del Mahatma Gandhi: Il nemico è la paura. Si pensa sia l’odio, ma è la paura, quella che si aggrappa come un tumore al cuore e ci fa diventare ciechi di vita. Tutte le azioni, soprattutto le più meschine, sono ricondotte ad essa.

Perché dovrei sentirmi spaventata, oppressa, soffocata e vivere tutte queste emozioni per giungere finalmente a comprendere che la nostra vita è importante tanto quanto quella degli altri e provare la “pietas”?

Quo usque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?” 

    “Fino a quando abuserai della nostra pazienza?”

Usque tandem continueremo a giudicare sbagliato ciò che non conosciamo senza fornirci l’occasione per comprendere?

Usque tandem dovremo implorarci di restare umani, se faremo spallucce giustificandoci dietro al velo di una politica troppo grande e lontana da noi, dietro “cose” per cui o su cui non abbiamo potere, se diremo e penseremo nel nostro privato che tanto qualunque cosa si faccia, saremo sempre manipolati.

 Se accetteremo, senza batter ciglio, la perdita di contatto.

 Se continueremo a restare sommersi in questo fango, tanto, in fondo, a pensarci bene, la nostra vita continua “normalmente”.

Ma qual è la normalità?

La normalità è accompagnare la propria figlia a scuola nei primi giorni di inserimento all’”infanzia” e sentirsi dire dalla maestra, in confidenza, che proprio tua figlia, quel tenero fagottino borghese a “modino”,  ha mostrato e dimostrato- chiamiamole perplessità e dubbi- sulla possibilità di sedersi accanto al nuovo compagno di scuola dai tratti evidentemente indiani, evidenziando a chiare lettere, davanti all’interessato, la sua volontà, emulando l’atteggiamento di altri suoi simili non più alti di 1 metro ma così tanto decisionisti.

Buio. Paura. Conati di vomito. Tachicardia.

Mentre ascoltavo le parole della Maestra, di quelle con la m maiuscola, la mia laurea e formazione in diritti umani bruciavano come Giovanna d’Arco. Pezzi di dignità e Carta universale dei diritti urlavano contro il mio utero che aveva generato quella tipetta. Ho immaginato lo sguardo di quel bimbo di 3 anni che si è sentito rifiutare da una sconosciuta, poiché tale era nei primi giorni di scuola, il suo disagio, quella violenza gratuita ricevuta. Ho pianto. Tanto. Mi sono messa in discussione come persona, prima ancora che come madre. Mi sono interrogata. Ho preso il coraggio a denti stretti e sorriso sincero e ho parlato a mia figlia, poiché se era stata in grado, insieme agli altri gringos suoi pari, di emulare atteggiamenti negativi, allora poteva essere abile anche a generare qualcosa di positivo, a catena. Mi sono armata di pazienza. Le ho spiegato, con parole vere e non banali, semplici ma efficaci, la bellezza della diversità evidenziata persino dal colore della pelle. Che quel gesto aveva fatto soffrire un suo amico. Che bisognava rimediare a quell’ingiustificato dolore. Siamo andate immediatamente a comprare un oggettino. Una piccola cosa materiale ma tangibile, abbiamo sventolato bandiera bianca, segno e cicatrice di scuse.

Quella notte non ho dormito. Ho di nuovo pensato al cuore di quel bimbo. Poi ho portato Arya a scuola e ho atteso con ansia il risultato di quell’azione.

La bellezza aveva vinto. Le scuse,  sincere, capite. Il sorriso bianchissimo sulla pelle nere aveva azzerato tutti i colori perché solo la luce aveva illuminato tutto. Quel gesto aveva generato positività. E anche tutti i gringos companeros reticenti hanno abbassato il muro della diffidenza contro il diverso.

Ora, a metà anno scolastico,  in classe di Arya si parla di ricchezza culturale, di bellezza uguale unicità, di arte che non conosce barriere. Quel bimbo è uno dei compagni maggiormente nominati dalla tipetta borghese, con cui resta fino a tardi a giocare.

 Se non insegneremo ai nostri figli la bellezza della diversità, se eviteremo di invitare alle feste tutti i compagni facendo la selezione all’ingresso, se non ci libereremo dai luoghi comuni, se resteremo immobili di fronte ad una piccola “ingiustizia” quotidiana, se etichetteremo i compagni di scuola davanti ai nostri figli, se daremo risposte banali, se non approfondiremo, se prevarrà il “sono fatto così”, se insegneremo anche con gli esempi che la prevaricazione vince sempre, che fallire è abominevole, che il percorso deve essere uguale per tutti e chi sta indietro è un fesso, che per farsi valere occorre sgomitare ed essere forte, che il colore blu è dei maschi col pisellino mentre il rosa è delle femmine, che se si dimostra la debolezza sei frocio e ti fottono, meglio puttaniere che avere due papà; se il “pensa al tuo che il mio vale doppio”, se continueremo a non avere tempo e se perderemo tempo con  e per le cose che poi rinnegheremo, se il disinteresse verso argomenti sociali supera l’interesse verso il conveniente, se si elogia la furbizia e mai la volontà di chi ci riesce magari con poca intelligenza ma con tanto impegno, se non ci vergogneremo più, se non arrossiremo per bellezza o per pudore, se Lino Banfi all’Unesco ci rende “normali” e additeremo come il peggiore dei criminali un ragazzo che vorrebbe studiare, addirittura commettere la più cruenta delle azioni di laurearsi, divenire un plurilaureato; se dovremo nasconderci come estradati, a seconda del grado di cultura, se giustificheremo l’abdicazione alla cultura, e si badi bene, ho scritto cultura e non laurea come pezzo di carta, se parlare bene in italiano è roba da fricchettoni con il rolex, se parlare bene e scrivere correttamente in italiano e in una seconda lingua è perdita di tempo tanto paga papà, tanto le ossa te le fai sul lavoro, sottopagato e maltrattato, tanto vale non accomodare il tuo sedere sulla sedia:a pagare è l’approssimazione, in tutti i campi, in ogni settore.

Usque tandem ci imploreremo di restare umani Se non mettiamo a disposizione quel poco che abbiamo per condividerlo, che sia materiale e immateriale, se convenienza,  testa china, occhi digitali, mani fredde su schermo battono strette di mano e occhi profondi in grado di sentire l’altrui sguardo con cuore aperto, se la soluzione più semplice è la via che appare più interessante  al mio ego, se non abbiamo mai tempo, se non abbiamo il coraggio di scegliere da che parte stare, se scegliere è complicato, se tutto è a pagamento, se restiamo “al nostro posto” per paura di essere etichettati, se non lottiamo per abbattere le etichette, se non attribuiamo importanza al sentire dell’altro, se ci fermiamo alla forma, se ci fa comodo restare sull’uscio, se non coltiviamo i sentimenti  e i legami, se ci lasciamo immobilizzare e plagiare dalla paura costruita dall’alto,

se pensiamo che i nostri figli ci appartengano e li educhiamo come se non appartenessero anche ad una comunità, se continueremo ad essere tutto questo,

a morire nelle acque fredde e buie, senza scialuppa, saremo noi e i figli e i nipoti che abbiamo cresciuto con l’apatia del presente e privi di empatica condivisione della bellezza dell’animo che si congela come iceberg.

Buio.

Prendo una candela. Per fortuna sa di vaniglia.

16 Lug

“SII REALISTA! CHIEDI L’IMPOSSIBILE”

Qualche giorno fa mi capitò di leggere una frase:

“Si vive con la speranza di arrivare ad essere un ricordo” e subito dopo l’occhio abbracciò un altro aforisma, di uno che insomma, di aforismi se ne intende: “Vivere è la cosa più rara del mondo. La maggior parte della gente esiste, e questo è tutto” – O. Wilde.

E mi sei venuto in mente tu.

Per 4 volte lo scirocco, umido, pesante, sfiancante ha portato con sé il 16 luglio.

Abbiamo smesso di cercare il senso. Da quando è scoppiata la morte, ho acceso una gigantesca miccia di voglia di vita. Io ti vedo. Sei lì, a sorseggiare il tuo ghiacciato mojito ne La Bodeguita, a la Habana Vieja.

Indossi i tuoi rayban , la barbetta incolta, la fede al dito, un signor sigaro in bocca e le mani sul tavolino riproducono i suoni della musica cubana che il bar propone.

Sei invisibile. Ma non assente. Sei vento.

Sei la luce tra le nuvole dopo la pioggia estiva.

Sei il signor silenzio.

Sei il mare a cui ho rivolto il mio sguardo nei giorni della tua malattia. All’alba. Arya cresceva nella mia pancia, come cresceva un dolore che ho accarezzato, come se non fosse mio nemico. Quell’ acqua mi cullava, come ho imparato a fare con mia figlia e come ha fatto la mamma con te, prima che la morte ti rapisse e ti portasse in quel posto di luce, colori, suoni e bellezza, da cui ci osservi e ci proteggi.

Aveva ragione Platone, sai? Siamo tutti Immortali nella misura in cui i ricordi infuocano l’animo di chi resta.

Così sei immortale, poiché conosco l’amore puro e incondizionato di un padre a cui poco importava se quella fosse la figlia nata grazie al suo pisellino.

Mi hai amata, senza se e senza ma. Senza preoccuparti che il mio cognome fosse diverso dal tuo.

Mi hai insegnato a cercarmi tra le righe di un libro ma al contempo, mi hai spinto a scrivere il romanzo della mia vita, offrendomi costantemente gli strumenti per mettere tutto nero su bianco, a mio modo.

Poiché il più grande segno che profuma di egoismo da parte dei genitori è la loro imposizione sui figli, a vivere come i primi desiderano vivere.

Invece tu vento, hai reso carne il verbo tentare, seguito da fallire. Non importava per te.

Si poteva fallire, anche meglio, sempre di più. L’importante  era rischiare, lavorare duramente, tenacemente, sino a notte fonda, sino a quando gli occhi chiudevano le serrature della concentrazione e i polsi impietriti dall’uso del mouse sventolavano bandiera bianca e poi, abbracciare il meritato riposo svegliandoci all’alba, pronti per un’avventura,  on the road.

4 estati fa abbiamo capito che la cosa più terribile che potesse capitarci fosse quella di voltare le spalle alla paura, stringendo gli occhi sino a farci male, pur di non vederla.

Non abbiamo permesso alla morte di consegnare la cosa più preziosa che abbiamo ad alcuno.

Persino quando non eri tu la persona a cui era collegato il concetto di lasciarci per sempre fisicamente.

Non c’è idea cui non si finisce per fare abitudine. Così ci siamo sporcati, noi 5 superstiti e abbiamo corso.

Poi fermati, insanguinati, abbiamo masticato il miele e la cera, abbiamo sputato rabbia, ingoiato false promesse, aiuti decantati e mai giunti, incomprensioni. Siamo ripartiti, contro il tempo e per il tempo.

Ci hai insegnato, a tutte noi, le donne della tua vita, che le parole sono importanti a tal punto che ad ogni parola corrisponde un’azione e reazione. Se dico che non so fare qualcosa, mi assale il tuo ricordo che si fa presenza nell’azione che andrò a compiere, annullando la pigrizia e rispondendo alla silenziosa domanda che mi avresti posto: sei sicura di non saperlo fare, se non ti sei mai avvicinata al problema per risolverlo? Ci hai mai provato prima di pronunciarti al negativo?

La nostra vita ha reso possibile credere a qualsiasi cosa, soprattutto a quelle incredibili.

Siamo pozzi riempiti pregni di acqua del tuo amore e sapere.

Il laboratorio della nostra memoria è sempre a lavoro. Il dolore non è più necessario. Abbiamo smesso di accusare il destino che ha giocato una brutta partita con noi. Ci stiamo incontrando nel ricordo, come quando nella sala studio mi venivi a bussare, chiedendomi per favore di smetterla di svegliarmi così presto per studiare, che avrei potuto prendermi una pausa, che non era sano ciò che facevo, che mi avrebbe spento piano piano, che un 9 al compito di storia o un 30 all’ esame di diritto erano importanti certo, ti inorgoglivano, ma lo era di più l’attitudine al rischio, a pretendere ciò che meritavo, a far sentire la mia voce.  Ci hai insegnato a difendere la nostra spontaneità e nello stesso tempo a non farla schiacciare da nessuno. Ci hai dimostrato che occorre perdersi per trovare percorsi migliori, come quando litigavi spesso con la mamma sul percorso stradale o raccontavi la storia di Gesù per arrivare ai tempi moderni.

Senza accorgercene, senza premeditazione, ognuno di noi ha preso il tuo posto, in alcune delle cose che eri solito fare per noi.

Sei nel caffè. Lo bevo senza zucchero per assaporarne l’aroma, come facevi tu.

Tua figlia la menzana e tuo genero l’ingegnere,  lo preparano nelle occasioni di riunioni famigliari o agli ospiti di casa.

Sei nelle favole che raccontiamo ad Arya, accompagnandola nel mondo della fantasia e delle emozioni, donandole quel tempo prezioso che tu hai fortemente voluto ritagliarti per noi.

Sei nella Toyota Rav, nel suono del suo clacson, nella cintura che allacciavi con una mano già al volante, mentre eri in moto e che mi dava un fastidio esagerato.

Sei nella fermezza della piccola Chiara.

Nel suo amore per la scienza, per la logica, per la risoluzione del problema a tutti i costi.

Sei in Andrea, nelle sue espressioni facciali, nel suo modo di affrontare la solitudine, nella sua bravura ad orientarsi nei percorsi che la vita ha delineato per lei o che ha disegnato sulla sua mappa.

Stanno crescendo divinamente. Le cicatrici le hanno rese decisamente più donne e nello stesso più bimbe e sono certa che sia merito anche tuo, della persona che sei stata, non solo come padre ma come uomo e dello stile di vita dignitoso che ci hai donato.

Sei nelle mie passioni che odorano di ossessione, tutte.  Sei nella danza, tu primo tra tutti a credere più di me stessa che fosse arrivato il momento di chiamare per nome questa passione, di darle forma,   di non arrendermi di fronte ad un rimorso dell’incompiuto, come una melodia lasciata a metà, un pianoforte senza diesis.

Sei nella reflex, nella voglia di offrirmi l’arte a portata di mano, per sfruttare le mie capacità. Per guardare il mondo con i miei occhi e renderlo immortale a mio modo, con uno scatto senza tempo e spazio.

Sei nei biglietti di viaggio, nella scoperta di nuove culture, nel confronto, nella voglia di sentirsi sempre viaggiatore e mai turista.

Sei nelle espressioni verbali che qualche volta proferisce “marito”.

Poi c’è la mamma.

Ci siamo illusi e arrogati il diritto di non essere al suo fianco, ma di essere il suo fianco, di essere le  parti mancanti del suo corpo, di essere la sua medicina e di contarle le pillole.

Il tempo ha strappato i falsi super poteri e ha reso visibile la realtà che chiede l’impossibile e noi ce la mettiamo tutta.

E’ lei l’ “impossibile” su due gambette che cammina goffamente ma a schiena drittissima e testa ancora più su.

Ci sono quei periodi dell’anno in cui mi assale l’insensata voglia di abbattimento della struttura emotiva che mi pervade per mesi,  e mi lascio dondolare, seduta sull’altalena dei ricordi.

Così realizzo quanto sia facile e apparentemente figo sentirsi come una matita dalla punta sempre temperata in un barattolo di matite senza punta.

Ma con uno sguardo più attento e profondo ci accorgeremo che quest’ultime hanno scritto, disegnato, riscritto, miscela di grafite e argilla, grezze, spesse, che diventano di nuovo vergini, pronte a lasciare un nuovo segno, a sporcare le mani di nero, pregne di carbone.

Forse lei, la tua lei, non è mai stata la matita dalla punta sempre perfetta, e sinceramente, esclamerei, “che culo!”

A tua nipote ripeto come un mantra:

Fa che la tua vita non sia un’edizione economica. Rendila un capolavoro, un’edizione limitata, una carta pregiata su cui disegnare opere d’arte, perché ogni mattina al suono della sveglia, imporrai a te stesso di fare qualcosa che ti spaventa, scoprendo l’infinito e l’infinitamente piccolo che risiede in noi, decidendo cosa fare col tempo che ci viene donato.

Come diceva il maestro con cui ho iniziato a scriverti, il “tipo degli aforismi”:

“Giocare con il fuoco ha il vantaggio di non farci scottare mai. Si scottano solo coloro che con il fuoco non sanno giocare”.

Ora ti lascio gustare il tuo mojito. Saziarti di tramonti. Cibarti di musica. Vestirti delle nostre anime che si spogliano davanti ai ricordi indissolubili e ti rendono mito.

 

 

 

 

15 Feb

Avrai vento tra i capelli.

Consiglio la lettura, ascoltando:

Il tuo respiro è una bizzarra e incantevole sorpresa, un per- sempre istantaneo che viaggia sul treno dell’irreale.

Hai visto come ci sorprende la vita? Sfacciata giocatrice di dadi con la morte, ha vinto lei, hai vinto tu, cinquantenne tutta cromata.

Usignolo pronto a morire.

Sei come la gatta che alberga sull’ uscio di casa, appollaiata sul tappeto senza timori di venir scacciata, zingara gitana dalle 7 vite, sei nata fenice, come racconta tua madre.

Mia nonna.

Tutti ti credevano morta ma sei venuta alla luce, testarda e prematura, fragile d’aspetto ma aquila nell’animo.

Ci siamo preparati una vita intera alla tua morte.

Ti bruci. Ci incendi. Esplodi. Saltiamo. Vedi la musica. Ascolti la danza dell’impossibile che diventa possibile e rinasci. E viviamo. In ogni fase. Lo fai da 50 anni.

Per i prossimi 50 anni, ti propongo una lista di “cose” che avrai, tu donna immortale, poiché  la nonna ha ragione, sempre ragione: ti danno per morta ma tu sei più viva tra i vivi che si fingono tali ma muoiono ogni istante nell’oblio dell’apatia della sopravvivenza.

Avrai l’alba più cupa, desolata, in cui i brividi svaniranno quando le scintille dei piedi gelidi riscalderanno il piumone troppo grande per te, laddove ti perderai tra i tuoi sogni interrotti da ricordi che ti squartano, ti accartocciano, ti strappano la carne, ma ti alzerai senza ferite aperte, senza sangue sgorgante, solo cicatrici che ti schiaffeggiano sull’ altare della quotidianità, così che nessuno possa accorgersi di nulla.

Ma quel nessuno non siamo noi. Quel nessuno è tutti. Tutti non siamo noi.

Avrai superficialità, inquietante cattiveria.

Avrai sguardi, occhi pietosi che impietosiscono.

La compassione è regale. La pietà è negli occhi deformanti di chi guarda. Di chi aspetta che l’altro, qualsiasi altro, porti la croce più grande della propria, così che possa finalmente sguazzare nel mare dell’ipocrisia.

Il nostro è un altro mare.

Tua nipote è figlia del vento e del mare. Quello cristallino, puro, trasparente nei giorni di tramontana, fermo e immobile, ma guerriero, arrabbiato e rabbioso in quelli di scirocco.

È quello il nostro mare.

E da esso ritornerai. Arya ti condurrà da lui. Sedute. Mano nella mano. Ad ascoltarlo.

Avrai solitudine.

Avrai porte chiuse.

Avrai indifferenza.

Avrai diffidenza.

Avrai il tempo che non c’è mai, nel momento in cui è necessario ci sia.

Avrai pillole da gustare come olive in un Martini.

Avrai freddo a luglio. La tua pelle si gonfierà. Avrai chili in più e chili in meno.

Avrai lacrime. Buio. Fallimenti. Cadute. Capelli nella vasca.

Avrai turbanti rosso fuoco, il tuo colore preferito, perché tu lo sai che non esistono né il bianco né il nero, persino quando il tunnel sembra impraticabile.

Sarai attraversata dalle gocce d’acqua rimaste in sospensione, dopo la tempesta, e sarai tu l’arcobaleno.

Avrai sonno e insonnia.

Avrai vaffanculo da regalare ma anche da ricevere.

Avrai subdole debolezze. Muscoli molluschi. Braccia inermi. Torace plastificato.

Potrai restare immobile.

Saremo noi le tue braccia. Custodiremo le tue ali. Le spolvereremo, faremo in modo che restino forti e libere.

Disinfetteremo le ferite, laverò il tuo sangue, tamponerò con delicatezza i tagli. Giorno dopo giorno. Medicazione dopo medicazione, il tuo dolore sarà incerottato, coperto, sterilizzato.

Avrai la nausea senza essere incinta.

Avrai giorni di inappetenza e giorni di bulimia.

Avrai chi ti comprerà il gelato a mezzanotte passata, in estate e in pieno e rigido inverno piovoso.

Avrai chi ti accompagnerà in aeroporto, in silenzio, quello che ti aspetti e speri.

Le parole sono spesso assordanti.

Avrai manie di persecuzione. Smania di perfezionismo.  Eccessivo ottimismo e iper-attività.

Avrai lentezza. Coperte sul divano. Specchi in cui riflettersi e riflettere, insieme, sul senso vero della bellezza.

Avrai giorni da donna.  Banali. Semplici. Litigi. Urla strazianti. Urla mute. Sogni infranti. Sogni in costruzione. Sogni altrui che diventano propri. Scelte. Sbagliate. Prese. Perse.  Egocentrismo.  Altruismo. Eccentrica visione del sé in versione nuda e cruda.

Avrai da dire Grazie. Avrai da scostarti. Sarai altro. Altrove. Sarai i luoghi che visiterai. Cambierai pelle ad ogni scoperta che aprirà il varco dinanzi a te, tu unica compagna di viaggio che hai scelto per trovarti e ritrovarti.

Avrai l’odore della gente che incontrerai. Lo sguardo dei bambini che accarezzerai, tu bimba tra i bimbi, piccola tra i grandi.

Avrai incertezze. Alture. Montagne. Valanghe. Noia.

Sarai etichetta, avrai etichette: ragazza madre, moglie bambina, capo-donna, venuta al mondo dopo il coma, guerriera contro la bestia, vedova, ancora guerriera.

Saremo il tuo scudo. Noi 5. Le tue polsiere. Le tue cavigliere. Fianco contro fianco. Saremo la tua memoria. La tua agenda. I tuoi paracolpi. La lampadina accesa di notte contro i mostri. La ragione per cui puoi decidere di mollare. La ragione per cui hai deciso di lottare. Il cuore. Saremo le tue mamme. Le tue suocere. Le migliori amiche. L’uomo che hai perso. L’uomo che avrai.

Avrai spalle su cui abbandonarti. Spalle che vengono da lontano, che fanno chilometri per viverti, anche solo per 24 ore, per rendere omaggio alla tua forza e debolezza insieme, per scrutarti nell’anima e farti capire che non si è mai soli, che forse ci fa comodo incolpare gli altri della loro poca comprensione e assenza, ma la verità è che siamo umani, incredibilmente umani, e viviamo la bellezza e l’inferno ogni minuto, ogni secondo e i tuoi 50 anni racchiudono l’incredibile certezza che la vita sia vita, banalmente vita a cui possiamo dare milioni di sensi compiuti se solo riuscissimo a non essere così pregni di rabbia, di sensi di colpa, di rancori e incompletezza.

Così ti auguro, mamma, piccola guerriera come ti appellano gli altri,

di prendere in mano il tuo presente. Tutto quanto. Le nostre ali ce le stiamo costruendo, pezzetto dopo pezzetto e non abbiamo più paura, di nulla, o in verità, abbiamo così tanta paura che non la sentiamo più.

Ora tocca a te.

Non avere più paura per noi. Non avere più rabbia. Sii l’imprenditrice del tuo essere. Del tuo corpo.

Rischia.

Punta tutto sul piatto del presente, perché:

Avrai chignon da pettinare.

Fiabe da leggere.

Tabelline da ripetere.

Perché a cui dare risposta. Cartoni animati da vedere, milioni e milioni di volte.

Confidenze da custodire. Lacrime da asciugare. Sorrisi da lucidare. Abiti da scegliere.

Abiti da provare. Avrai musica. Sarai musica. Avrai ninna nanne. Idee. Progetti. Avrai debiti. Avrai crediti. Avrai una tela bianca su cui dipingere. Avrai la tua adolescenza interrotta. Avrai tiramisù da preparare. Avrai l’onnipotenza. Avrai vento tra i capelli. Inanellati.

Non sarai speciale per le malattie che ti abitano.

Lo sarai per il fatto che avrai vissuto senza pensare che vivere una sola volta sia troppo poco, ma abbastanza, se avrai mantenuto le promesse, colto le opportunità, superato il dolore, accettato le sfide, cambiato il destino, svelato bugie, fatto danni, riparato i cocci.

Avrai l’immortalità.

Immortale è colui che si strappa il cuore, ne fa coriandoli e li sparge sull’ anima di chi ama incondizionatamente.

Immortale è la donna, ogni donna, che ha il diritto di lamentarsi.

Cinque infiniti e immensi minuti di perdincibaccomannaggialapuffettabuffadelpisoloinbruttitononcelafacciopiù,

superati i quali quel tempo è sprecato, come l’auto-palpazione con unguenti mistici che ci propiniamo 20 minuti prima che si apra la stagione dei costumi da bagno, illudendoci che la cellulite possa andare via e che sia applicato il filtro Chiara Ferragni.

Tempo sprecato. La cellulite è dietro. Ci viene il torcicollo a scrutarla.

La bellezza è avanti. Davanti. Dentro. Abbiamo l’immortalità.

Avremo l’immortalità. Come la mia mamma. Super figona di cinquantanni tutta cromata che tiene botta.

e come diceva quella stra figa di E. Roosevelt:

“ogni giorno, fai qualcosa che ti spaventa”